Mercoledì, 29 Dicembre 2010 01:00

La confusione e il programma

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Mario CapannaTerminiamo con questo numero la carrellata di Terzapagina sul decennio ’68 – ’77. E’ il momento di fare alcune considerazioni sulle rivolte studentesche e giovanili non solo di ieri ma anche di oggi. Più in generale sul passato e sul presente.
Va innanzitutto evidenziata la differenza di fondo fra il ’68 e le agitazioni attuali contro la riforma Gelmini per evitare accostamenti fuorvianti.
Nel 1968 noi studenti eravamo animati da una forte spinta ideologica, volevamo l’”assalto al cielo”, l’abbattimento dello stato capitalistico borghese in un momento in cui esso non era così decrepito come noi immaginavamo, non era – come si vide – una “tigre di carta”. Questa contraddizione, assai profonda, fu completamente ignorata dai leader maximi del movimento, e quindi si produssero fughe in avanti, settarismi infantili, incapacità dialettica nella prassi. Tutto ciò portò via via all’isolamento della nostra protesta e infine alla sconfitta nello scontro con la strategia della tensione architettata nei sottoscala dello stato, ignobile miscuglio di vili attentati e teoremi giudiziari devianti. Tale strategia fu sostenuta dal cosiddetto “arco costituzionale”, ovvero da tutti i partiti che avevano contribuito a redigere la Costituzione democratica e repubblicana. Di conseguenza, del ’68 rimasero macerie e neppure un caposaldo, un presidio consolidato da dove ripartire in una seconda fase della nostra storia. Resta vivo, comunque, l’esempio di coraggio e di generosità dato da quei giovani studenti e lavoratori che si batterono contro il vecchio mondo, le sue guerre imperialistiche (Vietnam, Palestina), le sue ingiustizie e disuguaglianze sociali, le sue ipocrisie pubbliche e private. Molti di loro, va ricordato, in questa battaglia lasciarono la vita.
Oggi i giovani, certo anche per la frattura storica che si è creata, mostrano una carica ideologica evanescente, avanzano rivendicazioni particolari, separate, pressoché corporative, non intendono portare l’assalto al cielo, non si sognano neppure di travalicare l’orizzonte dell’ordine costituito, dello stato capitalistico borghese. Eppure questo ordine costituito e questo stato sono oggi in pessima salute, la crisi globale ne sfalda le fondamenta dopo lunghi anni di saccheggio dei prestigiatori della moneta, i visi pallidi della City, accumulatori famelici di capitali anonimi e segregati. Lo stato non è in grado di soddisfare le richieste minimali degli studenti anche perché - ironia della sorte - è gravato da un debito enorme contratto per la grande paura suscitata dal Decennio della Ribellione.
Che fare? Dobbiamo in primo luogo comprendere, giovani e no, che la crisi in atto non è né transitoria né ciclica, è una crisi di sistema, ossia dell’impianto e delle strutture portanti dello stato. Dobbiamo comprendere, e lo comprenderemo, che oggi non servono nuovi governi, nuove coalizioni grandi o piccole, da pescare nel pantano di una democrazia per niente rappresentativa arroccata a Montecitorio e a Palazzo Madama. E’ del tutto evidente che oggi bisogna chiedere, a noi stessi e non ad altri, il NUOVO STATO per lo sviluppo e per il futuro di tutti, non ad esempio per quello politico-carrieristico dell’on. Fini e dei suoi seguaci.
E che dire di un altro campione di lungimiranza come il progressista Bersani? Egli proprone al centrista Casini un patto per la lotta al “berlusconismo”, proprio a lui che del Cavaliere è stato prima alleato e ora concorrente. Come si fa a non capire, o a far finta di non capire, che Berlusconi non è arrivato dallo spazio, non è un alieno a se stante. Il Cavaliere è il prodotto più genuino di una Italietta che si è costituita pian piano dagli anni ’80 in avanti dopo la chiusura dei grandi complessi industriali, la rottamazione dei grandi collettivi operai, la dispersione del tessuto sociale in una miriade di partite IVA con conseguente arretramento di rapporti di proprietà già antidiluviani, di rapporti di lavoro tornati ope legis al caporalato, di relazioni produttive degenerate nel subappalto del subappalto del subappalto. Alla crescita di questa Italietta hanno contribuito tutti i partiti della seconda repubblica, quelli di nuova formazione e quelli riciclati, i loro economisti, giuslavoristi, sindacalisti, opinionisti ed altri apprendisti stregoni. Tutti costoro sono responsabili del parto di questa Italietta di borghesi piccoli piccoli, di questa provincia stracciona del tardo impero capitalistico usuraio e parassita, visto che ha smesso di produrre beni materiali e genera soltanto bolle finanziarie-immobiliari che scoppiano una dopo l’altra seminando miseria.
E dunque che progresso possiamo aspettarci dall’alleanza del progressista Bersani con il centrista Casini, se non una deprimente transizione dal “berlusconismo” al “casinismo”? E ancora che possiamo aspettarci dal governatore di sinistra ecologica Vendola, mago delle primarie, il quale si è detto certo di poter incantare come una sirena persino l’elettorato di destra, quando due anni e mezzo fa ha incantato così poco quello di sinistra da ritrovarsi fuori del Parlamento nazionale? L’on. D’Alema ha ironizzato malizioso: “ Io preferisco vincere le secondarie”. Una vecchia canzone romana faceva così: “Se sente ‘no stornello, risponde un ritornello, che coro vie’ a senti’ Nanni, Nanni ”.
Meno male che la crisi mondiale sta sconquassando questa Italietta, meno male che in questo sconquasso c’è tanta confusione.
C’è tanta confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente. La frase è celebre. In realtà, però, la situazione potrà dirsi eccellente solo se avremo alcune idee chiare, riunite in un Programma preciso, come un raggio di luce, da tradurre nella pratica con l’ausilio di quadri politici non professionisti, ma di coscienza elevata, lontani anni luce dagli “uomini senza qualità” che vediamo rotolare come birilli da una parte all’altra dello schieramento parlamentare.
Per quanto mi riguarda ho un paio di idee da proporre.
La prima è che con il voto il popolo non riesce più a far sentire la propria voce e quindi l’esercizio del diritto elettorale, pur sacrosanto, è diventato inutile. Non è colpa dei cittadini: i meccanismi della democrazia rappresentativa sono stati talmente sviliti da leggi elettorali “porcata” e dal comportamento degli eletti, che ormai è impossibile non dico affermare, ma persino esprimere correttamente la volontà popolare. Il crescente fenomeno spontaneo del non voto deve pertanto tramutarsi in un atto consapevole di disubbidienza civile, in uno strumento per togliere qualsiasi legittimità a parlamenti e governi non rappresentativi del popolo. Il non voto, se usato coscientemente e dentro un Programma di alternativa reale è anche uno strumento nelle mani delle classi diseredate e subalterne in un paese dove la metà delle famiglie deve spartirsi le briciole del 10% della ricchezza totale, mentre un’ infima minoranza (un decimo delle famiglie) possiede quasi la metà di questo patrimonio.
La seconda idea è che con una distribuzione tanto iniqua della ricchezza nazionale e con una crisi mondiale come quella in atto non è possibile realizzare nessuna vera riforma, si tratti di università o giustizia, di fisco o welfare, per non parlare di politiche di sviluppo in grado di elevare i redditi delle famiglie dissanguate. Delegittimati i parlamenti e i governi non rappresentativi attraverso il non voto come arma di disubbidienza civile, si apriranno spazi più ampi all’applicazione pratica del Programma di alternativa reale fino al compimento della riforma primaria: il ribaltamento di rapporti di proprietà e di potere non più tollerabili attraverso l’azione democratica rivoluzionaria condotta dal popolo e dai suoi quadri politici.
Una evoluzione di questo tipo si sta affermando in Grecia dove il 51% degli elettori non è andato alle urne o ha annullato la scheda, delegittimando di fatto il governo di Papandreu, chiamato a svolgere un lavoro assai sporco: a riversare sulle spalle del popolo il carico della crisi, regalando contemporaneamente al Gotha finanziario internazionale tassi d’interesse usurai sul debito pubblico del paese. Papandreu, tra l’altro, ha sostituito Karamanlis, che precedentemente aveva sostituito lo stesso Papandreu: un girotondo farsesco. Adesso in Grecia si stanno svolgendo scioperi generali uno dopo l’altro, promossi e guidati da organizzazioni sociali autonome come il PAME e dal KKE, un partito comunista che, sebbene abbia incrementato notevolmente i suoi consensi elettorali, sembra volersi emancipare dal cretinismo parlamentare. Oltre all’Ellade, nel mirino nel mirino dei visi pallidi della City ci sono anche Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia.
Lenin, genio riconosciuto della politica, ha avvertito che nei momenti cruciali della storia, quando una nazione sprofonda nella crisi e scivola verso il collasso e la catastrofe, esistono due sole soluzioni possibili: quella burocratica reazionaria e quella democratica rivoluzionaria. Ogni altra strada è un vicolo cieco, un inganno.

In Italia la soluzione burocratica reazionaria ha già il suo alfiere in Silvio Berlusconi, portatore di una visione nazional-popolare, demagogica, corporativa e, ovviamente, repressiva. Egli vigila sugli interessi della grande borghesia nazionale e di tutti i borghesi piccoli piccoli, tutelandoli come può dalla voracità della finanza sovranazionale. Quanti invece, e sono i più, non condividono questa prospettiva retrograda, angusta e provinciale, debbono schierarsi senza indugio e tutti insieme per la soluzione democratica rivoluzionaria e unirsi a coloro i quali in Europa e nel mondo intendono percorrere questo cammino, l’unico cammino della salvezza.
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