Domenica, 04 Aprile 2010 02:00

Una metafora per l'oggi

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ulisseL'Odissea rappresenta una serie di vicissitudini di suggestivo significato allegorico con al centro la figura di Ulisse, che seppe difendersi e difendere i suoi compagni dai pericoli del viaggio. Il capitolo più esaltante del racconto è l'approdo dell'eroe nell'amata Itaca. La fine della vicenda è una lezione per noi contemporanei, sulla quale riflette­re per contrastare le insidie che condizionano la nostra esistenza. Prendiamo il mercato, i media, la politica. Essi sono i cardini di un sistema integrato da cui dipendiamo. Il mercato, per la parte consumistica di beni diversi, determina l'economia di scambio nella "libera" concorrenza, sviluppa sistemi finanziari sofisticati e catastrofici, una produzione industriale, al di sopra delle necessità e consumi superflui attraverso le sirene della pubblicità e l'uso della psicologia di massa. Un condizionamento perfetto. I media, per parte loro, presentano di solito le notizie con l'obiettivo di indirizzare le opinioni degli utenti prescindendo dall'obbiettività e qualche volta dalla verità dei fatti. Usano scoop, che puntano a suscitare emotività, scalpore e niente altro.

La TV detiene il primato della diffusione con un coacervo di programmi per la maggior parte seducenti ma diseducativi: talkshow e reality, che producono ignoranza e cattivi esempi tra i giovani, orientandoli verso stili di vita, linguaggi, comportamenti e cattivi esempi. Una volta la formazione dei giovani avveniva ad opera di due storiche istituzioni: famiglia e scuola, genitori e maestri, due entità complementari fondamentali. La politica, usa le stesse tecniche persuasive. Pubblicizza e propaganda, propaganda e pub­blicizza attraverso individui interessati alla cura della propria immagine, al proprio tornaconto e al potere sfacciatamente personale. Da una società televizzata, sempre meno reattiva, è difficile ottenere un giudizio obbiettivo, che la metta al riparo dai danni di programmi d'intrattenimento, informazione e dibattito sicuramente nocivi. Alla fine tutto è passivamente assorbito. Svanisce ogni risorsa critica. E l'intelligenza marginale della minoranza non basta a liberare le coscienze in­trappolate. Lo sconfitto è il telespettatore-utente, il consumatore consumato. Chiuso nel silenzio della passività quotidiana consuma il tempo, sepa­rato dagli altri, dai figli, dalle mogli, da se stesso. Impoverito nello spirito, il televizzato non ha la capacità di apprezzare e capire il valore di ciò che ha perso o sta perdendo. Qualcuno disse che ognuno è figlio del proprio tempo. Noi siamo figli sottomessi della televisione, del mercato, dei media, della politica, che sono il segno del nostro tempo, un segno totalmente negativo. Ora, tor­nando all'inizio del discorso, possiamo dire che Ulisse, nella sua odissea, agì sempre come il caso richiedeva. Si servì dell'astuzia per ingannare il male e dell'intelligenza per liberarsene. Colpì a morte i Proci, beffardi, usurpatori e parassiti, ri­prendendosi ciò che gli era caro. Noi, oggi, vuoti di memoria, insipienti e irretiti mortali, non aspi­riamo neppure, nell'odissea di questo nostro tem­po, a ciò che diciamo di avere più a cuore, l'Itaca della coscienza, della ragione, del rispetto umano. Non siamo come Ulisse. Forse siamo anche con­sapevoli, ma restiamo impietriti in una attesa mes­sianica. Ma il Messia dov'è? In fondo all'abisso.

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