Mercoledì, 15 Maggio 2013 00:00

L'INDIGNAZIONE NON BASTA

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Qualche tempo fa scrissi, su questa testata, un paio di articoli in ricordo della protesta giovanile degli anni 60: "il decennio della ribellione". Lo feci riportando la memoria a quegli eventi che furono il segno di una frattura tra due diverse generazioni.
Le vicende di allora furono "un tuono che assordò chi voleva non sentire". Una autentica protesta giovanile che si manifestò con forza e determinazione, ma anche con una sorprendente capacità critica per cambiare e rinnovare un sistema di potere imposto dalle baronie universitarie, da un insieme di relazioni familiari e sociali ormai arretrate e dai rapporti economici dominanti in generale. Uno status quo che per i giovani studenti rappresentava un ostacolo a nuove forme di cultura, al progresso sociale e al libero sviluppo del loro futuro. Qualcosa cambiò. Ma non tutto ciò che essi volevano cambiare. Cambiarono abitudini e comportamenti, iniziò un importante movimento per l’emancipazione femminile, cambiò l’atteggiamento passivo degli studenti sia nella scuola, sia nell’università. Purtroppo non cambiò
Dell'esplosione di protesta studentesca di quegli anni più nulla di simile è accaduto se non come parvenza. Ciò può essere spiegato in molti modi, ma non è questo il mio compito. Io, mi limito solo ad una semplice considerazione di merito. In primo luogo penso che la netta separazione e il confronto tra un prima e un dopo, tra una generazione e l'altra non riguarda lo stereotipo del giovane contestatore, ma la diversa qualità culturale, il diverso rapporto con la realtà esistente nei rispettivi tempi. Una qualità culturale distinta anche per un altra importante ragione, che fu – per i giovani del’68 – la lettura dei classici del marxismo, nonché la evidente e significativa influenza dei filosofi della contestazione come Lukacs, Marcuse Sartre e via discorrendo, con le discussioni che le loro diverse posizioni alimentavano e quindi gli ulteriori approfondimenti che esse imponevano. Dunque la cosa importante fu che l'azione si mosse contestualmente con il pensiero. Il pensiero, al pari della coscienza, è il motore principe di ogni movimento. Nella generazione successiva, invece, a partire dagli anni 80 e fino ad oggi, al pensiero teorico si è andato sostituendo il pensiero “pratico” rivolto all’immediato e inquinato dal senso comune. Questa perdita di coscienza del reale – nella sua complessità – ha reso i tentativi di protesta meno efficaci, ha ridotto la capacità di formulare progetti alternativi, piani organizzativi efficienti.
Tuttavia, oggi, la situazione si è ulteriormente evoluta. I dati sulla disoccupazione, soprattutto giovanile, da noi come nel resto d'Europa è drammatica come non lo era negli anni ’80. Il predominio tecnologico in questi ultimi decenni ha modificato alcuni comportamenti sociali, ma non ha certo migliorato le condizioni socio-economiche generali e tanto meno ha aperto sicure prospettive per il futuro. L’uso di innovazioni tecnologiche come internet, cellulari, computer, se pur ha ampliato la comunicazione e interrelazione di massa, ha dall'altra inciso ambiguamente sull’atteggiamento psicologico dei giovani di oggi, che appaiono più vulnerabili, animati più dallo spirito di emulazione, che dal desiderio di affermare la propria personalità. Scollegati dai processi attivi della produttività per mancanza di lavoro, essi vanno sempre più chiudendosi negli spazi della rete in una sorta di sublimazione virtuale fatta di cultura illusoria, di relazioni stereotipate che alla fine accrescono l’isolamento dalle persone e dalla realtà.
Per la maggior parte di essi la rete è il loro “mare magnum”. Vi navigano alla scoperta di nuove isole sociali nella convinzione di soddisfare, illusoriamente, il loro ego mortificato dalla solitudine interiore e dalla loro stessa leggerezza verso aspetti importanti dell’esistenza umana. La rete è "il Giano bifronte", da un lato rende libera la navigazione, dall'altro permette al potere il controllo dei navigatori. Credo che la nuova generazione sia deficitaria di una coscienza sociale evoluta proprio perché acritica, non dialettica, opinionista, polemica, ovvia. Ristagna su modelli comportamentali non caratterizzanti, che deviano dalla responsabilità, sia soggettiva sia collettiva, di prendere di petto le cause strutturali del loro malessere. Non credo invece alla forza dell'indignazione che si esprime in rete, nelle piazze, nei cortei. Stephane Hessel, ha scritto un piccolo pamphlet con il quale esorta i giovani all'indignazione verso ciò che non risponde al rispetto e diritto della persona. Ma l'indignazione, di fronte alla barbarie del potere, è, come ho già detto, solo un atto morale e non sostanziale. Non può da sola mutare il corso delle cose, creando le condizioni in cui la volontà popolare possa ottenere ciò che le spetta. Se bastasse o fosse bastata la sola indignazione , non sarebbero servite le rivoluzioni. Pensate se alla domanda posta da Luigi XVI, nei giorni della presa della Bastiglia, ad un suo fedelissimo, se fosse una rivolta, avessero risposto “no Sire, è l'idignazione che sta montando nel popolo affamato. Luigi XVI, così tranquizzato, avrebbe allora detto: "che s'indignino pure, non mangeranno comunque". E tutto, per la monarchia dei Capetingi, sarebbe continuato con poco disagio e preoccupazione. L'indignazione non altera la struttura di potere, che sa bene come incanalarla, illuderla, metterla a tacere.
Di fronte ad un sistema che divora ricchezza, vanifica sforzi e sacrifici collettivi, come spiegano in negativo numeri in percentuali, l'indignazione, ripeto, non basta. Ci vuole coscienza e conoscenza delle ragioni reali che portano ad indignarsi. Ma oggi dove è possibile trovare queste forme di consapevolezza? Dove sono i giovani che rivendicano il miglioramento della propria condizione sociale, il diritto ad un ambiente più sano, ad una realtà meno criminale, quelli che si battono contro il Potere costituito che non risponde a ciò che essi chiedono? Dove sono finiti? Non si sa! Persi nel mondo dell'effimero, del superficiale, del consumismo illimitato, degli status symbols. Governi e partiti allineati a difesa di un diritto di parte, hanno sempre temuto i movimenti di protesta giovanili e le occupazioni universitarie, incolpando i loro protagonisti di disobbedienza violenta e comportamento politico illegittimo, negando che esse nascano dall'interesse di affermare i valori della democrazia in rapporto ai diritti mancati come soprattutto, scuola, lavoro. Oggi, gli indignati per la politica corrotta e oppressiva non possono limitarsi a pittoresche proteste di piazza, ma devono – per le ragioni sopra descritte – dare qualità alla loro tensione verso il cambiamento. La democrazia ha bisogno di cultura consapevole, capace di discernere gli obiettivi di reale importanza e agire di conseguenza. I giovani di oggi, i preposti del domani, riusciranno in questo? Per come stanno andando le cose ne dubito, convintamente.

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