Giovedì, 16 Febbraio 2017 19:37

Un più o meno recente dibattito sul concetto di democrazia

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Si legge recentemente (mese di gennaio 2017) su Facebook: «Riflettevo sull'affermazione più volte ripetuta a volte da tutti noi (soprattutto in polemica con quelli che “uno vale uno”): la scienza non è democratica». Cosa si vuole dire? Nella scienza, più precisamente nei diversi settori di ricerca (oggi siamo, come tutti dovrebbero aver capito, nella big science, per cui in un settore di ricerca possono lavorare migliaia di scienziati in tutto il mondo) esistono sempre maggioranze e minoranze. Questa divisione si riferisce però alle prospettive della ricerca, ai progetti da promuovere e quindi alla scelta dei problemi ritenuti più interessanti. Quasi mai si riferisce ai risultati di una sperimentazione attenta e controllata. A questo livello non si agisce per alzata di mano. C’è inoltre nella ricerca scientifica un background universalmente accettato, che è per altro molto ampio. Oggi in fisica, per esempio, le cose non stanno più come cinquant’anni fa: non c’è più nessuno che mette in discussione la validità della Fisica Quantistica. Chi lo fa è come uno di quei soldati giapponesi rimasti a presidiare isole periferiche vent’anni dopo la fine della guerra.
Queste ultime osservazioni non sono da poco: chi non conosce o non capisce la Fisica Quantistica, non ha diritto di voto per ciò che concerne le questioni ancora aperte e i problemi attualmente sul tavolo nella ricerca fisica. E allora quante volte ci siamo chiesti che senso avesse chiamare a votare sulla nostra Costituzione cittadini che non l’avevano mai letta e, in un numero rilevante di casi, non avevano nemmeno gli strumenti per capire la natura del quesito posto dal referendum? Tullio De Mauro osservava, poco prima della sua triste dipartita, come 7 italiani su 10 hanno difficoltà a comprendere un testo scritto, e addirittura 8 su 10 hanno difficoltà ad estrarne informazioni utili per le proprie scelte. Con il che viene da chiedersi (con un discorso tipicamente utopistico), quali sarebbero i risultati delle elezioni italiane se i votanti fossero sottoposti ad un esame preventivo che ne accertasse la capacità elementare di comprendere un testo (certamente non difficile) e coglierne gli aspetti salienti? Dobbiamo concludere che nella democrazia “scientifica” il voto, quando ce n’è l’occasione, è un voto “esperto”, nella democrazia “politica” il voto è della grande maggioranza di casi è un voto “di pancia”.
L’aspetto più interessante, dal punto di vista concettuale, della democrazia “scientifica” sta nel fatto che in essa vale il cosiddetto “Principio della Leadership”. Questo principio era stato trasferito da Platone (forse il primo grande teorico della democrazia) alla democrazia “politica”. Diceva Platone: «Chi è sapiente ed intelligente comandi e governi e guidi e chi è ignorante lo segua». Ora, sappiamo che il principale riconoscimento mondiale per uno scienziato è il premio Nobel. Chi lo riceve è relativamente contento per la somma in denaro che riceve; è invece profondamente contento per il fatto che il suo peso decisionale per la ricerca futura è stato moltiplicato per un fattore 10 (almeno).
Ma la locuzione “principio della leadership” e la successiva la citazione di Platone e non sono state qui introdotte a caso. Essi costituiscono rispettivamente il titolo e la sottostante citazione del settimo capitolo di uno dei principali saggi di riferimento per l’analisi del concetto di democrazia del secolo scorso, ossia il libro di Karl Popper La società aperta e i suoi nemici, la cui quinta edizione inglese è del 1966. Il principio della leadership costituisce evidentemente il presupposto di ogni visione oligarchica ed elitaria del governo di una popolazione e non a caso è stato esaltato da filosofi di estrema destra come Julius Evola (la cui posizione è evidentemente contraddetta dalla banda di criminali ignoranti che hanno governato la Germania nel periodo nazista). Anche per questo motivo, le tesi di Platone sono il principale obiettivo polemico del filosofo austriaco. Nella critica al principio della leadership, nel capitolo cui facciamo riferimento, Popper è costretto a dare una definizione accettabile di governo democratico. Dovendo escludere la possibilità di scegliere i sapienti e gli intelligenti, e volendo in qualche modo mantenere la sovranità popolare, egli non può fare a meno di ammettere l’inevitabile caratteristica della democrazia “politica” in cui i governi sono scelti in base ad elezioni caratterizzate da un suffragio universale: «Sono portato a ritenere che i governanti sono stati raramente, sia moralmente che intellettualmente, al di sopra della media e spesso al di sotto di essa. E penso che, in politica, è ragionevole adottare il principio di essere pronti al peggio, nella misura del possibile, anche se, naturalmente, dobbiamo, nello stesso tempo, cercare di ottenere il meglio. Mi sembra stolto basare tutti i nostri sforzi politici sull’incerta speranza che avremo la fortuna di disporre di governanti eccellenti o anche competenti». Notiamo, per inciso, come gli eventi recenti, anche recentissimi, nelle democrazie cosiddette “più avanzate”, sembrano confermare pienamente queste tesi.
Bene. Ma allora che fare? A questo punto Popper deve mettere in chiaro il nucleo della sua proposta “democratica”, ovvero «la proposta di creare, sviluppare e proteggere le istituzioni politiche per evitare la tirannide». Ci chiediamo allora, riprendendo il discorso iniziale, basta questa prima definizione a chiarire le differenze e le possibili analogie tra la democrazia politica, così concepita, e la democrazia “scientifica”? Ebbene, ognuno può notare che tutto dipende dall’uso appropriato del termine “tirannide”. La tirannide non è solo quella conosciuta da Platone (e contro la quale egli lottò), ma – nel discorso di Popper – non si riferisce certo soltanto alla dittatura di un singolo. La tirannide può essere esercitata, come avviene spesso ancora oggi, da un “gruppo di potere”. Questo “gruppo” può essere politico (nel caso dei partiti unici), può essere socialmente connotato (nel caso dei potentati economici e finanziari), può essere religioso (nel caso delle cosiddette “teocrazie”). Oggi per altro, come ha riconosciuto persino Eugenio Scalfari, le conclamate democrazie occidentali sono, di fatto, “oligarchie”. Se le oligarchie rientrano nell’ambito di applicazione del concetto di tirannide, sappiamo che, di norma, gli “oligarchi” non sono certo “i più sapienti e intelligenti”, ma sono comunque quelli che comandano in ultima istanza indipendentemente dalla volontà popolare (e quasi sempre restano nell’ombra).
Ma c’è di più. Come ci ricorda Slavoj Zizek, per Marx «la questione della libertà non deve essere situata in primo luogo nella sfera politica. […] La chiave della vera libertà sta invece nel sistema “apolitico” dei rapporti sociali, dal mercato alla famiglia. Qui il cambiamento di cui abbiamo bisogno non è una riforma politica, ma una trasformazione dei rapporti sociali di produzione – il che comporta precisamente la lotta di classe rivoluzionaria e non elezioni democratiche. […] Queste questioni rimangono al di fuori della sfera del politico, ed è un’illusione attendersi che si possano veramente cambiare le cose “estendendo” la democrazia alla sfera economica (per esempio riorganizzando le banche e mettendole sotto il controllo popolare)» (Benvenuti in tempi interessanti, Salani Editore, 2012, p. 80).
Ora, appare ovvio che queste constatazioni vanno al di là del semplice confronto tra democrazia “politica”, di tipo “borghese”, e democrazia “scientifica”. L’intervento su Facebook da cui siamo partiti prosegue più avanti con l’affermazione che «qualunque decisione basata su convinzioni personali è quindi, per definizione, non democratica». L’illusione della cosiddetta “libertà di pensiero” è messa fortemente in discussione nella stessa impostazione del problema. Bisogna quindi, come ci insegna la ricerca scientifica, essere già arrivati ad un grado sufficiente di “intersoggettività”. Ecco che la concezione popperiana è esposta ad una gravissima minaccia. Perché questo grado di intersoggettività è esistito ed esiste oggettivamente in società “tiranniche” come quella nazista, nella “teocrazia” islamica, nella dottrina del “popolo eletto” alla base della democrazia israeliana (anche questa definita “tirannica” dallo stesso Popper) e – non si sa fino a che punto – nelle democrazie popolari delle società del “socialismo reale”. In più, Popper cade con tutte le scarpe nel trabocchetto creato da Marx. I governi tirannici – egli dice – sono «governi di cui i governati non possono sbarazzarsi che per mezzo di una rivoluzione vittoriosa – il che significa che, nella maggior parte dei casi, non possono affatto sbarazzarsene» (ivi, p. 179). Viceversa, il governo democratico, per Popper, è quello «di cui ci si può sbarazzare senza spargimento di sangue – per esempio, per mezzo di elezioni generali». Ma, appunto, questo secondo tipo di governo non può esistere, secondo Popper, senza una “tradizione sociale” condivisa che svolge «una specie di ruolo intermedio e intermediario fra persone (e decisioni personali) e istituzioni» (nota al testo, p. 361).
Il problema sta, come sappiamo, proprio nei contenuti di questa “tradizione sociale”. Qui Popper si rivela un conservatore dichiarato. Intanto, come è avvenuto a Cuba e nel Vietnam, l’insurrezione armata è resa necessaria proprio dalla natura tirannica dei regimi ivi esistenti. Allora perché il tipo di società instaurato dagli insorti è definito esso stesso tirannico? Perché non si possono svolgere elezioni che cambiano i governi? Basta ammettere che la nuova “tradizione sociale” impone, tra l’altro, che non può esistere la proprietà privata dei mezzi di produzione. Basta dichiarare fin dall’inizio che le consultazioni popolari si svolgono solo nell’ambito dell’amministrazione locale ordinaria.
Laddove la posizione di Popper appare debolissima, quella della democrazia “scientifica” sembra rafforzarsi. Qui l’autorevolezza dell’élite è pienamente riconosciuta e qualche elemento di democrazia si manifesta solo a livello locale, su questioni di ordinaria amministrazione. Il “modello” operante in quasi tutte le istituzioni scientifiche è in fondo quello della “cooptazione” dall’alto. Ma c’è qualcosa che inficia anche questo apparente ed insoddisfacente modello (non democratico) di democrazia. Esso non tiene conto dell’accertata esistenza delle cosiddette “rivoluzioni scientifiche”.
Se l’autorità che dirige l’impresa scientifica trova una sua uniformità (o “intersoggettività”) nella “tradizione scientifica” esistente, una rivoluzione scientifica, come ci ricordò Thomas Kuhn (La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, 1969), cambia appunto la “tradizione scientifica”. Con un processo, che non è certo istantaneo, gli scienziati si devono adattare gradualmente a vivere in un “nuovo mondo”. Questo è successo in fisica, a partire da quasi un secolo fa, con l’affermazione graduale del “mondo quantistico”. Ora, non si capisce come cambiamenti così radicali possano avvenire nel semplice cambio di governi delle “democrazie” ancorate ad una ben definita “tradizione sociale”. Lo stesso problema ricade sul nostro commentatore del Social Network. Dopo la constatazione citata in precedenza, egli prosegue: «Cosa resta? Resta, appunto, la razionalità (scientifica): sviluppando ragionamenti basati su regole logiche, arriveremo a proposizioni comprensibili a tutti, in quanto il metodo è intersoggettivo». Quindi, l’estremo tentativo di salvare quello che in Popper era il ruolo della “tradizione sociale” diventa, nel modello costruito dal nostro commentatore, il ruolo del cosiddetto “metodo scientifico”. Ma noi conosciamo ormai molto bene le osservazioni di Kuhn sull’inseparabilità del metodo dai contenuti “di base” della ricerca e sull’impossibilità di trovare un metodo per fare una rivoluzione scientifica. Conosciamo soprattutto le ancor più decisive affermazioni di Paul Feyerabend (Contro il metodo, Feltrinelli, Milano, 1990) sull’inesistenza di un metodo di scoperta ben definito. In fondo, lo stesso Popper, nella sua Logica della scoperta scientifica, parlava di “ardite congetture”, senza spiegare come tali congetture potessero essere costruite. Il metodo riconosciuto, oggi ampiamente richiesto, si applica forse al “controllo” di ciò che è stato già ipotizzato, ma mai alla costruzione della novità delle ipotesi. La scoperta scientifica rivoluzionaria è sempre una violazione “violenta” delle regole che gli scienziati rispettavano essendo ancorati ad una certa tradizione.
Tant’è vero che il commentatore citato finisce per ricadere nello stesso atteggiamento “conservatore” in cui era già caduto Popper. Ci sono alcune premesse di fondo del metodo scientifico, che hanno lo stesso valore “politico” delle Costituzioni degli stati “democratici”, ma qui occorre necessariamente «fare i conti con l’imperfezione umana e riconoscere, obtorto collo, il fatto che lo Stato si basa anche sulla coercizione: per il solo fatto di essere nato qui, sei assoggettato d'imperio a queste norme e a tutte quelle che da esse possono essere dedotte senza contraddirle». Bello il riferimento successivo a Kurt Gœdel, il quale, quando giurò sulla costituzione statunitense per l'accoglimento della sua richiesta di cittadinanza, «non si trattenne dal mostrare ai funzionari pubblici come quella costituzione fosse compatibile con un’efferata dittatura» non essendo stata scritta in un linguaggio formale.
Ognuno, pare, fa quel che può. Il “principio di intersoggettività”, che sembrerebbe regnare in ogni comunità scientifica, è spesso un ostacolo all’affermazione di una nuova verità. Quest’ultima deve lottare con ogni mezzo (compresa la mera propaganda, come Feyerabend notò nella battaglia di Galileo contro l’aristotelismo) per guadagnare consensi ed avanzare sul suolo nemico. A questo punto non possiamo che riprendere Lenin e riaffermare la classica frase «la verità è rivoluzionaria». Dopodiché, richiamando anche Zizek, dobbiamo ricordare che la verità è sempre patrimonio di una minoranza. Il commentatore successivo dell’intervento citato, resosi conto della debolezza della posizione dell’interlocutore precedente, non può che asserire sconsolatamente «La scienza è fondamentalmente trovare un accordo su un metodo efficiente di lavoro. Se assodiamo questo, il resto è solo una conseguenza, per cui è normale che la scienza “pialli” in modo apparentemente anti-democratico chi non si adatta al metodo. Per inciso, si noti come la forza della scienza (il metodo) ne disegni anche in modo chiaro i suoi limiti, in termini di portata e di fragilità intrinseche». 
Ma allora appare intrinsecamente molto più fragile la democrazia politica di Popper, appesa com’è all’accettazione delle regole non meglio precisate di una “tradizione sociale” condivisa. E perché Popper cade in questo modo nel trabocchetto posto a suo tempo da Marx? Perché lui è contro l’efferato “storicismo” di Hegel e Marx. Non si accorge, di conseguenza, che il suo discorso è campato per aria, anche perché per poter parlare di democrazia nei termini in cui egli ne parla, devono essersi imposti, da un paio di secoli, i rapporti sociali di produzione di tipo capitalistico. Il problema della democrazia e del passaggio a nuovi rapporti sociali di produzione resta del tutto aperto, proprio come è “aperta” la società disposta a questo cambiamento rivoluzionario.
 

 

 

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