Domenica, 24 Febbraio 2013 08:07

Sul rapporto tra scienza e filosofia

- di

trasparenzeQuando s’indica ciò studiano gli scienziati, si adottano termini come “fatti”, “fenomeni”, “processi” : spesso la scelta dell’uno o dell’altro termine è casuale e intercambiabile. Anche i filosofi usano da sempre questi termini, ma talvolta essi danno loro un significato particolare, facendo loro assumere un ruolo caratterizzante per una determinata visione del rapporto soggetto-oggetto nell’acquisizione di conoscenze. In altri termini, ogni sistema filosofico ha una sua gnoseologia. Il grande sviluppo della scienza, anche sul piano istituzionale, dopo la rivoluzione scientifica del ‘600 ha reso il problema un po’ più articolato, avendo la conoscenza scientifica assunto una grande importanza teoretica, assumendo il ruolo di modello di conoscenza per ad altre forme di sapere per il suo rigore logico e metodologico. A poco a poco, con un processo graduale e con qualche eccezione, i filosofi-scienziati (come Cartesio e Bacone) hanno lasciato il posto agli scienziati di professione, ai quali non erano richieste particolari conoscenze filosofiche, così come ai filosofi di professione non veniva più chiesto di possedere le competenze scientifiche più avanzate. Solo nel XX secolo è stata istituzionalizzata un’ulteriore divisione del lavoro ed è nata ufficialmente la filosofia della scienza, in quanto campo di ricerca sui generis, con propri specialisti e un proprio status accademico. Il rapporto dialogico tra scienza, filosofia della scienza e filosofia tout court ha costituito nel XX secolo una delle caratteristiche centrali dello sviluppo del pensiero occidentale. In particolare, la riflessione critica sulle nuove scoperte scientifiche ha continuato a coinvolgere la ricerca filosofica da diversi punti di vista (ovviamente includiamo nella conoscenza scientifica anche la matematica e la logica matematica). 

Il rapporto dialogico di cui parliamo ha conosciuto momenti di convergenza, ma anche momenti di distacco e contrapposizione. Sappiamo che tuttora esistono posizioni filosofiche che assegnano al sapere scientifico e al sapere filosofico diversi livelli di contatto col “mondo”.[1] Alcuni filosofi hanno, anche in tempi recenti, tentato di creare una distanza incolmabile tra scienza e filosofia. Per questi filosofi la conoscenza scientifica deve essere relegata nell’ambito della ricerca sul particolare empirico, come raccolta di “dati” colti nella loro immediatezza, il cui risultato è una realtà frammentata, incapace di farci comprendere la “totalità” organica del mondo nella sua realtà storica, ovvero il “senso” dell’essere o l’ “essenza” delle cose. La scienza, orientata soprattutto alle applicazioni pratiche, non sarebbe mai stata in grado di produrre quegli enunciati universali che toccano i temi profondi dell’ “essere nel mondo”, enunciati che sarebbero invece l’oggetto proprio della ricerca filosofica. Soprattutto la filosofia idealista ed esistenzialista ha continuato a perseguire, evitando il più possibile la ricerca scientifica, l’obiettivo di portare il pensiero a diretto contatto con la realtà del nostro vivere nel nostro tempo storico e quindi alla piena autocoscienza dell’uomo come essere spirituale ed emozionale. Una tipica conclusione degli idealisti era, tra l’altro, l’asserzione che, a differenza della filosofia, la scienza non avrebbe mai avuto “storia”, essendo il suo sviluppo una semplice accumulazione di nozioni specifiche. Ne segue che lo sviluppo cronologico della scienza non può essere paragonato allo sviluppo della filosofia, che, sola, possiede una “storia” in senso proprio.
Non ci sogniamo nemmeno di affrontare questo problema in tutta la sua complessità. Ci limitiamo soltanto ad alcune osservazioni sul loro “funzionamento” quando ci riferiamo ad uno degli ultimi scienziati-filosofi a pieno titolo, la cui opera ha avuto un peso importante sulla riflessione scientifica e filosofica degli ultimi 150 anni circa.  Ci riferiamo all’opera di Karl Marx, che oggi sembra tornare al centro di numerose discussioni le quali, proprio per il carattere peculiare del loro oggetto, vanno dal campo accademico a quello politico. Come sappiamo, Marx ha individuato nel materialismo storico e nel materialismo dialettico i perni filosofici della sua nuova concezione del mondo, e nel contempo non ha mai rinunciato a caratterizzare come “scientifiche” gran parte delle sue acquisizioni, continuando a dare alla conoscenza scientifica in generale un ruolo fondamentale nel progresso sociale, culturale e politico del mondo.
Evitando la discussione sul materialismo storico e dialettico, poiché essa meriterebbe considerazioni troppo ampie, ci limiteremo al Marx scienziato (anche se taluni negano che un simile personaggio sia mai esistito). Per questo motivo, useremo contro le filosofie antiscientifiche alcune argomentazioni che hanno un carattere generalmente culturale, anche se l’obiettivo di fondo resta quello di migliorare l’interpretazione dell’autentico pensiero marxiano. La prima argomentazione riguarda invece l’immagine della scienza che essi tendono ad avallare. È vero che gli scienziati, per ottenere risultati rilevanti devono restringere il loro campo d’indagine. Ma ciò non vale per tutte le loro scoperte e proprio gli ultimi due secoli hanno conosciuto rivoluzioni scientifiche capaci di investire non solo l’intera disciplina di riferimento ma anche le sue relazioni con altre discipline. Senza parlare del fatto che tali rivoluzioni hanno indubbiamente avuto un’enorme portata filosofica. Si può negare che le scoperte circa la formazione e l’evoluzione delle specie biologiche, compresa la specie “uomo”, da parte di Darwin non abbia avuto valore filosofico?[2] Lo sviluppo della conoscenza scientifica ha finito per trasformare profondamente la visione del mondo in cui viviamo, certamente non solo per lo sviluppo della tecnica ad esso direttamente o indirettamente collegato. Di analoga importanza, anche come sviluppo e integrazione delle concezioni darwiniane, è stata, nel XX secolo la scoperta del codice genetico e delle molecole che ne sono portatrici. Chi parla di “frammentazione” della realtà o è in malafede o non ha capito nulla.  
Quanto appena detto ci mette di fronte alla preoccupante miopia di chi sostiene che la scienza non ha storia. Evidentemente i grandi cambiamenti nel mondo della scienza coinvolgono l’intera epoca storica in cui avvengono che contribuisce a formarne il contesto. Per chi abbia studiato un po’ di storia della scienza la posizione suddetta appare talmente ridicola da non meritare di essere nemmeno discussa.[3] Siamo per altro convinti che anche Marx abbia compiuto una rivoluzione scientifica in campo generalmente economico. Con l’aggiunta che l’acume filosofico di Marx ha anche saputo mettere in evidenza la grande portata storica e culturale delle proprie scoperte e abbia potuto così mettere in piedi un’intera corrente di pensiero con tutte le conseguenze politiche che ne sono conseguite. Studiare i meccanismi di formazione, affermazione, funzionamento del capitalismo non vuol dire fare “filosofia”, ma vuol dire fare ricerca scientifica nel senso più autentico del termine.
Scendendo in particolari più “tecnici” e quindi rivolgendoci all’evoluzione dell’epistemologia in tempi recenti, sappiamo oggi quali sono i problemi che non sono riusciti a risolvere coloro che hanno tentato di fondare la conoscenza scientifica sull’idea di certezza del dato empirico immediato. Ormai possiamo tranquillamente affermare che il “programma di ricerca” neopositivista abbia fatto il suo tempo. Anzi, che abbia prodotto “scoperte” che hanno, dialetticamente, finito per ribaltare i suoi assunti originari. L’epistemologia si muove ormai in una nuova era e rilevante summa dei neopositivisti assomiglia mosto, per analogia, alla fisica classica, oggi soppiantata dalla fisica contemporanea. Per dirne una, oggi si sente ormai comunemente dire che «le osservazioni sono “cariche” di teoria» e che gli esperimenti si svolgono entro contesti determinati, richiedendo comunque una “interpretazione”. Altro che dati immeditati la cui unica rilevanza concettuale sarebbe il loro valore numerico! Gli scienziati fanno esperimenti per risolvere problemi posti dalle conoscenze teoriche acquisite; è veramente ingenuo pensare che gli scienziati s’imbattano a caso nei dati sperimentali e li presentino poi ai teorici chiedendo loro di spiegarli.
Torniamo all’opera di Karl Marx. Essa trova la sua peculiarità appunto nel non cercare partizioni assolute, ma di mettere in evidenza criticamente i nessi tra le sue acquisizioni scientifiche e quelle dei suoi predecessori, mostrando il significato metodologico e filosofico della “transizione” concettuale che egli proponeva. L’atteggiamento critico era anche alla base del suo impegno contro l’ideologia, ossia contro quei pregiudizi nascosti, accolti tacitamente, che spingevano talora i contributi dei suoi predecessori a fornire una visione distorta e mistificata della realtà che essi pretendevano di spiegare. In questo rapporto tra sviluppi teorici e realtà s’inseriva a pieno titolo la visione dialettica per cui la costruzione delle astrazioni concettuali non poteva prescindere dai cambiamenti in atto nella realtà stessa. La pretesa di fornire visioni “naturalistiche” del rapporto tra esseri umani e produzione materiale di merci era, in questa prospettiva uno degli aspetti che caratterizzavano meglio il suo approccio. Potremmo definire Marx come scienziato critico per eccellenza. Ma non solo, il particolare campo d’indagine, l’economia politica, nel contesto storico in cui egli andava proponendo le sue tesi, nonché un atteggiamento che potrebbe apparire idiosincratico, ma che invece deriva direttamente dal suo impegno filosofico, lo portava a impegnarsi nelle battaglie politiche tout court, fino ad assumere il ruolo di punto di riferimento dei movimenti della sinistra socialista dei suoi tempi.
Un personaggio così complesso non poteva non essere oggetto di critiche, di interpretazioni divergenti, di vere e proprie contraffazioni. E, checché se ne dica, il dibattito su Marx e sulla sua produzione scientifico-filosofica è sempre stato attuale. Il motivo è semplice: Marx parla soprattutto dei rapporti sociali di produzione che sono ancora in vigore, ossia parla del capitalismo. In più lo fa dialetticamente, collocando il capitalismo in un orizzonte storico, ipotizzandone gli sviluppi e le trasformazioni, giungendo addirittura a stabilire il carattere intrinsecamente contraddittorio di un sistema economico e politico, destinato quindi ad una “crisi” definitiva e ad un suo definitivo superamento. Oggi, in un periodo in cui i vari fattori di contraddizione e di crisi del sistema capitalistico appaiono sempre più evidenti, il pensiero di Marx comincia a ritrovare interesse e vari studiosi riprendono lo studio delle sue opere, alla ricerca di nuove indicazioni e di un chiarimento più completo e approfondito. Attenti quindi a coloro che tendono a separare il Marx scienziato dal Marx filosofo e il Marx filosofo dal Marx politico. Per questi motivi, siamo convinti che la deformazione intellettuale di chi tenta di separare (se non addirittura di negare) il Marx scientifico dal Marx filosofo derivi, in ultima analisi da un atteggiamento politico intrinsecamente conservatore se non addirittura reazionario.
Mi chiedo allora, per concludere: per assolvere al proprio compito la filosofia deve conoscere e comprendere le teorie scientifiche? Se esse rappresentano una forma di conoscenza del mondo reale esterno, hanno comunque conseguenze filosofiche rilevanti anche per la comprensione della totalità? Non si potrebbe dire allora che la filosofia dovrebbe “con-cretizzarle” non in una visione assoluta della “totalità spirituale”, ma in una “concezione unitaria del mondo”, ossia in un’ipotesi sulla totalità dei rapporti tra uomini e degli uomini con la natura, che senza lo sviluppo delle conquiste della conoscenza scientifica sarebbe vuota (o fantastica)? Naturalmente il posto di Marx nella costruzione di questa nuova concezione sarebbe centrale, proprio perché la sua opera è sintesi di storia, filosofia e conoscenza scientifica.


 
[1] Usiamo questo termine nel senso più generale possibile, includendovi, oltre agli accadimenti naturali, anche le relazioni sociali, i modi di pensare, i problemi ritenuti rilevanti, ecc.
[2] Non dimentichiamo che Marx dedicò Il capitale proprio a Darwin.
[3] Per esempio il giovane filosofo Diego Fusaro, nel suo recente libro Minima Mercatalia (Bompiani, 2012), scritto con l’intenzione di fondo di ricollocare filosoficamente Marx nella tradizione idealistica, illustra la sua visione della forma specifica di conoscenza che sarebbe quella “scientifica” proprio per creare una demarcazione netta con la forma “filosofica”. Secondo lui, «Il principale capo d’accusa che si porta oggi contro la filosofia e a sostegno della scienza recita che solo la seconda è concreta». In verità, sostiene Fusaro, «lungi dall’essere “concrete” come pretenderebbero, le scienze empiriche segnano il trionfo dell’astrattezza [ossia di quell’atteggiamento] che fraziona la realtà e la analizza nelle sue singole parti “astratte” […], decontestualizzate e isolate rispetto alla totalità a cui sono organiche […] Dal canto suo, solo la filosofia segna il trionfo della concretezza, poiché essa soltanto è, hegelianamente, scienza della totalità, avente per oggetto l’intero, ossia le singole parti “con-crete”, esaminate nel loro “con-crescere” in un costante rimando reciproco dal quale è possibile inferire la totalità espressiva del proprio mondo storico e delle sue contraddizioni». Dunque Fusaro configura una netta differenza di ambito e di portata tra scienza e filosofia in quanto modi diversi di tendere alla conoscenza della verità. Da un lato, l’ “astrattezza del particolare”, dall’altro «la comprensione e la valutazione della totalità, ossia del proprio orizzonte storico globalmente considerato». Contestando a Fusaro il carattere del tutto obsoleto della sua immagine della scienza, non vogliamo negare le differenze nei risultati conoscitivi delle ricerche scientifiche, filosofiche, epistemologie e di storia della scienza; vogliamo solo contestare il fatto che la filosofia possa trascurare “dall’alto” i risultati di tutti questi campi di attività della conoscenza umana.

Letto 2305 volte

Lascia un commento