Mercoledì, 15 Maggio 2013 00:00

QUALE MERCATO

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mercato Una tendenza costante del pensiero umano è quella di attribuire indipendenza assoluta (nel senso ontologico del termine) a entità che, invece, sono soltanto prodotti dell’azione quando interagisce con il mondo circostante. Siamo, per così dire, indotti quasi spontaneamente a ritenere che esistano enti che sfuggono al nostro controllo e debbano pertanto essere lasciati liberi di svilupparsi senza alcuna interferenza da parte degli esseri umani. Questo è vero – almeno in una certa misura – per la realtà naturale, che non dipende da noi per la sua esistenza e può al massimo, ma sempre entro certi limiti, essere controllata quando intendiamo ottenere da essa certi risultati.
Tale tendenza diventa però assai pericolosa quando dalla realtà naturale si passa a quella storica e sociale. Esiste certamente un “mondo umano” creato da noi che, in quanto tale e nonostante l’opinione di positivisti vecchi e nuovi, è regolato da leggi diverse rispetto a quelle che sovrintendono al funzionamento del mondo della natura. E Max Weber aveva ragione nel notare che non vi può essere un unico metodo scientifico, applicabile in modo automatico a ogni livello della realtà.
Questo non implica che esista una sorta di mondo platonico in cui idee e teorie vivono una vita propria, del tutto sganciate dalle nostre capacità decisionali. Né significa ammettere che vi siano entità le quali, pur originate dalle nostre azioni e capacità concettuali, risultano impermeabili all’intervento umano. La storia del pensiero – non solo filosofico – è strapiena di siffatte entità che sono state “divinizzate”, rese così indipendenti da ogni intervento al punto che dovremmo essere noi a piegarci ai loro voleri, e non esse ai nostri. Abbiamo così assistito via via alla divinizzazione della storia, di una particolare classe sociale, dell’uomo concepito in termini astratti. L’ultimo tipo di divinizzazione, che oggi influenza in modo radicale le nostre vite, si riferisce al “mercato”.
E’ una storia curiosa poiché, da una parte, il mercato è uno dei pilastri su cui poggia la visione del mondo liberale (ammesso che a tale aggettivo sia ancora possibile attribuire un significato univoco). Dall’altra proprio il liberalismo si vanta di aver trovato l’antidoto per evitare le divinizzazioni di cui sopra. Tale antidoto è l’individualismo, vale a dire una concezione del mondo che antepone la libertà dell’individuo a qualsiasi altro valore. Notava a tale proposito François Furet che “del liberalismo c’è una visione economica, elaborata soprattutto dal pensiero filosofico scozzese, che crede nell’autoregolazione delle società attraverso il mercato, ossia nell’idea che gli individui entrino in rapporto conflittuale sul mercato per produrre e consumare, ma che allo stesso tempo dalle decine, centinaia, migliaia di antagonismi individuali nasca una specie di armonia generale. E c’è anche una visione politica del liberalismo che tenta di mettere in primo piano la difesa delle libertà individuali, ricusando la possibilità di poteri troppo forti. La prima è la visione di Adam Smith e Bentham, l’altra invece è d’ispirazione francese, ed è quella per intenderci di Constant e Tocqueville. Ma per entrambe queste tradizioni, il liberalismo nasce da un deficit della sfera politica, perché si fonda nei due casi sull’autonomia dell’individuo nella società civile”.
La mia impressione, tuttavia, è che in alcune analisi odierne al mercato venga attribuita una dimensione autonoma e incontestabile (che sfocia, per l’appunto, in una sorta di divinizzazione). Qualunque intervento umano rischierebbe secondo questa vulgata di compromettere i meccanismi spontanei che l’hanno generato. Occorre allora domandarsi se, tra l’infeudamento dell’economia alla politica da un lato, e l’individualismo quale unico metro di giudizio dall’altro, non esistano davvero altre strade praticabili. In altri termini, ci si può chiedere se è realmente necessario passare dalla santificazione dell’interventismo statale a quella del libero mercato. Rammentiamo che il fatto di aver concepito il mercato come una divinità ha a suo tempo impedito, negli Stati Uniti, qualsiasi regolamentazione dei derivati. Il risultato è decisamente folle, dal momento che oggi i derivati superano di gran lunga l’intera quantità di ricchezza prodotta annualmente nel nostro pianeta.
I frequenti richiami all’economia reale si basano - ritengo - proprio su constatazioni di questo tipo, sulla distinzione tra economia produttiva ed economia finanziaria. Non è detto che quest’ultima abbia sempre carattere speculativo, ma la crisi che stiamo attraversando dimostra che tale carattere ha acquistato un peso sempre più rilevante. Occorre quindi smetterla con le accuse di “lesa maestà” rivolte a coloro che invitano a ripensare il liberalismo e a considerare il mercato per ciò che effettivamente è: un prodotto dell’intelletto umano. Non è ragionevole ritenere che chi si muove in questa direzione sia uno statalista di ritorno. Altrimenti sorge il sospetto che nel campo liberale il dogmatismo abbia fatto breccia.
Analizziamo per esempio il tema dei mercati e delle ormai celebri agenzie di rating. Per molto tempo esse sono state considerate pressoché intoccabili. Poi, quando l’estate scorsa Moody’s ha declassato all’improvviso i nostri titoli di Stato, è finalmente intervenuta anche la UE facendo notare che, allo stato dei fatti, tale mossa non era giustificata. In quel momento l’allora premier Monti e il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco scesero subito in campo polemizzando con la nota agenzia americana. La stessa, detto per inciso, che aveva attribuito punteggi altissimi alla Lehman Brothers poco prima del suo clamoroso fallimento. Monti e Visco affermarono a chiare lettere, e con il consenso delle autorità europee, che l’altissimo dislivello tra i nostri Btp e i Bund tedeschi era artificiale: lo spread naturale sarebbe ben minore. E aggiunsero pure che questo spread artificiale è dovuto unicamente alla grande speculazione internazionale (che è poi in sostanza - e in gran parte - di matrice americana).
Ecco, allora, il punto cruciale. Di “quale” economia di mercato stiamo parlando? E soprattutto, di “quale” liberalismo? A molti appare chiara la necessità di una “revisione culturale” attuata dai liberali che li conduca verso posizioni meno rigide di quelle attuali. In altre parole, una revisione che non induca più a strillare quando qualcuno si azzarda a definire i mercati come prodotti umani piuttosto che meccanismi astratti indipendenti dalla volontà di chicchessia. Meccanismi lasciati gestire da programmi di software che procedono in modo automatico. La storia della “mano invisibile”, spesso considerata ancora un dogma che non può essere discusso, ha il fiato sempre più corto. Non è certo la prima volta che una simile percezione diventa così forte da non poter essere ignorata. Accadde già in occasione della crisi epocale del 1929, superata dopo che il danno era stato fatto e a prezzo di sacrifici immani.
La revisione culturale di cui prima si diceva non consiste solo nel tappare le falle come alcuni governi europei stanno tentando di fare. Dovrebbe spingersi ben più in là, poiché i giudizi delle agenzie di rating non sono il Vangelo. Qualcuno afferma che, essendo l’oligopolio delle agenzie sostanzialmente di marca USA, si dovrebbe reagire creandone una europea. Alcuni vantaggi forse ci sarebbero, ma resterebbe comunque immutato il vero nodo del problema: il conflitto d’interessi. Lo ha rilevato l’economista e banchiere americano Allen Sinai affermando che “il primo dei conflitti d’interesse avviene quando le agenzie devono emettere il rating sulle aziende ma vengono pagate dalle aziende stesse. Ovviamente non sono serene e spingono per acquisire il maggior numero possibile di incarichi: solo per i rating dei titoli subprime le agenzie hanno guadagnato un miliardo nel 2007 e facevano a gara per accaparrarsi le commesse elargendo con facilità la tripla A”.
La questione diventa ben più grave quando non si parla più di aziende ma di Stati. Moody’s ha proceduto al declassamento proprio mentre l’ex primo ministro Monti era impegnato negli Stati Uniti in un meeting con i grandi esponenti della finanza e dell’economia americana, dedicato alla cooperazione tecnologica e agli investimenti. Sinai ritiene sia un errore da parte delle agenzie non ascoltare le parti in causa e un numero il più possibile ampio di interlocutori. A chi desidera approfondire il tema consiglio la lettura di un volume assai interessante: I Signori del Rating. Conflitti di interesse e relazioni pericolose delle tre agenzie più temute della finanza globale, Bollati Boringhieri 2012. In esso si legge, tra l’altro, che “A dettare legge in materia di rating sono le tre agenzie più famose, che da sole detengono il 95% della quota di mercato mondiale dei giudizi (i quali vengono pagati profumatamente dalle società e dagli Stati che emettono titoli obbligazionari). Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch non sono però istituzioni neutrali: alla loro guida si trovano uomini e realtà che hanno particolari interessi e che sono particolarmente sensibili all’andamento del mercato e alle relative quotazioni di titoli azionari e obbligazionari”.
Credo che i pensatori liberali abbiano il dovere di riflettere seriamente su problemi di questo tipo, invece di continuare i lunghi – e spesso noiosi – dibattiti su chi è “veramente” liberale e chi no. Seguendo la lezione di Luigi Einaudi, dovrebbero ribadire il primato della politica sull’economia, sottolineare che l’attività economica non è immune dal giudizio etico, e riconoscere che non necessariamente “privato” significa “virtuoso” e “pubblico” coincide con “dannoso”. Senza tali elementi la revisione culturale prima citata è destinata a restare un sogno.

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