Sabato, 20 Maggio 2017 19:20

Sull’uso della scienza e della tecnica

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Se c’è qualcosa di cui siamo ormai certi è che il progresso della scienza e il progresso della civiltà umana sono intimamente legati. Il motivo è banale: il progresso della scienza è crescita della conoscenza del mondo naturale ed umano. Accanto al progresso della scienza c’è il progresso della tecnica, ma non bisogna mai identificare il primo con il secondo. La tecnica si prefigge un fine pratico e comporta una progettazione in vista del raggiungimento di quel fine. La scienza, di per sé non ha alcun fine che non sia l’aumento della conoscenza. C’è comunque un interscambio continuo tra scienza e tecnica: quest’ultima non può fare a meno dei progressi della prima e, viceversa, la scienza usufruisce talvolta di processi tecnici sofisticati per perfezionare i suoi apparati sperimentali. L’oggetto tecnico che oggi manifesta in modo vistoso l’interdipendenza di cui sopra è il computer. Certe ricerche fisiche e matematiche non potrebbero essere svolte senza l’ausilio del computer. Viceversa è lo sviluppo delle conoscenze sul comportamento di materiali specifici (come ad esempio i semiconduttori) che consente la miniaturizzazione necessaria per far funzionare un computer con energie relativamente piccole e potenze crescenti. E tuttavia non si riesce ancora a costruire un computer “quantistico”, in teoria enormemente più potente degli attuali computer (classici). Quindi non tutte le scoperte scientifiche trovano immediata applicazione tecnica.
La confusione tra sapere scientifico e sapere tecnologico è fonte di parecchi equivoci. È legittimo chiedersi se una particolare realizzazione tecnica possa essere vantaggiosa per pochi e dannosa per i più. Ma qui il discorso diventa rapidamente ambiguo allorché l’innovazione tecnica riguarda il mondo della produzione. La maggiore produttività dovuta alle innovazioni tecniche si paga talvolta con la perdita di posti di lavoro. Eppure, maggiore produttività equivale a progresso e va nella direzione di quella che si può caratterizzare anche come “liberazione” dal lavoro. Nella società capitalistica la parola “liberazione” ha una connotazione negativa poiché vuol dire disoccupazione; ma, in generale, per la storia dell’umanità, la diminuzione del lavoro “necessario” è una conquista fondamentale. In altri termini, l’enorme crescita delle “forze produttive”, ovvero la “base tecnica rivoluzionaria”, rappresenta una delle più importanti funzioni “progressive” del capitale.
Torniamo alla scienza e alle sue scoperte. Nessuno può negare che le conoscenze sull’atomo hanno, nel XX secolo, permesso di costruire la bomba atomica. Ma la decisione di costruire l’ordigno e poi utilizzarlo è una decisione che non deriva né da un ragionamento scientifico né da un ragionamento tecnologico. Si tratta, infatti, di una decisione di carattere esclusivamente politico-militare. Non a caso i pareri sull’utilizzazione delle prime bombe atomiche in Giappone sono ancora oggi discordi. Ma nessuno discute sul fatto che per costruire una bomba atomica occorrono quelle determinate conoscenze tecniche e scientifiche. L’uso, i fini, gli scopi, ci trasportano immediatamente su un terreno etico entro il quale è difficile muoversi razionalmente ed è difficile trovare una condivisione unanime. Della medesima scoperta scientifica si può fare un cattivo uso oppure un uso che porta grandi benefici per tutti. Basti pensare ad esempio al laser, il cui uso nelle nostre case è oggi indispensabile, ma che è anche una potente arma da guerra.
La ricerca tecnica che oggi si insinua più prepotentemente nelle nostre vite quotidiane è quella relativa agli elaboratori di informazione. Gli usi dei sistemi informatici sono complessi e variegati. Una “crisi” di questi sistemi avrebbe conseguenze catastrofiche per l’intera umanità. Non è un caso quindi che la fantasia si sia scatenata prefigurando scenari apocalittici, guerre tra le macchine e gli uomini, cervelli controllati, fino ai poveri “replicanti”, consapevoli di essere condannati a vivere per un tempo molto limitato. In questo senso vogliamo accennare alle previsioni, forse più documentate, del “futurologo” Ray Kurzweil, ingegnere informatico e direttore del laboratorio di ricerca Google. In un recente intervento, Kurzweil prefigura una nuova combinazione tra intelligenza artificiale e intelligenza naturale. Una specie di innesto di nuovi circuiti (derivanti dalle nanotecnologie) produrrebbe un enorme aumento delle capacità cognitive dei soggetti umani trattati. Ci si chiede allora: è un’innovazione estendibile a tutti? O vi saranno pochi eletti (magari i più ricchi) che acquisterebbero maggiori capacità di dominio e di oppressione? Ecco, si vede subito come questa non sia una questione alla quale si possa rispondere con un ragionamento scientifico o tecnologico. Si tratta, invece, di una questione puramente politica ed etica, sulla quale è lecito avere pareri diversi. Il pessimista teme l’uso “cattivo” di questi progressi, l’ottimista vede invece nuove possibilità creative e conoscitive per l’intera umanità. Il punto è che l’essere “apocalittici” o “integrati” (per richiamare un’antica distinzione) dipende dal vissuto di ognuno di noi.
Eppure la futurologia non può essere soltanto una proiezione in avanti delle conoscenze scientifiche e tecniche già acquisite. Non si possono dimenticare i contesti economici e sociali. Non si può prefigurare un cambiamento delle nostre funzioni vitali individuali senza chiedersi se esso sia compatibile con l’attuale struttura economica della società. Questo tipo di previsioni non sono di competenza del singolo scienziato o tecnologo. Occorre una profonda conoscenza interdisciplinare, una percezione della totalità, che certo non è alla portata di tutti. Futurologi come Kurzweil sembrano vedere gli alberi, ma non vedere la foresta. Poniamo allora una domanda futurologica più attuale. Un mondo in cui l’intera produzione sia affidata ad automi sarebbe compatibile con un’economia di mercato? Ecco una questione interessante per tutti, dato che questo mondo non sembra più così lontano come sembrava appena trent’anni fa.

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