Lunedì, 06 Dicembre 2010 01:00

Il decennio della ribellione in Europa

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numero ottoL'agire o il ragionare in modo irresponsabile, fuori dal rispetto dell'altro, significa affermare la propria prepotenza e inettitudine culturale. 
Quando queste due facoltà si impongono, fuori dai semplici rapporti interpersonali, nella sfera pubblica, soprattutto attraverso politici eletti a sua tutela, queste determinano situazioni di conflittu­alità politica, arretratezza sociale. Ma di fronte a questo tipo di agire o  ragionare accade che se ne opponga un altro, liberatorio: è lo scontro tra valori e voleri diversi. Tra chi intende limitare se non opprimere il comune interesse e chi si batte per estenderlo a beneficio di tutti. Non è una questione da poco poiché, su questo piano di confronto-scontro, si gioca la condizione di ogni società libera, nonché il futuro di ogni generazione, come il diritto ad essere soggetti e non oggetti del sistema. Questo dipenderà dalla forza di ribellarsi da tutto ciò che è contro ogni libero sviluppo per il libero sviluppo di tutti. 
"Ribellarsi è giusto". Quando ciò avviene è una azione di valore etico. Il fronte di liberazione universitario del '68 europeo e i movimenti di protesta americani furono legati dallo stesso intento: ribellarsi per liberarsi da chi dettava regole chiuse al futuro. Ma oggi ci sono le condizioni oggettive perché ciò possa ripetersi di nuovo? Sì! Ma non so se ci sono convinti protagonisti che sappiano, come allora, guidare un movimento elevandolo nella protesta al punto di far sentire ogni singolo componente protagonista della propria ragione, nella ragione di tutti.

Oggi siamo lontani da quegli anni di dura ribellione ma ciò non significa che quei fatti sono morti e seppelliti nei principi di valore, di metodo. Se quel decennio, a detta dei suoi detrattori, non è stato una lezione politica, una superiore visione delle problematiche condizioni sociali, cosa è stato il dopo? Cosa ha espresso il pensiero e l'azione politica fino ad oggi? Sistemi partitici che abil­mente hanno prodotto parvenza di soluzioni al disagio e malessere sociale e per il quale oggi paghiamo il fio della loro inettitudine, della loro impostura. Figure baronali nelle strutture universitarie pubbliche, cattivo uso di risorse economiche utili alla ricerca scientifica, mor­tificazione dell'intellettualità seria­mente impegnata a dare soluzioni meritevoli di studio. I liberisti, al contrario criticano ogni protesta allo status quo, apprezzandolo co­me migliore condizione di benes­sere sociale ed economico.
"Benessere"! Un termine tauma­turgico, pericoloso quando governato da sole logiche speculative. Quello vero ha altre preroga­tive che non sono riposte nel simulacro dello sregolato e smisurato consumo di beni prodotti, ma in un ordine  ben al di sopra di ogni pessima materialità.
Rileggendo quel decennio, attraverso la memoria documentaria, si evince che gli intellettuali di rife­rimento di allora, i testi scientifici del socialismo influirono sapientemente sulla coscienza dei gio­vani di allora, come l'illuminismo nel settecento prerivoluzionario. 
Se oggi non si ha più nelle mani quel sapere quei testi interlocutori per spiegare e guardare positivamente al futuro con gli occhi della realtà dell'oggi tutto finirà nel caos. È come voler stabilire l'orientamento senza guardare la bussola, l'ora senza guardare le lancette dell'orologio.
Perché oggi ci si dovrebbe ribellare? Perche è ne­cessario per un sicuro avvenire ed equilibrio so­ciale ricomporre gli ordini. È qui che risiede la prospettiva per il futuro dei giovani. Ribellarsi con un obiettivo preciso, con un'azione concreta cal­colata, discussa e non emotiva. Ribellarsi affin­ché la scuola, l'università non siano luoghi di ap­piattimento didattico, ma dove formare il pensiero per la ragion d'essere. Ribellarsi per liberarsi da chi svilisce la dignità umana e discrimina il diritto di appartenere ad una società equa e autentica­mente democratica.
"Fuori dall'Eden la libertà è  frutto della ribellione". 

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