Mercoledì, 15 Maggio 2013 00:00

MARX: SCIENZA, TECNICA E LAVORO

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industriaVogliamo commentare alcuni brani tratti dai Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica di Karl Marx (più comunemente noti come Gründrisse).[1] In particolare ci riferiremo al paragrafo il cui titolo inizia con «Il processo del lavoro – Capitale fisso. Mezzo di lavoro. Macchina. […]» (Vol I, p. 704 e ss.).
Il problema che viene affrontato dal testo marxiano riguarda il rapporto tra capitale e lavoro che si configura allorché il capitale è costretto ad una produzione sempre più automatizzata a seguito di una massiccia immissione all’interno del processo produttivo dei risultati della scienza e della tecnica. Riteniamo infatti che le conclusioni cui giunge Marx siano di grande rilevanza per la prospettiva storica che è sempre presente nella sua opera.
Per prima cosa Marx ribadisce alcuni concetti fondamentali: «il capitale che si consuma nel processo di produzione stesso, o capitale fisso, è in senso enfatico, un mezzo di produzione […]ed esiste esso stresso semplicemente come agente per la trasformazione della materia prima in prodotto». Come Marx precisa subito dopo, nel sistema di produzione capitalistico, il mezzo di produzione – elemento essenziale della dinamica della creazione di profitto – a seguito della sua crescente automazione acquista incide sullo stesso concetto di lavoro produttivo, prefigurando nuove prospettive per le sorti del capitalismo stesso . Per dirla con Marx, solo nel modo di produzione capitalista «[…] Il mezzo di lavoro percorre diverse metamorfosi, di cui l’ultima è la macchina o, piuttosto, un sistema automatico di macchine, … messo in moto da un automa, forza motrice che muove se stessa; questo automa è costituito di numerosi organi meccanici e intellettuali, di modo che gli operai stessi sono determinati solo come organi coscienti di esso».  Questa è la forma che il mezzo di produzione acquista per essere mezzo di una produzione prettamente capitalistica, giunta alla sua piena realizzazione. «L’attività dell’operaio, prosegue Marx, ridotta ad una semplice astrazione di attività, è regolata da tutte le parti del movimento del macchinario, e non viceversa. La scienza, che costringe le membra inanimate delle macchine ad agire conformemente ad uno scopo come un automa, non esiste nella coscienza dell’operaio, ma agisce su lui, attraverso la macchina, come un potere estraneo, come potere della macchina stessa».
Da queste righe potrebbe sembrare che ciò che Marx chiama “scienza” [2] sia un “prodotto intellettuale” strettamente funzionale al capitale. Non lo si può negare, ma solo se si resta nell’ambito della sua semplice funzione di perfezionamento dei mezzi di produzione. Il punto è che, da un lato, anche questa funzione parziale non è priva di contraccolpi per la stessa produzione capitalistica e, dall’altro, si tratta di una funzione che è appunto “parziale”, poiché la cosiddetta “scienza”, al di là di questo tipo di utilizzazione, può mettere in campo “invenzioni” o “scoperte” che ne fuoriescono e che possono prospettare scenari produttivi difficili da prevedere in anticipo. 
Prendiamo, per prima cosa, in esame il ruolo che, nella produzione capitalistica ha il lavoro produttivo, ossia il lavoro vivo, in quanto unico elemento della produzione che genera plusvalore. Marx precisa tale aspetto nei termini seguenti: «L’aumento della produttività del lavoro e la massima negazione del lavoro necessario è la tendenza necessaria del capitale. […] L’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, rimane così, rispetto al lavoro, assorbita nel capitale, e si presenta perciò come proprietà del capitale […]. In quanto poi le macchine si sviluppano con l’accumulazione della scienza sociale, della produttività in generale, non è nel lavoro, ma nel capitale, che si esprime il lavoro generalmente sociale […]. L’operaio si presenta superfluo, nella misura in cui la sua azione non è condizionata dal bisogno del capitale […]. Dare alla produzione carattere scientifico è quindi la tendenza del capitale e il lavoro immediato è ridotto ad un semplice momento di questo processo[…]». 
Qui si nota subito come Marx introduca un nuovo concetto, quello di lavoro generalmente sociale, di cui, in prima istanza, il capitale si appropria incorporandolo nelle macchine e rendendo sempre più superfluo il lavoro vivo dell’operaio. Occorre allora fare una precisazione fondamentale. Con le parole di Marx, «Come nella trasformazione del valore in capitale, così ad un’analisi più precisa del capitale, risulta che esso, da un lato, presuppone un determinato sviluppo storico delle forze produttive (compresa, tra queste forze produttive, la scienza), e d’altra parte lo forza ad andare avanti…. Ma se il capitale giunge a darsi la sua figura adeguata come valore d’uso all’interno del processo di produzione soltanto nelle macchine…, ciò non significa affatto che questo valore d’uso – le macchine in se stesse – sia capitale o che il loro esistere come macchine si identifichi con il loro esistere come capitale… Le macchine non perderebbero il loro valore d’uso quando cessassero di essere capitale (corsivo nostro). Dal fatto che le macchine sono la forma più adeguata del valore d’uso del capitale fisso, non consegue minimamente che la sussunzione sotto il rapporto sociale del capitale sia il rapporto di produzione ultimo e più adeguato per l’impiego delle macchine».
Dunque il valore d’uso della macchina automatica e quindi la sua conseguenza, ossia l’aver dato alla produzione un carattere scientifico, non appartengono di per sé ai rapporti sociali capitalistici. Un “affrancamento” di queste condizioni materiali della produzione del capitale dai rapporti sociali in cui esse sono per ora parte indispensabile è comunque perfettamente concepibile. Qui si comincia a intravedere il contenuto dialettico della crescita produttiva capitalistica. Al centro sta comunque il lavoro, ma la sua importanza si articola in due modalità d’esistenza tra loro differenti. Come dice Marx, «Nella stessa misura in cui il tempo di lavoro – la mera quantità di lavoro – è posto dal capitale come unico elemento determinante, il lavoro immediato e la sua quantità scompaiono come principio determinante della produzione – della creazione di valori d’uso – e vengono ridotti sia quantitativamente ad una proporzione esigua, sia qualitativamente a momento certamente indispensabile, ma subalterno, rispetto al lavoro scientifico generale, all’applicazione tecnologica delle scienze naturali da un lato, e rispetto alla produttività generale derivante dall’articolazione sociale nella produzione complessiva dall’altro – produttività generale che si presenta come dono naturale del lavoro sociale (benché sia, in realtà, prodotto storico). Il capitale lavora così alla propria dissoluzione come forma dominante della produzione».
Ecco che l’immissione massiccia nella produzione del lavoro  scientifico generale mette in luce un aspetto decisivo della contraddizione reale che la produzione capitalistica porta necessariamente con sé. 
Il primo aspetto di tale contraddizione è descritto da Marx in questi termini:  «È vero che, con questo processo,  la quantità di lavoro necessario alla produzione di un determinato oggetto viene ridotta ad un minimo, ma solo perché un massimo di lavoro venga valorizzato nel massimo di tali oggetti. Il primo lato è importante, perché il capitale riduce qui, senza alcuna intenzione, il lavoro umano (il dispendio di forza) ad un minimo. Ciò tornerà utile al lavoro emancipato ed è la condizione della sua emancipazione».
Ricostruendo l’intero processo, Marx continua: «L’appropriazione del lavoro vivo ad opera del capitale acquista nelle macchine […] una realtà immediata. È, da un lato, analisi e applicazione, che scaturiscono direttamente dalla scienza, di leggi meccaniche e chimiche, e che abilitano la macchina a compiere lo stesso lavoro che prima era stato eseguito dall’operaio. Lo sviluppo delle macchine per questa via ha luogo, però, solo quando la grande industria ha già raggiunto un livello più alto e tutte le scienze sono catturate al servizio del capitale; e d’altra parte le stesse macchine esistenti forniscono già grandi risorse. Allora l’invenzione diventa un’attività economica e l’applicazione della scienza alla produzione immediata un criterio determinante e sollecitante per la produzione stessa […] Nella misura in cui si sviluppa la grande industria, la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegato che dalla potenza degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro, e che a sua volta – questa loro powerful effectiveness – non è minimamente in rapporto al tempo di lavoro immediato che costa la loro produzione, ma dipende invece dallo stato della scienza e dal progresso della tecnologia, o dell’applicazione di questa alla produzione». Il secondo aspetto della contraddizione di cui si diceva è allora che si afferma una variabile indipendente per la creazione della ricchezza, ossia «lo stato della scienza e della tecnologia». 
Ecco aprirsi un nuovo scenario: «In questa trasformazione non è né il lavoro immediato, eseguito dall’uomo stesso, né il tempo che egli lavora, ma l’appropriazione della sua produttività generale, la sua comprensione della natura e il dominio su di essa attraverso la sua esistenza di corpo sociale – in una parola, è lo sviluppo dell’individuo sociale che si presenta come il grande pilone di sostegno della produzione e della ricchezza. Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova baseche si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa. Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare il suo essere la sua misura, e quindi il valore di scambio deve cessare di essere la misura del valore d’uso. Il pluslavoro della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non-lavoro dei pochi ha cessato di essere condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana. Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo. Subentra il libero sviluppo delle individualità, e dunque non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare pluslavoro, ma in generale la riduzione del lavoro necessario della società ad un minimo, cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico, ecc. degli individui grazie al tempo divenuto liberoe ai mezzi creati per tutti loro. Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro ad un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. Esso diminuisce, quindi, il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo – in misura crescente – la condizione (question de vie et de mort) di quello necessario.  Da un lato esso evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato. Le forze produttive e le relazioni sociali – entrambi i lati diversi dello sviluppo dell’individuo sociale – figurano per il capitale solo come mezzi, e sono per esso solo mezzi per produrre su base limitata. Ma in realtà essi sono le condizioni per far saltare in aria questa base. «Una nazione si può dire veramente ricca, quando invece di 12 si lavora solo 6 ore. Wealth (ricchezza reale) non è il comando di tempo di lavoro supplementare, ma tempo disponibile, fuori di quello usato nella produzione immediata, per ogni individuo e per tutta la società».
E infatti, aggiunge Marx, «La natura non costruisce macchine, non costruisce locomotive, ferrovie, telegrafi elettrici, filatoi automatici, ecc. Essi sono prodotti dell’industria umana: materiale naturale, trasformato in organi della volontà umana sulla natura o della sua esplicazione nella natura. Sono organi del cervello umano creati dalla mano umana; capacità scientifica oggettivata. Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale , knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale».
Non ci pare che occorrano ulteriori chiarimenti. Il sapere sociale generale, ossia la conoscenza intesa nel senso più ampio del termine, in quanto conoscenza oggettiva e per questo capace di mutare realmente le condizioni della produzione sociale, è utilizzata dal capitale per necessità e nello stesso tempo crea le condizioni per il superamento del capitale stesso. Finché è subordinata al capitale, esercita la sua funzione di aumento della produttività, ma poiché essa sussiste anche indipendentemente dal modo di produzione capitalistico, può diventare direttamente elemento trainante per la produzione di ricchezza e riduzione del lavoro necessario, configurando così una nuova forma di società.

 

[1] - Faremo riferimento all’edizione recentemente ripubblicata in italiano dalla casa editrice PGRECO.
[2] - Il termine “scienza” comprende qui un insieme di concetti che vanno dalla ricerca pura, alla ricerca applicata, fino alla tecnologia in senso stretto.

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