Domenica, 24 Febbraio 2013 04:38

L’uomo di scienza per la coscienza

- di

coscienzaUna rivoluzione scientifica, superando le precedenti visioni del mondo e le connesse credenze accreditate, è sempre un evento clamoroso, fondamentale per l’avanzamento delle civiltà. Bene! La ricerca scientifica in genere continua ad avere una grande spinta propulsiva per il miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità. Eppure sappiamo bene che l’uso di molte scoperte possiede un'ineliminabile ambivalenza. Gli esempi sono tanti e generalmente noti. Il più classico è la costruzione della bomba atomica. C’è poi l’inquinamento causato dall’impiego sistematico di sostanze chimiche dannose in agricoltura, nell’industria farmaceutica e nei processi produttivi in generale. Conosciamo anche il pericolo di un’estensione scriteriata dell’'ingegneria genetica. 
La ricerca tecnologica mostra questa ambivalenza in maniera ancora più accentuata. Gli strumenti sempre più sofisticati che essa produce (un esempio per tutti: il mondo delle telecomunicazioni) modifica abitudini, comportamenti, omologa mentalità. Per quanto riguarda la tecnologia, sappiamo bene che il risultato d’ogni ricerca e qualsiasi sua applicazione non sia sempre e comunque accettabile. Tutto ciò, qualifica e definisce ciò che è chiamato “modernità”, concetto sul quale dovremmo riflettere profondamente proprio perché caratterizzato principalmente dalle suddette contraddizioni.

Il punto su cui vogliamo insistere in queste brevi note è che quanto detto chiama in causa soprattutto l’uomo di scienza. Ovviamente parliamo dell’uomo di scienza deontologicamente ineccepibile, che non tragga conclusioni approssimative e non comprometta la propria dignità per l’utile personale. La denuncia che mi permetto di fare è che, salvo per qualche eccezione, l’uomo di scienza è generalmente latitante. I fisici parlano malvolentieri della minaccia nucleare e sono sorprendentemente divisi anche sul tema essenziale delle risorse energetiche. I genetisti continuano ad essere fortemente ambigui circa l’utilità di organismi geneticamente modificati. I geologi sembrano soccombere di fonte al continuo dissesto del nostro patrimonio idro-geologico (che essi comunque cercano di denunciare). Gli economisti presentano posizioni difformi e variegate, risultando strutturalmente inadeguati a fornire un qualsiasi orientamento razionalmente condivisibile. Nel frattempo, il consumismo, diffuso al limite del patologico e la mercificazione di ogni elemento di realtà distrugge valori, convivenza sociale, salute, trasformando in un idolo ciò che è il simbolo più evidente della nostra alienazione.
Per tutto questo siamo convinti che l’uomo di scienza non possa sottrarsi alle proprie responsabilità. Meno “interessato” dell’uomo politico, egli può realmente contribuire alla formazione di una nuova coscienza civile. Per questo il silenzio dell’uomo di scienza è a volte irritante. Egli è troppo defilato, chiuso nel proprio mondo privato, accademico, nella ricerca di  laboratorio, nella produzione di pubblicazioni specialistiche che sono certamente di ottima qualità, ma che raramente riescono a influenzare l’opinione pubblica. Occorre invece un impegno sociale più diretto, più incisivo, meno condizionato dal sistema di potere accademico. Ci auguriamo, insomma, che l’uomo di scienza si opponga con energia al disfacimento culturale cui stiamo assistendo. Ci auguriamo inoltre che si arroghi il diritto di competenza che la politica tende a ridurre, ponendosi al di sopra del turbine di opinioni senza fondamento di ragione e verità. Che, infine, renda più esplicite e accessibili le forme di sapere di cui la società ha bisogno, affinché le nuove generazioni non abbiano a patire dell'inettitudine di chi progetta male il loro futuro. Molti sono in attesa di udire le sue lezioni. Che si accomodino pure per darne, ma che lo facciano prima che il mondo si perda nella follia di una conduzione economica senza regole. Nessuno azzarderà dire: no! Non debbono. Questa sarebbe già una significativa quanto necessaria rivoluzione culturale. 

Letto 2889 volte

3 commenti

  • Link al commento Giuseppe Casamassima Venerdì, 29 Marzo 2013 08:08 inviato da Giuseppe Casamassima

    A difesa dello scienziato odierno, per cosi' dire, bisogna sottolineare che egli stesso non ha più' la statura intellettuale che si riscontra, invece, nello scienziato classico. Lo scienziato odierno non ha una visione del mondo cosi' ben strutturata da poter cogliere le conseguenze e gli effetti potenziali che, a medio termine, la sua attivita' di ricerca puo' determinare. Innanzitutto, perche' la sua ricerca stessa non e' in suo controllo: lo scienziato spesso lavora in laboratorio solo sullo sviluppo di un particolare aspetto di un certo problema, ottenendo risultati specifici che, a sua insaputa, saranno utilizzati magari da un altro team entro un quadro generale più' ampio. Ad esempio, uno scienziato che studia le reazioni delle cellule "y" di fronte alla proteina "¥" produce una serie di dati osservazionali che, a sua completa insaputa, saranno utilizzati in un altro laboratorio per elaborare un farmaco...oppure un virus. Quindi, come l'operaio alla catena di montaggio, lo scienziato perde di vista il risultato finale del suo lavoro di ricerca. Come un operaio intellettuale esegue un lavoro parcellare, che sara' utilizzato per altre vie dall'impresa che, in cambio di un salario, si appropria della proprieta' intellettuale dei dati osservazionali e sperimentali della ricerca. Per questo motivo fondamentale lo scienziato ha INCOSCIENZA dell'uso e delle finalita' della SCIENZA che egli stesso produce. Lo scienziato e' solo un ingranaggio della impresa di capitale che finanzia la sua ricerca, mettendo a disposizione della "nuda mente" dello scienziato i costosi mezzi di produzione della ricerca stessa (laboratori, attrezzature, sofisticati macchinari, ecc.). In secondo luogo, lo scienziato si forma gia' all'universita' con una visione specialistica e poi cresce, col lavoro di ricercatore, sviluppando un sapere settoriale che non riesce a cogliere l'intero. Un esempio e' eclatante: un medico specialista, ad es., un otorino-laringoiatra sa di naso e orecchio, ma non capisce nulla di extrasistole cardiaca o di dolori articolaro reumatici. Eppure e' un medico. Che si forma in una visione specialistica del corpo umano e della stessa scienza medica...figuriamoci rispwtto alla weltaunschaung sul futuro della umana civilta'. E, concludendo, anche uno scienziato team managera, che pure tiene sotto controllo tutti i risultati parcellari del suo team di ricercatori, ha una chiara e distinta visione del mondo (almeno non la ha di necessita', poi dipende dalla sua personale formazione culturale). Ad es., un grande scienziato come Zichichi e' stato esautorato dalla Giunta regionale della Sicilia, di cui era assessore, perche' "parlava sempre di raggi cosmici"...(e, forse, non capiva di politica, di economia o gli sfuggivano le dinamiche sociali della Sicilia, ecc.). In atre parole, Zichichi "parlava di raggi cosmici" ma non aveva una visione di come vanno le cose....cosi' ha spiegato Crocetta, il presidente della Regione Sicilia, ieri quando ha tolto la fiducia allo scienziato-assessore.

    Rapporto
  • Link al commento Renato Lunedì, 08 Aprile 2013 18:13 inviato da Renato

    Ho trovato il suo commento interessante. Ma nell'articolo sostenevo che lo scienziato, facendo parte della società civile, ed essendo sua parte attiva per fini necessari, non deve autoescludersi. L'uomo di scienza, al di là dei suoi impegni professionali, può impegnarsi nella comunicazione esterna e pur curando l'interesse del suo datore di lavoro, privato o Stato che sia, ha comunque il dovere, proprio per l'importanza del ruolo che riveste, di portare il suo sapere nell'ambito pubblico e non rimanere chiuso nei laboratori di ricerca o nelle sedi accademiche. Detto ciò ribadisco che il contributo diretto dell'uomo di scienza per la conoscenza delle tematiche attuali più importanti e sul giusto uso di molte scoperte scientifiche e tecnologiche prestate alla produzione industriale, è fondamentale. A maggior ragione oggi, allorché l’ignoranza e la disinformazione la fanno da padrone: per comprendere la natura, l'ambiente, le risorse energetiche, serve il suo impegno pubblico, togliendo alla disinformazione dei media, e all'uomo politico che li governa, per altri interessi, collusi, la gestione edulcorata, ottusa della comunicazione scientifica evitando così ancor più danni collaterali e irreparabili alla società civile. Non penso ad uno scienziato politicizzato, ma all'uomo di scienza che s'impegni per la pubblica conoscenza e soccorra una società a rischio di estinzione.

    Rapporto
  • Link al commento Ulrich Martedì, 09 Aprile 2013 11:07 inviato da Ulrich

    Sono d’accordo con Casamassima sul fatto che essere profondi non vuol dire entrare nei dettagli e spingersi nell’analisi di fenomeni particolari. La specializzazione non produce profondità. Al contrario è la visione complessiva, la capacità critica, la preparazione culturale allargata a consentire la profondità e quindi a sollevare problemi di interesse generale. Con una scoperta importante, gli scienziati possono incidere sulla nostra concezione del mondo. Lo fece Newton, lo fece Darwin, lo fece Marx. L’hanno fatto nel XX secolo scienziati come Einstein, Bohr, Heisenberg, Gödel, Crick e Watson. Nel frattempo dilagava la specializzazione e la chiusura in ristretti campi d’interesse. I filosofi avrebbero dovuto cogliere l’importanza delle grandi svolte nel modo di interpretare il mondo. Ma l’interazione tra scienziati e filosofi si è presto interrotta. Ne è nata una distorsione della cultura. I filosofi non capiscono più la scienza e si rifugiano nel nostro carcere esistenziale. Per loro il mondo naturale resta lo sfondo misterioso in cui trasciniamo le nostre vite. Ma, da questo punto di vista, ci sono opere artistiche, letterarie, teatrali, ecc. ciascuna delle quali vale oggi molto di più di un libro di filosofia. In generale la scienza offre a chi voglia comprendere problemi filosofici di grande portata, inimmaginabili senza il progresso scientifico. Alcuni (pochi) scienziati si occupano di problemi che esso cosinderano di “critica dei fondamenti”. Ma qui il discorso si rovescia: hanno questi scienziati la preparazione filosofica necessaria per affrontarli? E’ questo, a grandi linee, lo stato attuale della cultura che caratterizza il nostro mondo. Che fare? Aspettare nuove grandi menti? Riformare profondamente l’educazione e la formazione dei giovani? Confesso di non aver trovato ancora la risposta a queste domande se non quella di chiedere una nuova e crescente integrazione tra scienza e filosofia.

    Rapporto

Lascia un commento