Martedì, 12 Ottobre 2010 02:00

Un'architettura senza dei

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manhattanNella città di New York, soprattutto nel distretto di Manhattan, un edificio, spettacolare per la sua altezza, forma e trasparenza, non potrà mai essere un corpo estraneo al tessuto urbano. Anzi ne definisce la grandiosità e opulenza, si fa segno inconfondibile dell'identità economica americana. Famosi architetti hanno contribuito a rendere tale la Grande Mela. Essi si sono sfidati, esibiti in una gara di bravura con costruzioni esemplari, integrandole nel naturale sviluppo dinamico della città, anche grazie allo zelo di amministrazioni comunali responsabili. Sotto questo aspetto New York con la sua Manhattan è l'archetipo per eccellenza dell'architettura moderna. Una quasi perfetta razionalità urbana. Nuovi grattacieli svetteranno a Ground Zero in memoria delle Twin Towers. Ma il distretto di Manhattan è un paradigma con il quale pochi quartieri al mondo, possono competere quanto a genius architettonicus. Altri potrebbero farlo solo in virtù di un pari sviluppo e un'autentica innovazione urbana. Ma si è guardato soprattutto al terziario avanzato: grandi uffici, grandi centri commerciali,musei, sedi per la cultura, lo spettacolo, lo sport: non si è guardato alla città nel suo insieme.

Una città realmente moderna non deve relegare la modernità a una sola parte di essa e per il resto essere un agglomerato di edifici senza ordine, né equilibrio architettonico. Così abbiamo una netta dicotomia tra giusto senso  e   degrado  e   l'architetto  si  dimostra autoreferenziale, scevro da responsabilità sociale e spesso non all'altezza di compiti impegnativi. Ma quanto più egli è capace, tanto più la città ne beneficia. Quanto più interviene positivamente nella dialettica abitativa e sul piano urbanistico, tanto più ha senso il costruito. Un senso che risente fortemente della speculazione di imprenditori-conquistatori su vaste aree per una edificabilità nient'affatto intelligente e priva di dignità urbana. Sotto quest'assenza di scrupolo sono state seppellite ogni virtù professionale e ogni progettualità innovativa. E che dire dell'abusivismo per omessa vigilanza degli addetti al controllo, evidentemente interessati a chiudere un occhio, se non tutti e due? A causa di ciò una città rimarrà sempre soggetta ad un incompiuto sviluppo. Allora mi pongo la domanda: qual'é oggi lo stato dell'architettura di cui potremmo andare fieri nella nostra città: Roma, "Caput Mundi"?.Risponderei: sconfortante. Potrei dire paradossalmente che esiste l'architetto e non l'architettura, l'urbanista e nonl'urbanizzazione. No! Non faccio un'affermazioneprovocatoria, ma oggettiva. Fate una fotografia d'insieme della città, togliete tutto ciò che è storico e poi traete le conclusioni: drammatiche per degrado, bruttezza e senza ordine.
groud zeroGli ultimi recenti progetti conclusi e in via di conclusione affidati dall'amministrazione capitolina, in cerca di gloria, ad alcuni grandi architetti, vorrebbe dimostrare che la città staevolvendo al pari di capitali europee meglio risolte nei loro piani urbanistici come: Parigi, Berlino, Londra, Barcellona. Tuttavia l'argomento dell'innovazione e dello sviluppo nella nostra città rimane secondario. Mentre è prioritaria la scelta dei soggetti protagonisti voluti  per soddisfare  precise ambizioni.  Ma non sempre un progetto è valido nella sua ideazione. Spesso avviene che la particolarità, spettacolarità e unicità rimangono come elemento monumentale, estraneo, come oggetto alieno che non si lega con il linguaggio architettonico circostante.
Si parla di diverso evoluto e lo sarà di sicuro se pensiamo a progetti conclusi e in corso d'opera come: la Nuvola di Massimiliano Fuxsas, l'Ara Pacis di Meier , il MAXXI di Zaha Adid, l'Auditorium di Renzo Piano. La pubblicistica di settore chiama questi autori Archi-star. Costoro hanno saputo unire la professione alla politica, la politica al successo,il successo al business. Infatti, dominano la scena da primi attori senza chiedersi se il loro repertorio interessi il pubblico  fruitore,  per   esempio,   quello  dei quartieri suburbani degradati, nei quali si sprigionano tensioni e disagio sociale che bisognerebbe risolvere, prima di pensare alle grandi opere, con appropriati e radicali interventi di buona architettura e logicità urbanistica. Ma le Archistar prediligono tutto ciò che può assegnargli l'aureola del primato attraverso importanti incarichi per grandi lavori. Non ci sarebbe nulla di male, se ciò fosse preceduto da uno schietto confronto con le pubbliche amministrazioni, poco inclini ad intervenire con giudizio sul tessuto urbano, e con i comitati cittadini. Una migliore città non si forma indipendentementeda una logica costruttiva di sviluppo oltre che dalla qualità architettonica. Abbiamo invece la personalizzazione, dell'opera architettonica, fine a se stessa, disarticolata e disaggregata dal contesto: la particolarità esprime solo spettacolarità, la spettacolarità esula dalla collettività. Gli appellativi non debbono suggestionare. Le loro audaci forme architettoniche non possono sublimare carenze di ordine ed equilibrio. Invadere un'area con dimensioni fuori scala, quando si sarebbe richiesto un più razionale  rapporto di volumi, significa aderire alla nuova retorica della monumentalità dove tutto deve'essere clamoroso. Una esaltazione della personale creatività. Sono le soluzioni d'insieme che definiscono il tutto e non la singola opera architettonica. Da sole l'originalità e importanza architettonica non risolvono il degrado leggibile nell'orrendo scenario delle periferie urbane e suburbane, testimonianza di un fallimento urbanistico senza appello.. Ma cosa si sarebbe dovuto fare per la nostra città ? Evitare certi progetti ambiziosi? No! Ma avremmo dovuto prima abbattere gradualmente l'orrendo costruito e poi introdurre ordine ed equilibri architettonici per una migliore vivibilità urbana.   
Occorre una nuova pedagogia dell'abitare. Allora avremmo di sicuro reso migliori la città, che noi stessi. Gli architetti dovrebbero capirlo più dei politici che contribuire a risolvere le grandi sfide per la vivibilità delle città è un dovere. A cosa mi serve un bell'edificio per la cultura, se poi il mio quartiere è  degradato, la strada ingolfata, i marciapiedi stretti, il verde divorato, l'aria irrespirabile. A cosa mi serve stupirmi delle grandi opere architettoniche, se ciò che mi circonda è degrado che mi degrada.? Ma per le Archi-star paiono più importanti il successo e la gloria, attraverso gli assolo, che la soluzione d'insieme. Roma non è New York, le sue periferie non sono il distretto di Manhattan. Ma queste periferie potrebbero prenderlo come esempio per darsi dignità e modernità. Se così avverrà avremo sconfitto l'enfasi, la retorica e la deità delle Archi-star e ottenuto un libero confronto di idee e progetti per il futuro della città.

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