Giovedì, 16 Febbraio 2017 19:44

Dallo sfruttamento economico allo sfruttamento ambientale dei paesi poveri

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Nota della redazione

Il fatto che il capitalismo sia oggi, come si dice, “globale” non vuol certo dire che la ricchezza cresca in maniera uniformemente distribuita su tutto il pianeta. Il dramma dei flussi migratori (dramma al quale non si riesce a fornire una soluzione coerente) mostra piuttosto che il mondo è diviso in un Dentro e in un Fuori. Il Dentro è formato dai paesi in si può godere di un benessere relativamente diffuso, di una buona, o almeno sufficiente, organizzazione dei servizi, di risorse energetiche che soddisfano la domanda, dall’accessibilità ad un livello sufficiente di educazione, eccetera. Il Fuori è formato dai paesi tormentati da guerre civili (con le relative periodiche stragi), da malattie infettive, dall’indigenza cronica, dalla mancanza di beni e servizi essenziali (acqua, energia, ecc.), da livelli di istruzione praticamente inesistenti, e via discorrendo. Ora è difficile negare che le condizioni del Fuori siano soprattutto il risultato delle politiche neo-colonialiste del Dentro. Le guerre che hanno infestato il Vicino Oriente (a partire da quel tragico e magico 11 settembre) vedono comunque i paesi del Dentro impegnati militarmente a vari livelli con obiettivi confusi e, nell’immediato, chiaramente menzogneri. Le analisi sul “perché”, sul “cosa c’è in ballo”, rimangono carenti e contrastanti. Quello che è certo è che paesi che godevano di una certa autonomia, anche economica, sono stati risucchiati nel baratro delle guerre civili, delle guerre “per procura”, delle aggressioni dirette da parte delle grandi o medie potenze. Il risultato immediatamente tangibile per i paesi europei è stato il fatto che al flusso endemico dei “migranti” si è aggiunto il flusso ancor più massiccio dei “rifugiati”. Tutto ciò dimostra ulteriormente che, in ogni caso, lo sfruttamento delle risorse (minerarie, petrolifere, agricole, ecc.) dei paesi Fuori da parte dei paesi Dentro gioca ancora un peso politico e militare determinante (la guerra non è altro che il proseguimento della politica con altri mezzi, diceva Lenin). Come stupirsi, allora, di fronte all’esigenza di parte delle popolazioni del Fuori di cercare, in qualche modo, di raggiungere il Dentro?
Nell’intervento che segue, la differenza tra Dentro e Fuori viene analizzata anche da un altro punto di vista (spesso trascurato): quello dello sfruttamento ambientale. L’autore, da sempre impegnato nella battaglia per un cultura ecologica, ci mostrerà come, dal punto di vista ambientalistico, le differenze tra Dentro e Fuori non sono forse così nette (il Dentro non riesce a “buttare” Fuori tutto l’inquinamento che esso produce). Eppure, l’inquina-mento che il Dentro continua a produrre in maniera rilevante nei paesi abitati dalle popolazioni che sono Fuori è, di nuovo, l’effetto di uno sfruttamento scriteriato di risorse minerarie, energetiche ed alimentari, derivante da un rapporto sussistente di dominio economico e militare. Per non parlare del fatto che i danni dell’inquinamento sono più facilmente assorbibili nei paesi Dentro (grazie alle maggiori disponibilità tecniche e alla migliore assistenza medica) rispetto alla parte del mondo di Fuori che è particolarmente debole anche in questi settori.
 

Il “buon governo” ha (o dovrebbe avere) la funzione di soddisfare al meglio i bisogni “materiali” e “immateriali” delle persone: bisogni di cibo, di acqua, di abitazione, di salute, di informazione e istruzione, di mobilità, di dignità e libertà, eccetera. Ora, nei tempi recenti, si è accresciuta notevolmente la consapevolezza sociale che tra i bisogni materiali irrinunciabili vi sono anche quelli relativi alla qualità dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo (o in cui ci bagniamo), del cibo che mangiamo e via discorrendo. Le ragioni di tale accresciuta consapevolezza sono ormai ben note.
Per soddisfare i bisogni “normali” di un cittadino medio, occorre poter disporre di quantità ingenti di risorse materiali ed energetiche. Tali risorse servono alla produzione industriale di merci (o beni di consumo), alla costruzione di edifici con varie destinazioni, alla produzione  e costruzione di veicoli, navi, aerei, strade e ferrovie per i trasporti, alle strutture e alle tecniche che consentono di dare una forma quasi interamente industriale alla produzione alimentare, alla messa in opera dei supporti di base della rete telematica e degli impianti per le telecomunicazioni, ecc. Ora, la disponibilità e la trasformazione di tali risorse richiedono ovviamente lo scambio economico e il lavoro umano, ossia il rapporto economico con altri paesi e le attività produttive interne. In aggiunta a questo, negli ultimi decenni, è fiorita una consapevolezza diffusa (ma anche confusa) del fatto che l’insieme di queste trasformazioni ha anche profonde conseguenze riguardanti l’ambiente in cui viviamo.
Il processo, comunque complesso, che va dalla natura alla produzione finisce sempre per tornare alla natura, ma non può mai ripristinare le condizioni di partenza. Per esempio, i campi coltivati perdono una parte delle loro sostanze nutritive minerali, i mezzi di trasporto immettono nell’atmosfera gas nocivi, l’intera attività industriale produce scorie e rifiuti solidi, liquidi, gassosi, che finiscono nel suolo, nei fiumi e nell’aria. Si tratta allora di un ciclo (natura-merci-natura), che, riproducendosi all’infinito, rende i campi sempre meno fertili, le acque e l’aria sempre più inquinate. E la questione assume aspetti inusitati di globalità e generalità: è la stessa crescita della produzione globale di merci che provoca un danno climatico che aumenta in maniera irreversibile.
A ciò va aggiunto il fatto che il “peggioramento” della qualità dell’ambiente riguarda molto diversamente le diverse classi sociali e i diversi paesi. Coloro che sono maggiormente responsabili degli inquinamenti possono difendersi proprio grazie alla produzione di migliori e maggiori risorse (ivi compresi gli apparati tecnici); coloro che non riescono a soddisfare neanche i loro bisogni essenziali sono invece drammaticamente molto più esposti alle conseguenze del deterioramento ambientale. Il caso più emblematico è rappresentato dai mutamenti climatici: i paesi ricchi, con i loro elevati consumi di combustibili fossili, immettono nell’atmosfera grandi quantità di gas serra; i paesi poveri, pur avendo bassi consumi energetici, subiscono gravi danni sia a causa delle piogge improvvise, che producono disastrosi allagamenti, sia a causa dei periodi di siccità, che prosciugano le già limitate riserve idriche.
Ma ci sono altri aspetti delle conseguenze ecologiche dello sfruttamento dei paesi poveri. Questi hanno, per esempio, sostituito le loro coltivazioni tradizionali, quasi sempre bastevoli per la sopravvivenza, con monocolture da vendere, a prezzi bassissimi, ai paesi ricchi. In questo modo i paesi ricchi non solo comprano dai paesi poveri, sempre a prezzi bassissimi, materie prime e fonti energetiche per le loro industrie, ma possono anche disporre senza particolari aggravi economici di grandi quantità di alimenti di buona qualità. E ancora: molti rifiuti solidi e inquinanti dei paesi ricchi vengono smaltiti, con processi dannosi e pericolosi, nei paesi poveri. La globalizzazione capitalistica sembra andare a senso unico: le “cose buone” vanno dai paesi poveri a quelli ricchi e le “cose nocive” vanno dai paesi ricchi a quelli poveri.
Ora, è vero che il degrado dell’ambiente ha dato vita a movimenti di protesta, ma è altrettanto vero che la protesta ambientalista ha assunto diversi colori. Ad esempio, davanti ad un’acciaieria inquinante, alcuni hanno chiesto di chiuderla; altri, riconoscendo che l’acciaio è essenziale per tanti settori della vita umana, hanno proposto processi alternativi e meno inquinanti di produzione, con l’obiettivo di salvare l’occupazione. Si assiste così al triste spettacolo In cui, da un lato, il potere economico si sforza di minimizzare la portata umana dei danni ambientali e di esaltare i vantaggi per l’economia (anche se questa è ormai orientata alla produzione di beni superflui e di lusso); dall’altro lato, le organizzazioni dei lavoratori, davanti al pericolo che più rigorose norme ambientali possano compromettere l’occupazione, sono talvolta disposte ad accettare i danni ambientali che compromettono la salute dei lavoratori, dentro la fabbrica, e quella delle loro famiglie, fuori dalla fabbrica.
Per superare l’atteggiamento egoistico di coloro che vogliono i benefici della tecnica purché i disturbi e le nocività danneggino qualcun altro, altrove, una sinistra ha (avrebbe) di fronte una sfida che richiede la collaborazione e la solidarietà dei popoli inquinati e dei lavoratori.
Si parla qui di un processo “rivoluzionario” che affronti alla base gli aspetti strutturali del processo di produzione. Si potrebbe proprio partire, in questa prospettiva, dall’analisi dei bisogni umani, di quelli essenziali da soddisfare, e di quelli che appaiono falsamente imposti da quei produttori che basano il loro arricchimento sull’atteggiamento “consumistico” di molti cittadini delle economie più avanzate. Ma quest’analisi deve tener conto sin dall’inizio dell’impatto ambientale dei processi produttivi messi in atto per soddisfare quei bisogni. Si tratta, in altri termini, di mettere in evidenza il fatto che l’uso delle risorse primarie e dei mezzi con cui soddisfare un insieme di bisogni, in gran parte “artificiali”, deve prendere in considerazione i vincoli fisici imposti dal carattere limitato di ciò che si può ricavare dalla natura e, al tempo stesso, del carattere limitato delle possibilità naturali di ricevere e “assorbire” le scorie  e l’inquinamento derivanti dagli stessi processi di produzione.
Si tratta di un cambiamento oggettivamente difficile, poiché va fin dall’inizio contro il carattere “irrazionale” dell’economia capitalista. Si mette cioè in discussione proprio l’esigenza del capitale di “inventare” i bisogni da soddisfare, in modo da espandere, anche geograficamente, le aree di popolazione indotte a cercare di soddisfare anche quei bisogni. L’esigenza primaria del capitale è quella di produrre un profitto e non quella di salvaguardare la “salute” del pianeta e, quindi, dei cittadini che lo abitano. Per disporre di maggiori profitti, le grandi industrie hanno inventato macchine e gadget che invecchiano rapidamente e che devono essere sostituiti sistematicamente con prodotti tecnici “più perfetti”. Nello stesso tempo i produttori perfezionano le tecniche di condizionamento dei cittadini fino a portarli all’esigenza di seguire le varie “mode” imposte dall’alto (non parliamo qui solo dell’abbigliamento e dei suoi accessori, parliamo anche dei suddetti gadget tecnologici), esigenza in nome della quale le classi più povere sono disposte a svendere il proprio lavoro e talvolta anche la propria dignità. Si tratta di una situazione di “alienazione” che Marx aveva lucidamente descritto già un secolo e mezzo fa nel terzo dei manoscritti del 1844, allorché aveva spiegato che, nell’ambito della proprietà privata, ogni soggetto produttore s’ingegna di procurare all’altro soggetto “consumatore” un nuovo bisogno che assume la forma del desiderio di un’oggetto. Ma questo oggetto assume fin dall’inizio la forma di un’oggetto “ostile”, ossia di prodotto “alienato” di un lavoro altrettanto “alienato”.
Queste forme di crescita del capitale minacciano ormai fortemente la nostra stessa sopravvivenza sul nostro pianeta. Partendo quindi anche da questa consapevolezza, sarebbe necessario stabilire una gerarchia “razionale” dei bisogni da soddisfare. Ma questo significa creare un’economia programmata e non “anarchica” come quella capitalistica. In questo contesto, la difesa dell’ambiente diventa un altro volto di una lotta di classe che non parte dal rifiuto della tecnica, ma dal rifiuto di una tecnica asservita al capitale, nel momento in cui tale capitale produce merci che non servono a soddisfare reali bisogni umani, ma servono solo a generare denaro per alcuni (pochi) e nocività ambientale per altri (tanti).
Nel ribadire questi concetti, noi pensiamo ai giovani, che non sono solo coloro che hanno enormi difficoltà a trovare lavoro, ma sono anche coloro che si troveranno a vivere in un ambiente degradato in una misura che tuttora non riusciamo nemmeno a prevedere.

 

 

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