Mercoledì, 20 Settembre 2017 16:53

Ecologia dei ricchi e dei poveri

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Che cosa c’entra mai la NASA, la famosa agenzia statunitense per la ricerca e i voli spaziali, con l’economia ambientale ? Eppure la NASA (pur con alcune riserve) ha contribuito ad un recente studio, apparso nella rivista “Ecological economics” e che sta sollevando varie polemiche, su una nuova visione dei rapporti fra popolazione, risorse e ambiente. Il primo capitolo di qualsiasi libro universitario di ecologia spiega come si comporta una specie (e noi donne ed uomini apparteniamo a una dei milioni di specie animali viventi) quando trae nutrimento da un territorio di dimensioni limitate e in cui quindi è grande, ma non illimitata, la disponibilità di cibo.
Il numero degli individui della specie aumenta dapprima rapidamente, quando gli individui sono pochi e il cibo è abbondante; poi l’aumento rallenta a mano a mano che comincia a scarseggiare il cibo e infine la popolazione tende a stabilizzarsi in modo che ciascuno abbia cibo sufficiente; questa è una approssimazione, perché nel processo di trasformazione degli alimenti si formano delle scorie che in parte possono essere rimesse in ciclo e diventare fonte di nuovo cibo, in parte sono nocive e fanno rallentare la nascita di altre individui o addirittura provocano la morte di una parte della popolazione che così diminuisce.
Quello che avviene in natura avviene anche nelle comunità umane che non solo traggono alimenti dai vegetali e dagli animali, ma hanno bisogno anche di altri ”alimenti” indispensabili per la vita sociale e “civile”: minerali da trasformare in metalli, combustibili che “nutrono” le fabbriche, scaldano le case, muovono le automobili e forniscono elettricità, pietre da utilizzare per costruire edifici, eccetera. E’ il grande metabolismo della vita delle comunità umane che ogni anno estraggono dall’ambiente naturale (acqua esclusa) qualcosa come 50 miliardi di tonnellate di “cose utili” e rimettono nell’ambiente naturale, come scorie e rifiuti, circa la stessa quantità di materie gassose, liquide e solide. Nel caso della specie umana, quindi, si assiste ad un continuo impoverimento delle riserve di minerali e di combustibili e della fertilità del suolo, e ad una crescente contaminazione dell’aria, delle acque e del suolo ad opera dei rifiuti.
Questo è il quadro che spinge alcuni ambientalisti a proporre limiti ai consumi e alla crescita della popolazione, e, più realisticamente, costringe i governi ad adottare le politiche economiche “verdi” dirette a limitare i rifiuti e a razionalizzare l’impiego delle risorse naturali e dei prodotti non rinnovabili. Con quanto successo lascio ai lettori giudicare. La ricerca di cui parlavo all’inizio parte dall’osservazione che non tutti i terrestri sottraggono risorse alla natura e producono rifiuti nella stessa maniera e ha provato a dividere i terrestri consumatori e inquinatori in due “classi” che ha chiamato, per semplicità, “ricchi” e “poveri”.
L’idea non è irrealistica perché effettivamente nell’intero pianeta ci sono circa 2000 milioni di abitanti di paesi che si potrebbero chiamare “ricchi”, circa 2000 milioni di individui “poveri” e circa tremila milioni di abitanti di paesi che sono metà-ricchi e metà-poveri, quelli in via di industrializzazione, Cina, India, Brasile, con drammatiche differenze al loro interno. Per analogia a quanto avviene in natura, quando due specie si contendono lo stesso nutrimento limitato, anche nella comunità umana i ricchi sottraggono grandi quantità di risorse dalla natura e generano grandi quantità di rifiuti anche se il loro numero aumenta di poco; le popolazioni degli altri paesi traggono minori, ma crescenti, quantità di risorse dalla natura, producono minori, ma crescenti, quantità di rifiuti e aumentano di numero rapidamente, in ragione di circa 70 milioni di nuovi individui all’anno.
Gli studiosi hanno provato ad analizzare il possibile andamento futuro di questa situazione, utilizzando equazioni matematiche ricavate da quelle che descrivono la concorrenza fra diverse specie animali che si nutrono dello stesso cibo. Se la situazione continua come oggi, un crescente numero di “poveri” cercherà di appropriarsi di una crescente quantità di risorse naturali al cui possesso aspirano però anche i ricchi; da qui prospettive di guerre per le materie prime; di migrazione di poveri verso i territori dei ricchi. Nello stesso tempo i crescenti consumi sia dei ricchi sia dei poveri provocano alterazioni naturali che si traducono in danni e costi. Tutti questi fenomeni appaiono tanto più gravi, quanto maggiore è la differenza fra ricchi e poveri. Una nuova lettura della lotta di classe ?
Per ora si tratta di modelli matematici, ma alcuni fenomeni, come i conflitti per la conquista delle risorse forestali o minerarie o energetiche (dall’America Latina, all’Africa, all’Ucraina), le grandi migrazioni, il crescente inquinamento sia nei paesi industriali sia in quelli arretrati, l’insuccesso dei tentativi di accordi internazionali per limitare le emissioni di “gas serra” (gli inquinanti che fanno aumentare la temperatura terrestre e che vengono da fabbriche, centrali e automobili) e di altre sostanze nocive, la perdita di fertilità dei suoli per eccessivo sfruttamento, eccetera, sono sotto i nostri occhi.
L’analisi risulta ancora approssimativa ma il quadro che ne emerge è realistico e potrebbe servire come base per nuove ricerche e soprattutto per nuovi orientamenti di politica all’interno dei vari paesi e a livello internazionale. L’ecologia ha ancora molto da insegnare all’economia e alla politica.

 

Giorgio Nebbia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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