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Sono d’accordo con Casamassima sul fatto che essere profondi non vuol dire entrare nei dettagli e spingersi nell’analisi di fenomeni particolari. La specializzazione non produce profondità. Al contrario è la visione complessiva, la capacità critica, la preparazione culturale allargata a consentire la profondità e quindi a sollevare problemi di interesse generale. Con una scoperta importante, gli scienziati possono incidere sulla nostra concezione del mondo. Lo fece Newton, lo fece Darwin, lo fece Marx. L’hanno fatto nel XX secolo scienziati come Einstein, Bohr, Heisenberg, Gödel, Crick e Watson. Nel frattempo dilagava la specializzazione e la chiusura in ristretti campi d’interesse. I filosofi avrebbero dovuto cogliere l’importanza delle grandi svolte nel modo di interpretare il mondo. Ma l’interazione tra scienziati e filosofi si è presto interrotta. Ne è nata una distorsione della cultura. I filosofi non capiscono più la scienza e si rifugiano nel nostro carcere esistenziale. Per loro il mondo naturale resta lo sfondo misterioso in cui trasciniamo le nostre vite. Ma, da questo punto di vista, ci sono opere artistiche, letterarie, teatrali, ecc. ciascuna delle quali vale oggi molto di più di un libro di filosofia. In generale la scienza offre a chi voglia comprendere problemi filosofici di grande portata, inimmaginabili senza il progresso scientifico. Alcuni (pochi) scienziati si occupano di problemi che esso cosinderano di “critica dei fondamenti”. Ma qui il discorso si rovescia: hanno questi scienziati la preparazione filosofica necessaria per affrontarli? E’ questo, a grandi linee, lo stato attuale della cultura che caratterizza il nostro mondo. Che fare? Aspettare nuove grandi menti? Riformare profondamente l’educazione e la formazione dei giovani? Confesso di non aver trovato ancora la risposta a queste domande se non quella di chiedere una nuova e crescente integrazione tra scienza e filosofia.