Lunedì, 05 Aprile 2010 02:00

I limiti della modernità

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modernita4 newE' noto che il senso comune della modernità si regge sulla rivoluzione dei diritti contro il potere assoluto, in Francia nell' 89, che riesce a stabilire nuovi valori e rappresentanze politiche di gover­no. Contemporaneamente inizia in Inghilterra la produzione organizzata che diciamo "industriale" e si formano gli stati – nazione con i loro regimi parlamentari elettivi.
Da qui deriva il senso che acquisisce il termine dimoderno, che passa ad assumere altri valori in connessione con "nuovo" e "progresso", che sono termini molto più forti. Nuovo ha il valore della rottura con il passato o, per meglio dire, dell'as­senza di passato. Progresso implica l'idea dell'e­voluzione progressiva, dinamica, dell'andare avanti, dell' apertura al futuro.
L'Illuminismo ha una straordinaria consapevolez­za dell' originalità dei propri connotati storici e culturali che, con l'ironia e la parodia, non perdonano nulla al vecchio mondo. Tuttavia nello stesso termine tedesco che sta per Illuminismo (Aufklarung) è presente un' ambivalenza. Da una parte esso dice che siamo in presenza di un rischiaramento, di un processo in cui la luce sconfigge le tenebre, si afferma e si installa nella sua splendida luminosità. Dall'altra significa an­che "illuminazione" che ci rimanda al linguaggio e alla parola nascosta, originaria, perduta, a un' età di gestazione e di trapasso ad una nuova era, a un travagliato  periodo di trasformazione, mentre anche già appare, come in un lampo, la piena struttura del nuovo mondo.

Dunque il  moderno non ha un solo volto, né costituisce un' unica realtà : c'è la luminosa immagine della modernità, della ragione, della filosofia, dell' utopia, con cui appare la prima modernità che cambia l'attrezzatura mentale ed è la ragione contro la tradizione e l'autorità. A ciò si contrappongono diversamente lo spirito dissacratorio e di rottura del modernismo delle avanguardie letterarie e artistiche, con le loro componenti notturne e di­struttive; la modernizzazione economica, tecnico-scientifica e "istituzionale" con la sua ferocia, che espelle i contadini dalle terre comuni e le trasfor­ma in proprietà privata, distrugge il sistema di relazioni sociali per subordinarle al mercato capi­talistico, avviando la grande trasformazione che nell'Ottocento subordina all'economia i rapporti sociali. E c'è anche la modernità, fin qui trascura­ta, degli altri, di quanti, gruppi umani o popoli, l'hanno subita, ne sono stati esclusi o vi sono stati immessi a forza, quella degli altri che della moder­nità avrebbero fatto volentieri a meno e non ci hanno lasciato, se non eccezionalmente, la loro immagine. E ognuno di questi modi di essere ha la sua temporalità, con sfasamenti rispetto agli altri, che complicano ulteriormente le cose e ci dovrebbero rendere cauti rispetto alle semplifica­zioni sulla cosiddetta globalizzazione, cioè sulla crisi della modernità che l'avvento del postmoder­no ha comportato. Soprattutto dovrebbero farci capire che la modernità non ci ha portato a un mondo unificato, bensì a una pluralità di mondi, come oggi possiamo ben vedere. E a questo punto viene spontanea una domanda: la classe operaia, non quella ideale ma quella storicamente determinata, ha condiviso i valori della moderni­tà? Direi di sì, anche troppo. In alcune situazioni arretrate, come la Russia o la Cina, dove la borghesia non era in grado di realizzare il progetto moderno, essa si è sostituita alla borghesia per realizzare questo progetto. Ma ha saputo vera­mente andare oltre la modernità? Purtroppo direi di no, tranne che nelle teorizzazioni di qualche dirigente o di qualche avanguardia. Anche dove la classe operaia è stata al potere ha prodotto una accentuazione estrema dei valori dell'eguaglianza e dello stato sociale, ma non è riuscita veramente ad andare oltre. Dobbiamo allora ricercare dei nuovi soggetti sociali? Certamente sì, ma la domanda mi sembra francamente prematura. Essa presuppone una capacità di azione politica che non siamo in grado di svolgere ora.
E infatti la posta in gioco oggi è il valore paradigmatico dei nuovi cambiamenti, se essi siano da collocare all'interno del moderno e lo ridefiniscano, o ci pongano di fronte a un radicale mutamento di società di cui si delineano gli aspetti peculiari, e le prospettive che essi aprono o gli scenari che si rendono possibili.
Forse non siamo di fronte a una nuova era, ma a una nuova condizione, in quanto possiamo riconsiderare la modernità e riflettere su di essa.E dunque solo ora, che il progetto moderno è giunto al crepuscolo, diviene possibile comprendere cosa esso sia. La postmodernità è la modernità emanci­pata dalla sua falsa coscienza, che conosce i suoi limiti e critica la sua straordinaria ambizione, essendo diventata consapevole della sua natura. 
Ciò muta il ruolo della cultura e degli intellettuali, che non è più quello di stabilire regole e standard assoluti, che non esistono, ma di diventare inter­preti e mediatori dei costumi e delle culture. Da qui l'idea che il postmoderno sia la realizzazione critica e libera dello spirito moderno, il suo sapersi incompleto e aperto a diverse possibilità.
Mi permetto di fare un solo esempio. È noto che uno degli elementi del postmoderno è la crisidello stato nazionale. A questa crisi concorrono diversi fattori che sarebbe troppo lungo elencare in que­sta sede. Uno dei principali rimane, a mio avviso, l'incapacità che lo stato nazionale ha dimostrato di incidere veramente e in maniera duratura sui mec­canismi economici. Di conseguenza riproporre og­gi una qualche versione di economia nazionale mi sembra decisamente poco realistico. D'altra parte la formazione del mercato mondiale capitalistico non ha prodotto, né può, a mio avviso, produrre un governo integrato dell'economia mondiale, ma può solo produrre i disastri che ben conosciamo. Tutto questo naturalmente non ci può dire nulla sul modo in cui questa integrazione potrà realizzarsi, ma ci mette comunque sulla strada di una ricerca puntuale sui cambiamenti in corso.

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