Domenica, 06 Giugno 2010 02:00

Pensiero debole e classe dominante

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KapitalePensare al di sopra del comune ragionare è una facoltà eccellente, ma talvolta appare condizionata dal tipo di cultura dominante, che è sempre la cultura della classe dominante. Quando una società ne rimane prigioniera, il suo sguardo esplorativo si fa miope, tutto diviene relativo e si perde il senso critico. 
Oggi la classe dominante è liberista, e democratica nella forma. Malgrado il progresso tecnico, lo sviluppo economico e un certo benessere, all’interno del sistema si creano tensioni e contrasti. Tuttavia i poteri costituiti continuano imperterriti a forgiare il tutto a loro immagine e somiglianza, opponendosi a quanto può minarne la posizione di dominio. 
Per rendersi conto di come questi poteri si muovono, per poterli contrastare nelle loro disumane azioni, basterebbe osservare il presente con disincanto, senza illusioni, prendendo coscienza della realtà che si vive: crisi economica e produttiva, crack finanziari, fallimenti di banche e assicurazioni, fondi spazzatura, titoli sprofondati nel vortice del gioco borsistico, debito pubblico incontrollato, occupazione, corruzione, criminalità.
C’è quanto basta a smascherare l’inganno liberista. I guru dicono che il ripetersi di un ‘29 è scongiurato. Più che dalle loro formule dalle casse degli stati, intervenuti in soccorso di privati con somme da capogiro. L’importante, si dice, è scongiurare, senza risolvere alla radice. Non siamo proprio sulla strada maestra descritta dal pensiero socialista.
Si continua a rifiutare l'insieme per il particolare, per la difesa dei poteri di casta. Ma così si erodono lo stato sociale e la tenuta dell’Europa, si rischia di risvegliare ansie nazionalistiche retrive. La cura che viene proposta dai prestigiatori del dollaro con i loro vuoti cilindri, appare drastica, ma non risolve nulla. 

Si tagliano posti di lavoro, si delocalizza, si gonfia sempre di più il debito pubblico. Qualcuno ci ripete la massima di Leibniz: “Viviamo nel migliore dei mondi possibili”. Io credo che questa massima sia consolatoria e ingannevole: resta un deficit di benessere sostanziale, di equità sociale.
Il capitale, da sempre, ha il diritto prioritario sul lavoro. Pare che questo diritto prioritario sia oggi un dogma assoluto. 
A questa tesi si può rispondere così: se in matematica invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia, nella società e nell’economia il prodotto cambia, e come cambia! Forse è il momento di decidere che il sistema liberista, un sistema soggetto a crisi ricorrenti e gravose va accompagnato alla porta del presente e fatto uscire con un calcio nel culo. 
In base all’esperienza contemporanea il sistema economico si governa in due modi: o col capitalismo o col socialismo. Scegliere l’uno o l’altro non è un’operazione meccanica, ma frutto dellacoscienza sociale. Tornare a Marx per decapitare le crisi e dare un ordine democratico al sistema economico è  possibile solo  passando per il “Capitale”, opera che ha un contenuto terapeutico senza data di scadenza. Leggerla significa scoprire verità troppo frettolosamente sottovalutate e bandite dagli odierni saloni naufragati in estenuanti diatribe accademico-salottiere buone per i talk-show televisivi. A qualcuno di loro consiglierei di andarsene in una bella isola dei famosi e di non tornare più!
Marx, che ha condannato senza appello il capitalismo ineguale e spietato, si chiederebbe oggi: fino a quando questo capitalismo riuscirà a controllare il malcontento sociale. Il rischio di uno scontro è elevatissimo e le sue conseguenze non saranno determinate dai calcoli di probabilità, bensì dal corso a più incognite degli eventi. Una cosa sola è certa: non conviene guardare al passato!

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