Sabato, 20 Agosto 2011 02:00

Odio gli indifferenti

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Odio gli in­dif­fe­ren­ti. Cre­do co­me Fe­de­ri­co Heb­bel che "vi­ve­re vuol di­re es­se­re par­ti­gia­ni". Non pos­so­no esi­ste­re i so­la­men­te uo­mi­ni, gli estra­nei al­la città. Chi vi­ve ve­ra­men­te non può non es­se­re cit­ta­di­no, e par­teg­gia­re. In­dif­fe­ren­za e abu­lia, è pa­ras­si­tis­mo, è vi­gliac­che­ria, non è vi­ta. Per­ciò odio gli in­dif­fe­ren­ti. L'in­dif­fe­ren­za è il pe­so mor­to del­la sto­ria. È la pal­la di piom­bo per il no­va­to­re, è la ma­te­ria inerte in cui af­fo­ga­no spes­so gli en­tu­sia­smi più splen­den­ti, e la pa­lu­de che re­cin­ge la vec­chia città e la di­fen­de me­glio del­le mu­ra più sal­de, me­glio dei pet­ti dei suoi guer­rie­ri, per­ché in­ghiot­ti­sce nei suoi gor­ghi li­mo­si gli as­sa­li­to­ri, e li de­ci­ma e li sco­ra e qual­che vol­ta li fa de­si­ste­re dall’im­pre­sa eroi­ca.
I'in­dif­fe­ren­za ope­ra po­ten­te­men­te nel­la sto­ria. Ope­ra pas­si­va­men­te, ma ope­ra. È la fa­ta­lità; è ciò su cui non si può con­ta­re; è ciò che scon­vol­ge i pro­gram­mi, che ro­ve­scia i pia­ni me­glio co­strut­ti; è la ma­te­ria bru­ta che si ri­bel­la all'in­tel­li­gen­za e la stroz­za. Ciò che suc­ce­de, il ma­le che si ab­bat­te su tut­ti, il pos­si­bi­le be­ne che un at­to eroi­co (di va­lo­re uni­ver­sa­le) può ge­ne­ra­re non è tan­to do­vu­to al­la ini­zia­ti­va dei po­chi che ope­ra­no, quan­to al­la in­dif­fe­ren­za, all'as­sen­tei­smo dei mol­ti. Ciò che av­vie­ne, non av­vie­ne tan­to per­ché al­cu­ni vo­glio­no che av­ven­ga, quan­to perché la mas­sa de­gli uo­mi­ni ab­di­ca al­la sua vo­lon­tà, la­scia fa­re, la­scia ag­grup­pa­re i no­di che poi so­lo la spa­da po­trà ta­glia­re, la­scia pro­mul­ga­re le leg­gi che poi so­lo la ri­vol­ta farà abro­ga­re, la­scia sa­li­re al po­te­re gli uo­mi­ni che poi so­lo un am­mu­ti­na­men­to po­trà ro­ve­scia­re.

La fa­ta­lità che sem­bra do­mi­na­re la sto­ria non è al­tro ap­pun­to che ap­pa­ren­za il­lu­so­ria di que­sta in­dif­fe­ren­za, di que­sto as­sen­tei­smo. Dei fat­ti ma­tu­ra­no nell'om­bra, po­che ma­ni, non sor­ve­glia­te da nes­sun con­trol­lo, tes­so­no la te­la del­la vi­ta col­let­ti­va, e la mas­sa igno­ra, per­ché non se ne pre­oc­cu­pa. I de­sti­ni di un'epo­ca so­no ma­ni­po­la­ti a se­con­da del­le vi­sio­ni ri­stret­te, de­gli sco­pi im­me­dia­ti, del­le am­bi­zio­ni ed pas­sio­ni per­so­na­li di pic­co­li grup­pi at­ti­vi, e la mas­sa de­gli uo­mi­ni igno­ra, per­ché non se ne pre­oc­cu­pa. Ma i fat­ti che han­no ma­tu­ra­to ven­go­no a sfo­cia­re; ma la te­la tes­su­ta nell'om­bra ar­ri­va a com­pi­men­to: e al­lo­ra sem­bra sia la fa­ta­lità a tra­vol­ge­re tut­to e tut­ti, sem­bra che la sto­ria non sia che un enor­me fe­no­me­no na­tu­ra­le, un'eru­zio­ne, un ter­re­mo­to, del qua­le ri­man­go­no vit­ti­ma tut­ti, chi ha vo­lu­to e chi non ha vo­lu­to, chi sa­pe­va e chi non sa­pe­va, chi era sta­to at­ti­vo e chi in­dif­fe­ren­te. E que­sto ul­ti­mo si ir­ri­ta, vor­reb­be sot­trar­si al­le con­se­guen­ze, vor­reb­be ap­pa­ris­se chia­ro che egli non ha vo­lu­to, che egli non è re­spon­sa­bi­le.
Al­cu­ni pia­gnu­co­la­no pie­to­sa­men­te, al­tri be­stem­mia­no osce­na­men­te, ma nes­su­no o po­chi si do­man­da­no: se aves­si an­ch'io fat­to il mio do­ve­re, se aves­si cer­ca­to di far va­le­re la mia vo­lontà, il mio con­si­glio, sa­reb­be suc­ces­so ciò che è suc­ces­so? Ma nes­su­no o po­chi si fan­no una col­pa del­la lo­ro in­dif­fe­ren­za, del lo­ro scet­ti­ci­smo, del non aver da­to il lo­ro brac­cio e la lo­ro at­ti­vità a quei grup­pi di cit­ta­di­ni che, ap­pun­to per evi­ta­re quel tal ma­le, com­bat­te­va­no, di pro­cu­ra­re quel tal be­ne si pro­po­ne­va­no.
I più di co­sto­ro, in­ve­ce, ad av­ve­ni­men­ti com­piu­ti, pre­fe­ri­sco­no par­la­re di fal­li­men­ti idea­li, di pro­gram­mi de­fi­ni­ti­va­men­te crol­la­ti e di al­tre si­mi­li pia­ce­vo­lez­ze. Ri­co­min­cia­no co­si la lo­ro as­sen­za da ogni re­spon­sa­bi­lità. E non già che non ve­da­no chia­ro nel­le co­se, e che qual­che vol­ta non sia­no ca­pa­ci di pro­spet­ta­re bel­lis­si­me so­lu­zio­ni dei pro­ble­mi più ur­gen­ti, o di quel­li che, pur ri­chie­den­do am­pia pre­pa­ra­zio­ne e tem­po, so­no tut­ta­via al­tret­tan­to ur­gen­ti. Ma que­ste so­lu­zio­ni ri­man­go­no bel­lis­si­ma­men­te in­fe­con­de, ma que­sto con­tri­bu­to al­la vi­ta col­let­ti­va non é ani­ma­to da al­cu­na lu­ce mo­ra­le; é pro­dot­to di cu­rio­sità in­tel­let­tua­le, non di pun­gen­te sen­so di una re­spon­sa­bi­lità sto­ri­ca che vuo­le tut­ti at­ti­vi nel­la vi­ta, che non am­met­te agno­sti­ci­smi e in­dif­fe­ren­ze di nes­sun ge­ne­re.
Odio gli in­dif­fe­ren­ti an­che per ciò che mi da no­ia il lo­ro pia­gni­steo di eter­ni in­no­cen­ti. Do­man­do con­to a ognu­no di es­si dei co­me ha svol­to il com­pi­to che la vi­ta gli ha po­sto e gli po­ne quo­ti­dia­na­men­te, di ciò che ha fat­to e spe­cial­men­te di ciò che non ha fat­to. E sen­to di po­ter es­se­re ine­so­ra­bi­le, di non do­ver spre­ca­re la mia pietà, di non do­ver spar­ti­re con lo­ro le mie la­cri­me. So­no par­ti­gia­no, vi­vo, sen­to nel­le co­scien­ze vi­ri­li del­la mia par­te già pul­sa­re l'at­ti­vità del­la città fu­tu­ra che la mia par­te sta co­struen­do. E in es­sa la ca­te­na so­cia­le non pe­sa su po­chi, in es­sa ogni co­sa che suc­ce­de non è do­vu­ta al ca­so, al­la fa­ta­lità, ma è in­tel­li­gen­te ope­ra dei cit­ta­di­ni. Non c'è in es­sa nes­su­no che stia al­la fi­ne­stra a guar­da­re men­tre i po­chi si sa­cri­fi­ca­no, si sve­na­no nel sa­cri­fi­zio e co­lui che sta al­la fi­ne­stra, in ag­gua­to, vo­glia usu­frui­re del po­co be­ne che l'at­ti­vità di po­chi pro­cu­ra e sfo­ghi la sua de­lu­sio­ne vi­tu­pe­ran­do il sa­cri­fi­ca­to, lo sve­na­to, per­ché non è riu­sci­to nel suo in­ten­to.
Vi­vo, so­no par­ti­gia­no. Per­ciò odio chi non par­teg­gia,

odio gli in­dif­fe­ren­ti.

11 febbraio 1917

 

(Antonio Gramsci - Indifferenti)

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