Sabato, 20 Maggio 2017 19:30

I consigli di Plutarco: esiste un’etica universale per il politico?

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Trovandomi tra le mani lo scritto di Plutarco Consigli ai Politici,1 ho, per curiosità, sfogliato alcune pagine e letto con molto interesse alcuni brani. Se pur scritto nel I secolo dopo Cristo, il saggio ha inevitabilmente suscitato una riflessione sul modo d’essere della politica – e dei politici – al giorno d’oggi. I Consigli di Plutarco sono dettati da una visione “classica” dell'etica politica e delle qualità che chi si dedica all’attività politica deve possedere. L’imperativo categorico sul quale Plutarco basa la propria dissertazione è apparentemente ovvio: il politico deve operare con competenza nell’esclusivo interesse dei cittadini che egli rappresenta. Gli esempi di violazione di questo principio etico erano anche allora piuttosto eloquenti. Abbiamo visto più volte, dice Plutarco, cittadini «che si volgevano alla politica per trafficare e arricchirsi, altri che diversamente, ma sempre con intenti poco rassicuranti, prendevano la politica per infatuazione, dettata dalla vanagloria o spirito di rivalità, o per mancanza di altre occupazioni». Non bisogna dimenticare che Plutarco ha una visione “alta” della politica, con spunti ancora attuali; per esempio, per lui il cittadino stesso nel vivere e operare quotidiano finisce comunque per fare politica. Ne deriva che coloro i quali, nel contesto istituzionale di allora,2 decidevano di dedicarsi all’amministrazione della cosa pubblica, dovevano essere consapevoli di affrontare un compito di grande responsabilità. Da qui lo spunto per argomentare sul ruolo e la responsabilità del politico contemporaneo.
La prima osservazione che possiamo fare riguarda la preparazione necessaria a fare politica. Sarebbe ovvio pretendere che chi decide di intraprendere una carriera politica, debba essere all'altezza del ruolo che intende assumere. E invece abbiamo visto, in tempi recenti, come le elezioni politiche ed amministrative abbiano promosso personaggi di dubbia competenza, con un passato tutt’altro che “trasparente”. E possiamo aggiungere che purtroppo lo scadimento culturale dei rappresentanti politici avviene in un momento storico che richiederebbe una profonda preparazione nelle scienze politiche, sociali ed economiche. Oggi siamo portati a distinguere il leader dalla sua “corte”: il primo può anche apparire carente dal punto di vista culturale (basti pensare a Berlusconi e a Trump); tuttavia, se ci fidiamo, tendiamo a supporre che egli sia circondato di collaboratori competenti e di consiglieri “esperti”. Purtroppo, quasi sempre scopriamo che nella corte del leader figurano personaggi nei confronti dei quali si fa fatica a provare una stima sufficiente. I politici hanno importanti incarichi amministrativi. Qui entra in gioco la specificità “locale”, ossia la rilevanza dei beni culturali, delle specifiche questioni ambientali, della gestione del territorio. Facciamo un esempio che ci è caro. La città di Roma è unica al mondo. E tutto il mondo ce la invidia. Ora, ci si aspetterebbe che il suo amministratore, il sindaco, sia all’altezza della situazione. È così oggi? Qui entra in gioco il colpevole connubio tra leader demagogici e populisti e una popolazione inerte e inconsapevole.
Si è detto: il politico ideale di Plutarco avrebbe dovuto agire nell’interesse esclusivo dei cittadini. Traslato nel periodo storico attuale, ciò equivarrebbe a sostenere che un politico dovrebbe prendere decisioni vantaggiose per tutti. Tuttavia sappiamo che oggi il politico è generalmente “di parte”. Le persone più avvertite hanno una naturale diffidenza per coloro che pretendono di parlare a nome di tutti. È questa infatti l’essenza dei movimenti “populisti” che, volendo apparire come movimenti rivolti a tutti, finiscono per scadere nella più becera demagogia. Il consiglio iniziale di Plutarco, oggi, nella moderna democrazia, non può essere ascoltato. La nostra prospettiva è cambiata. Dopodiché, venendo agli anni più recenti, il politico deve muoversi sotto la minaccia di una crisi economica e finanziaria di inedita gravità. Qui si tratta di “interpretare” la crisi e cercare di corregge i fattori che l’hanno determinata. Ma è possibile farlo? È possibile farlo in un solo paese? In un’economia globalizzata, questo proposito sembra irrealizzabile.
L’Italia si muove nell’ambito della UE. In questo ambito allargato, chi stabilisce i provvedimenti economici da prendere? E poi, chi subisce di più la crisi economica attuale? L’elevato debito pubblico ha imposto una “politica di austerità” che ha finito per colpire – come sempre accade in questi casi – gli strati sociali più deboli. Si è verificato un attacco generalizzato ai diritti dei lavoratori, una stagnazione dei salari e una crescita rilevante della disoccupazione. I politici che attuano questa politica economica sono generalmente chiamati “tecnici”, dato che i leader – o gli aspiranti tali – preferiscono non “sporcarsi le mani”. Ma ci dobbiamo comunque chiedere: questi politici e questi “tecnici” agiscono da soli o sono espressione dell’establishment economico del paese? La “coscienza di classe” oggi significa soprattutto la consapevolezza che c’è un “potere” economico oligarchico, in alcuni casi “nascosto”, ma comunque ben organizzato, che impone scelte economiche rilevanti a tutti i cittadini. E allora bisogna guardare a chi giovano queste scelte.
Il politico appare così nella sua figura essenziale: quella di essere un “mediatore”. Il politico non controlla il “potere reale”. Egli funge da tramite tra tale potere e il consenso dei cittadini. Per dirla in breve il politico, oggi, è un cacciatore di consenso nei riguardi di interessi reali, consolidati, che formano la struttura del potere economico. È la confusa coscienza democratica, l’abbassamento del livello culturale, la ridotta capacità critica della popolazione che consente a questo politico-mediatore di imporre le regole degli interessi della parte che egli realmente rappresenta, spacciandoli come interessi comuni a tutti. Anzi, parlare di fare politica “negli interessi di tutti” appare oggi un vero e proprio ossimoro.
Ma giungiamo, infine, alla domanda che è nel titolo di questo intervento. Può esistere oggi un’etica universale, valida per ogni uomo politico? La risposta è in gran parte negativa. Non mentire? Non fare i propri interessi? Non essere mediatore degli interessi dell’oli-garchia dominante? E chi se lo aspetta più. Quello che vorremmo, per il nostro politico ideale, è che egli sappia prendere posizione, in maniera esplicita ed aperta, a favore degli interessi di una determinata classe sociale, non per bontà o cortesia, ma perché egli sa che questa classe è portatrice di progresso e civiltà per tutti indistintamente. Il politico deve essere “partigiano”. E come i partigiani che hanno contribuito a liberare il nostro paese dalla tirannia nazi-fascista nella speranza di dar vita ad una “nuova” democrazia, egli deve rivolgersi a coloro che non hanno posizioni di privilegio da difendere e, per questo, possono assumere il ruolo di classe dirigente non escludendo nessuno dalle regole democratiche.  

1 Pubblicato, a cura di Mario Scaffidi Abbate, per la Newton & Compton Editori, 2005.
2 Non c’è bisogno di ricordare che gli schiavi non avevano alcuna rappresentanza politica.

 

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