Giovedì, 11 Aprile 2013 18:33

Una crisi sistemica?

- di

Obama MarxismoAssistiamo oggi ad una sorprendente ripresa degli studi sull’opera di Marx, sui suoi fondamenti scientifici e filosofici e sulla sua rinnovata attualità nella ricerca di una migliore comprensione della crisi economica che si va sviluppando nella maggior parte dei paesi capitalistici occidentali. Come tutti sanno questa crisi è esplosa sostanzialmente negli Stati Uniti nel 2008 e, per l’intreccio globale che da tempo manifesta l’economia di mercato, si è quasi immediatamente ripercossa in altri paesi ed in altre regioni. In particolare, è arrivata in Europa con conseguenze allarmanti nei paesi ad economia meno solida, caratterizzata da un ingente debito pubblico. Con un meccanismo inesorabile ha invaso, con minore o maggiore intensità, alcuni paesi, accumunati in un acronimo di per sé significativo: PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna, cui si è aggiunta last but not least l’Italia).

Non discuteremo qui le varie facce di questa crisi, né le scelte di politica economica che esse hanno prodotto. Entreremmo in un dibattito sul quale, solo in Italia, sono stati pubblicati centinaia di libri, saggi e articoli di giornale. Diciamo la nostra solo su un punto: sono rari in percentuale i testi che, non promettendo una rivoluzione del sistema economico, ma propendendo per il mantenimento dell’attuale assetto economico-finanziario (magari con qualche “riforma”), sono stati in grado di prevedere tempi e modi d’uscita da questa crisi e di ripresa generalizzata della “crescita”. Questo è un aspetto preoccupante dell’attuale congiuntura: sembra non trattarsi di una classica crisi “ciclica” cui il passato ci aveva abituato, ma di una “crisi di sistema”, che la situazione dell’economia globale, i fattori geofisici ed energetici, rendono in qualche misura stabile, se non tendente ad aggravarsi. Di questo il comune cittadino sembra non essersi accorto, il che lo porta a perseverare nell’attesa di un futuro “migliore”, come altre volte era successo. Ne deriva che uno degli aspetti più inquietanti della situazione è costituito dai nodi politici che verranno al pettine quando i cittadini cominceranno a perdere questa speranza. Se non si esce dalla crisi e non si avvia la ripresa economica, il capitalismo tradisce la sua essenza e il suo scopo, quello di essere un’economia senza limiti di sviluppo su tutto il pianeta. A quel punto la nostra economia si trasformerebbe in una situazione stagnante in cui si contrappongono ricchi e poveri, con pochi meriti per i primi e poche probabilità di “salto di qualità” per gli altri. Una specie di ritorno al Medioevo e alle società “signorili”.

Dire che Marx avesse previsto tutto questo è forse eccessivo, ma rileggendo alcuni suoi testi fondamentali è sorprendente trovare anticipazioni che appaiono quasi profetiche. Non solo ma è anche possibile trovare un atteggiamento non puramente “descrittivo”, come quello di molti economisti contemporanei, ma anche alcune ipotesi generali che indicano la via per trovare una “spiegazione” dei fatti cui stiamo assistendo. Questa spiegazione era stata contrastata per circa un secolo dall’economia post-marxista, e invece i dati che abbiamo sotto mano oggi sembrano corroborarla in modo sorprendente. È cio che fa Vladimiro Giacché in un intervento che è di recente apparso su Internet, intervento del quale ci sembra utile riassumere i punti principali.[1]

Nelle sue opere – e, in particolare, ne Il capitale (Libro terzo, Terza sezione) – Marx enuncia una legge che lega tra di loro il profitto p, il capitale variabile v, ossia la parte del capitale pagata agli operai come salario, e il capitale costante c, che è quella impiegata per l’acquisto dei mezzi di produzione, i macchinari, le risorse, i materiali, ecc. Una misura della efficienza della produzione e quindi del vantaggio dell’imprenditore (in un tempo fissato) è data dal rapporto p/(c + v), detto appunto “saggio di profitto”. Ora, dato che la concorrenza e l’esigenza di aumentare la produttività spinge il capitalista a investire sui mezzi di produzione e quindi sul capitale costante, ne segue che il saggio di profitto è destinato fatalmente a diminuire. Nelle parole di Marx: «tale progressivo aumento del capitale costante nei riguardi di quello variabile deve portare per forza di cose a una progressiva diminuzione del saggio generale del profitto, […] che non è altro che un’espressione tipica del mondo capitalistico dovuta allo sviluppo progressivo della produttività sociale del lavoro».

Giacché ci fornisce alcuni dati significativi al riguardo: «la più approfondita ricerca recente in materia dimostra una tendenza generale al calo del saggio del profitto negli ultimi decenni e il suo convergere su livelli simili nei principali paesi dell’Occidente industrializzato, sia pure con andamenti non uniformi. Particolarmente eloquenti i dati riguardanti Germani, Francia e Italia, che evidenziano un dimezzamento del saggio del profitto tra i primi anni Sessanta e i primi anni di questo decennio». Nello stesso tempo, secondo Giacché, «per intendere correttamente il significato della caduta del saggio del profitto in Marx, va comunque precisato che essa è in verità una tendenza alla diminuzione e non un crollo – tanto meno un crollo improvviso». Il capitale infatti mette in atto alcuni fattori di controtendenza che, con sempre maggiore difficoltà, ostacolano la realizzazione della legge. Sempre seguendo il contributo di Giacché, ne elenchiamo i principali.

La concentrazione dei capitali: un numero maggiore di lavoratori produce per lo stesso capitalista aumentando la massa dei profitti.

Aumento del grado di sfruttamento del lavoro, cioè accrescimento del plusvalore, soprattutto attraverso il prolungamento del tempo di lavoro (pluslavoro assoluto) e l’aumento della produttività (plusvalore relativo).

Compressione del salario al di sotto del suo valore

Ribasso del prezzo degli elementi del capitale costante: «il valore del capitale costante – che pur cresce continuamente – non cresce nella stessa proporzione in cui cresce il volume materiale del capitale costante, cioè l’entità materiale dei mezzi di produzione che sono messi in movimento dalla stessa forza lavoro».

La sovrappopolazione relativa che oggi si traduce nella pressione di un gigantesco esercito industriale di riserva presente nei paesi emergenti. Questo ha comportato una massiccia delocalizzazione di produzioni industriali verso i paesi di nuova industrializzazione.

Il commercio estero. In primo luogo l’ampliamento di scala della produzione «rende più a buon mercato tanto gli elementi del capitale costante, quanto quelli che formano direttamente il capitale variabile (mezzi di sussistenza necessari). In secondo luogo, la superiorità tecnologica delle merci prodotte in un determinato paese può consentire un sovrapprofitto nel fare concorrenza a merci prodotte altrove con tecnologia meno avanzata (lo scambio ineguale). In terzo luogo, l’investimento in paesi emergenti è vantaggioso perché in quei paesi il saggio di profitto è in generale più elevato e vi è un maggiore sfruttamento del lavoro.[2]

L’ampliamento della sfera del commercio, ossia di ciò che è commerciabile e viene messo a profitto, laddove prima era gratuito (si pensi alle risorse idriche) o laddove non era brevettabile (il genoma). Da questo punto di vista, negli ultimi decenni si è manifestata con prepotenza la tendenza alla colonizzazione di ogni ambito dell’esistenza da parte del capitale.

Aumento del capitale produttivo di interesse, ossia destinazione di una parte crescente del capitale all’investimento in obbligazioni o azioni (più in generale attività creditizie e finanziarie).

Torniamo ora alla crisi attuale e alla sua apparente ineluttabilità. Nei fattori di controtendenza sopra elencati si possono notare non pochi aspetti che caratterizzano, in misura variabile, lo stato attuale dell’economia. Tuttavia, per brevità, ci soffermeremo solo sull’ultimo dei fattori indicati, a cui vari autori e giornalisti danno il ruolo principale. Esso fa riferimento allo straordinario sviluppo che ha avuto la cosiddetta economia del debito negli ultimi decenni. Per esempio, fino al 2007, negli USA, la percentuale degli assets finanziari (patrimoni ottenuti dal credito statale e bancario, o dalla speculazione finanziaria, ai quali non corrispondono beni materiali) rispetto al PIL aveva raggiunto la quota del 373%. Ciò significa che, come dice Giacché, «La crisi attuale … rappresenta il precipitato di oltre un trentennio di crescita asfittica, di stentata valorizzazione del capitale, a cui si è risposto con la finanziarizzazione su larga scala. Questa esplosione della finanza e del credito ha avuto una triplice funzione: a) mitigare le conseguenze della riduzione dei redditi dei lavoratori, b) allontanare nel tempo lo scoppio della crisi di sovrapproduzione nell’industria, c) fornire al capitale in crisi di valorizzazione nel settore industriale alternative d’investimento ad elevata redditività».

Grazie all’economia del debito, coloro che percepivano redditi medio-bassi potevano accedere comunque al mercato (soprattutto al mercato immobiliare) ricorrendo a rateizzazioni e mutui. Sembrava così che si potesse realizzare il sogno di ogni capitalista: «un lavoratore che vede diminuire il proprio salario e però consuma come e più di prima» (Giacché)[3].Evidentemente questa strategia limitava uno dei principali difetti del modo di produzione capitalistico, ossia la tendenza alla sovrapproduzione, in base alla quale una percentuale notevole delle merci prodotte rischia di restare invenduta.[4]

Già Marx aveva intravisto questa possibilità, ma aveva soprattutto insistito sulla speculazione finanziaria che ne derivava. Infatti le imprese hanno potuto sostenere il peso dell’indebitamento usufruendo di prestiti a condizioni di tasso estremamente favorevoli. Ciò le ha spinte a “spostare” la ricerca di profitti dalla produzione tradizionale, ormai sovrabbondante, alle operazioni finanziarie tout court.[5] In sostanza, continua Giacché, «la crisi, una classica crisi di sovrapproduzione, è precedente lo scoppio della bolla creditizia. La bolla creditizia l’ha prima mascherata e poi, esplodendo, ha creato l’illusione si esserne la causa». Dunque, osserva Giacché richiamandosi a Marx, «dietro la crisi “creditizia e monetaria” (oggi si direbbe “finanziaria”), oltre al fallimento di speculazioni nate nel momento di massima espansione del credito, c’è insomma una crisi di sovrapproduzione e di realizzazione del capitale».

La crisi del 2007 ha avuto come effetto immediato un’enorme distruzione di capitale su scala mondiale. Nelle parole di Marx, «il macchinario che non viene usato non è capitale. Il lavoro che non viene sfruttato equivale a produzione perduta. Materia prima che giace inutilizzata non è capitale. Costruzioni che restano inutilizzate (altrettanto quanto nuovo macchinario costruito) o restano incompiute, merci che marciscono nel magazzino, tutto ciò è distruzione di capitale». I licenziamenti di massa che ne conseguono portano, come sappiamo, ad una diminuzione del potere contrattuale dei lavoratori. Ma il capitale è distrutto anche dalla caduta dei prezzi delle merci, con la conseguente bancarotta di molti imprenditori.[6]

Per scongiurare il peggio, dice Giacché, «è gradualmente emersa, in modo sempre più concreto e impellente, la necessità di un intervento pubblico per mettere a posto le cose, ripristinare livelli patrimoniali minimi nelle banche, evitare fallimenti troppo clamorosi». È come se le perdite dei capitalisti privati dovessero essere ripianate dal patrimonio dell’intera società. E chi ci dà garanzie sull’assennatezza di tali capitalisti? Si tratta di una specie di “socialismo alla rovescia” nel quale il patrimonio di tutti va nelle mani di pochi. I “diritti dei capitalisti” vanno a scapito dei “diritti dei lavoratori”. Ma ciò provoca una gigantesca trasformazione di debito privato in debito pubblico, che, qualora non avesse gli esiti sperati, potrebbe dar luogo a una nuova crisi sistemica.

Giungiamo alle conclusioni. Per Marx, «nelle contraddizioni, crisi e convulsioni acute si manifesta la crescente inadeguatezza dello sviluppo produttivo della società rispetto ai rapporti di produzione che ha avuto finora. La distruzione violenta di capitale, non in seguito a circostanze esterne ad esso, ma come condizione della sua autoconservazione, è la forma più evidente in cui si rende noto al capitale che esso ha fatto il proprio tempo e che deve far posto ad un livello superiore di produzione sociale».

 

[1] V.Giacché, Il ritorno del rimosso: Marx, la caduta del saggio di profitto e la crisi, relaz. al Convegno Marx e la crisi, Università di Bergamo, 23 aprile 2010.

[2] Marx precisa però che tutto questo vale per il breve periodo: «lo stesso commercio estero sviluppa il modo di produzione capitalistico e quindi la diminuzione in patria del capitale variabile rispetto a quello costante e produce d’altro lato sovrapproduzione in rapporto all’estero, perciò ha di nuovo alla lunga l’effetto opposto».

[3] L’indebitamento delle famiglie americane ha raggiunto nel 2007 un indebitamento pari al 100% del PIL.

[4] Come ha di recente osservato Marchionne, «le autovetture finanziate [acquistate a rate] in Europa sono tre su quattro».

[5] Come dice Giacché, «In effetti, se si esamina l’andamento dei profitti negli Stati Uniti, si osserva che – a partire dalla fine degli anni Novanta – quelli da attività finanziarie cominciano a crescere vertiginosamente […]: nei primi anni Ottanta il settore finanziario vantava il 10% dei profitti totali, proporzione salita al 40% nel 2007».

[6] I dati confermano questa situazione. Giacché mette in evidenza come nei soli Stati Uniti – tra il 2007 e il 2008 – il valore dei patrimoni (finanziari e immobiliari) detenuti dalle famiglie è diminuito del 14,7%; d’altra parte il calo del PIL mondiale nel 2009 è stato del 2,9%, il crollo del commercio internazionale del 12,5%, il tasso di utilizzo degli impianti è inferiore a 70% in molti paesi, la crescita delle bancarotte del 35% su scala mondiale e la crescita della disoccupazione di 60 milioni di unità (sempre su scala mondiale).

Letto 8560 volte

Lascia un commento