Domenica, 07 Aprile 2013 00:00

Fine tragica di una crescita felice.

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"Se l'economia fosse quadrata il mondo non sarebbe più tondo". Invece il mondo e' tondo e l'economia non e' quadrata e le sue previsioni, le sue certezze sono costantemente improbabili. Per i convinti economisti liberisti il loro sistema, per la crescita avanzata della società, sembra essere sempre funzionale e funzionante. Invece ogni aspetto, della realtà produttiva di libero mercato, è sempre sottoposto a variabili indipendenti che contraddicono quanto dagli stessi viene pervicacemente sostenuto. La fallacia delle loro teorie, le crisi ricorrenti dell’economia liberista, adottata dalle democrazie occidentali, non solo provocano il malcontento sociale ma indeboliscono l’insieme della struttura civile e la solidità democratica con uno sconquasso generale dai risvolti drammatici. Questo non è un giudizio visionario o una definizione surreale della realtà attualmente vissuta, ma l’inequivocabile prova di quanto sta accadendo a causa di un sistema economico che ha imposto, come valore assoluto, la libera impresa, la ragione del profitto, l'eccessivo consumo, il libero mercato' tout court. Ciò, e non altro, ha determinato la i crisi economica odierna di Grecia, Spagna, Portogallo, Italia compresa. Per il nostro Paese è la più grave dai tempi della crescita felice, del boom degli anni 50/60 del secolo scorso. In quegli anni si credette di aver risolto già il futuro e invece fu solo un incanto economico sfatato dai successivi eventi di politiche dissennate. Tornando al problema della crisi attuale, gl'interventi di austerità adottati dai rispettivi governi per il risanamento del debito pubblico e quelli dettati dalla Comunità Europea per scongiurare la loro banca rotta e con essa il fallimento della stessa unità europea, rimangono al disotto delle necessità risolutive. Ma è bene sottolineare che la crisi attuale dell'economia di mercato globalizzato, dello sviluppo avanzato non coinvolge paesi come Brasile, India, Cina, avendo essi un PIL in forte crescita e, di conseguenza, una riduzione se pur relativa di povertà e un alzamento significativo di ricchezza delle classi medie. Per questi il tempo è dalla loro fino a quando non esauriranno la propria propulsività, o magari, perché asfissiati dall’inquinamento, o sommersi dai rifiuti o affamati da sempre meno risorse energetiche e più richieste di cibo. [1] Comunque tutti alla fine chi più chi meno, chi subito, chi in tempi più lunghi o avrà fatto o farà i conti con la perversa crescita esponenziale della produzione industriale, dei beni di consumo fuori scala, con le proprie contraddizioni interne e con i rapporti internazionali che tengono insieme mercati diversi ma non le rispettive economie frustrate dalla libera concorrenza del libero mercato globale. Dove il baso costo di mano d’opera di alcuni, Cina soprattutto già creano antagonismi tra stati, attraverso la minor qualità e maggiore quantità di beni prodotti tanto da mettere in crisi altre economie differentemente rapportate sul costo del lavoro e sul livello di produzione in serie. In ciò l'origine della crisi corrente che mano a mano si è fatta sistemica. Fatto grave è che i paesi coinvolti,non potendo più competere e ne tanto meno garantire ciò di cui la società ha avuto ed ha ancora bisogno: lavoro occupazione certezza, equità é impossibile aspettarsi il consenso e l’impegno delle masse meno garantite per arginare e magari risolvere la crisi in atto attraverso l'obbligo forzato. In esse purtroppo, come nei politici e negli economisti soprattutto, c’è più un attesa mascherata di ottimismo poggiante su speranze “miracolistiche” e no su soluzioni pratiche come dimostrato. Ma il materialismo dialettico non consente speranze mistiche. Esso le travolge tutte per potenza di scientificità politica, economica, per realtà dei fatti, fatti che inchiodano ogni astrattezza, ogni previsione ottimistica alla croce della verità storica. Come quella, economica sociale del 29 del secolo scorso, la più temuta oggi. Ma da allora molto è avvenuto sotto il sole, tanto che avrebbe dovuto far riflettere più attentamente per far rispondere più responsabilmente i politici dei governi che si sono succeduti. Sembra che non sia bastato. Infatti se si continuano a mantenere livelli di ricchezza di un Paese sviluppato, esempio il nostro, su % dove il 10% delle famiglie più ricche detiene il 45% della ricchezza, mentre il PIL si attesta a meno 1,5% la disoccupazione per inverso al + 27%, povertà delle famiglie + 8% a ridurre il potere d’acquisto delle famiglie, significa che qualcosa non quadra. E un Paese che non si struttura su parametri, più o meno, di uguaglianza sociale, democratica, economica esso non può sperare di rimanere indenne da crisi cicliche e ancor peggio dal rischio di una pericolosa conflittualità sociale. No basta dire serve più sviluppo, più competitività, come se fosse bere un bicchiere d’acqua. Ci vogliono politiche condivise e di grande livello culturale, non di parte e tanto meno esposte a visioni preconcette o ottuse che limitano l’integrazione economica della società, la distribuzione della ricchezza, la socializzazione dei beni e non come se questi fosse diritto di alcuni e non di tutti. In ciò il fallimento democratico.
A queste sostanziali necessità, fondamentali per una convivenza priva di conflittualità sociale, non sembra esserci altra soluzione. Anzi, la caparbietà dei fautori dell’economia-politica liberista è quella di continuare ostinatamente sull’identica strade che ha portato allo stato di crisi attuale. Su questo e sulla complessità, per l’intersecarsi di vari fattori e interessi materiali, si discute, ragiona con analisi “dotte” per un pubblico indotto a credere ciò che, il “profetico” economista, il lusinghiero politico, raccontano sulle pagine dei giornali o esternano nei talk show o nelle pubblicazioni soverchiamente esposte negli scaffali delle pubbliche librerie. Da tutto questo materiale critico, peggio opinionistico, non si ricava nessuna teoria sorprendente da utilizzare come diverso e sano modello economico. Non c’è autore, specialista che non tenti di formularne una. O che non risenta dell’influsso dei classici del pensiero politico-economico per poi edulcorarne o reinterpretarne a proprio modo il loro pensiero senza successo, rimanendo su un piano critico sovrastato da chi prima di loro e meglio ha capito i meccanismi del materialismo storico. C’è in molti degli attuali pensatori saggisti un complesso edipico che però non gli riesce soddisfare. Se oggi ci fosse veramente il reale interesse per affermare una migliore teoria economica, in questo caso non si può non considerare quella che più di altre contiene al suo interno categorie di valore scientifico che, con una sua aggiornata rivisitazione applicata all’oggi, alienerebbe ogni ingiustizia e declino sociale. Ma questa viene, purtroppo, genericamente denigrata come socialista o frettolosamente liquidata come obsoleta e posto all’indice dal potere dominante e dall’ignoranza, con la fortuna del primo e la disgrazia del secondo. Maledettamente l’ostinato e totale rifiuto di essa, la cecità culturale verso le sue indicazioni, la pervicacia a mantenere uno status quo ormai non più indenne dalle crisi strutturali del sistema economico vigente, a lungo andare, che se ne rendano conto, befferà anche i suoi detrattori, i privilegiati di classe i detentori del potere. Anch'essi pagheranno il fio del rovina globale. Detto ciò posiamo anche non credere che il mondo continuerà a girare per i prossimi milioni di anni. Ma non possiamo continuare ad accettare che la nostra irrazionalità vanifichi ogni sano proposito per un sistema migliore di governare l’economia, la società tutta. Presa coscienza di questo, e speriamo presto, si avvierà una nuova fase storica nella quale tutte le nostre illusioni, tutte le imposture create ad arte e tutte le impurità di una falsa coscienza dovranno per forza di cose crollare insieme a quel sistema economico liberal-capitalista creduto migliore.

 

[1] C'e' pure un'altra eccezione, quella di singole realtà economiche di singoli personaggi che si definiscono dei self made man. Capaci di aver fatto impresa attraendo e determinando, per la loro creatività, tendenze massificate al consumo dei loro prodotti. Costoro sono le élite dell'industria manifatturiera del lusso mondiale, delle nuove tecnologie che sanno ricavare, attraverso lo sfruttamento di mano d'opera viva a basso costo notevole plusvalore trasferendo i prodotti finiti in aree disposte a pagarli 100 volte tanto del loro costo di produzione. Questa enfaticamente viene definita bravura di fare impresa. Ma tolti dalle circostanze fortunate, dalle combinazioni casuali, dagli ambiti sociali particolari tutto sarebbe per costoro più difficile. È poi non c'è' genialità che paghi a sufficienza per ciò che essa ottiene attraverso il lavoro di milioni di mani. Einstein, valeva un botto!
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