Sabato, 15 Giugno 2013 00:00

E QUANDO TUTTI VORRANNO TUTTO...

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Esercito terracottaL’avere tutto, in questo caso è solo un’iperbole. Nel prossimo futuro, le risorse del mondo, se non sarà posto un limite alla produzione di merci per soddisfare futili consumi, non saranno più sufficienti. Metaforicamente, Il mondo non è un pozzo senza fondo, ma un pozzo al quale bisogna attingere senza prosciugarlo e tanto più avvelenarlo. È in gioco la sopravvivenza dell’umanità tutta.
Con la rivoluzione industriale, grazie all’uso massiccio della forza-lavoro proletaria, all’intensificazione del lavoro produttivo e della divisione del lavoro, al dilatarsi dell’espansione commerciale, si verificò una crescita esponenziale della produzione di merci. Ciò produsse certamente un innalzamento del tenore di vita, soprattutto di quello della classe borghese in genere. La classe operaia continuava a soffrire le condizioni miserabili a cui era stata ridotta dal sistema di produzione.[1] I dannati delle miniere, gli accessori umani di macchine sempre più complesse erano sempre più asserviti a chi deteneva il potere economico e la proprietà dei beni di produzione: il capitalista. La proprietà dei mezzi di produzione era considerata un diritto inalienabile anche se l’accumulazione di profitti si basava sullo sfruttamento umano.
È pur vero che, nei paesi industrializzati, la condizione della classe operaia, in ragione di fondamentali conquiste sociali, economiche, ecc., ha potuto godere di una più diffusa distribuzione di beni di consumo e servizi. I “tempi moderni” hanno diffuso l’illusione che la crescita economica e il benessere da essa derivante avrebbe finito per coinvolgere tutti i membri della società. Invece la produzione capitalista era, per sua natura, soggetta a crisi ricorrenti che ridimensionavano ogni volta “le magnifiche sorti progressive dell’umanità”. Una situazione analoga si presenta anche oggi, con una forma di gravità del tutto imprevedibile pochi decenni fa. Certamente, quello che sta accadendo, è qualcosa di inscritto nella logica stessa dello sviluppo capitalistico. Nel realizzare la propria tendenza espansiva, basata sulle conquiste tecniche e tecnologiche, il capitale non ha tenuto conto del limite necessario all’eccesso di produzione cui era naturalmente spinto, nella sua irrazionale tendenza a realizzare profitti sempre crescenti con beni del tutto superflui. Ciò ha reso contraddittorio l’aumento dell’aspettativa di vita e, al tempo stesso, ha ridotto i margini di occupazione soprattutto nelle fasce giovanili. Le politiche neo-liberiste degli ultimi decenni non hanno fatto altro che aggravare i problemi. La complessità della nuova “contingenza” sta davanti ai nostri occhi: assistiamo a dibattiti, a prese di posizione divergenti, a proiezioni discordanti sul nostro avvenire economico. Emergono finalmente proposte per cambiamenti più radicali. Comincia ad essere messa sotto accusa lo stesso concetto di “crescita” e di “liberismo”, nel senso capitalista tradizionale. La concezione tradizionale della crescita economica, se esportata anche ai paesi cosiddetti “emergenti”, porterebbe ad un impoverimento delle risorse e ad un aggravarsi del problema climatico che la renderebbe rapidamente insostenibile. Si pone dunque il problema di una razionalizzazione complessiva della produzione, che certamente non rientra nello schema capitalista quale l’abbiamo finora concepito.
A questo proposito c’è un’altra considerazione da fare. La crisi ha aumentato le diseguaglianze sociali. Non solo ma tende a produrre una “centralizzazione” del capitale finanziario senza precedenti. Ora, le società moderne occidentali si basano su una forma liberista della democrazia. Ma questa forma mostra sempre di più i suoi limiti di fronte all’avanzare della crisi e alle contromisure che gli stati tendono a prendere. Già i cosiddetti “governi tecnici”, che sono solo apparentemente “neutrali” dal punto di vista politico ed economico, costituiscono una violazione delle regole fondamentali della democrazia che abbiamo conosciuto finora. Essi danno piuttosto l’impressione di una tendenza ad un sistema oligarchico di potere. Le nuove proposte emergenti colgono anche questa contraddizione: la crisi rende di nuovo attuale il problema della difesa di una democrazia così drammaticamente conquistata.
In molti paesi, una popolazione disillusa e priva di prospettive ha come reazione istintiva quella di abbandonare la politica. Non si rende conto che così rafforza il potere di “lobbies”, dei centri finanziari, delle “mafie” cui sono intrecciati. La decisione di cambiare rotta implica invece una più diffusa e coerente partecipazione alle vicende economiche e politiche. La crisi non può essere risolta con gli stessi strumenti che l’hanno prodotta. L’enorme massa di giovani disoccupati non può assistere passivamente alla distruzione del proprio futuro.
La razionalizzazione della produzione capitalistica sembra un ossimoro. Forse essa chiamerebbe in causa non solo nuove concezioni economiche, ma un vero e proprio cambiamento della visione del mondo. Ma la vecchia visione liberista non è più sostenibile. La logica dell’espansione economica senza limiti e senza qualità di consumo non può che portare al disastro. Che faremo quando tutti vorranno tutto?

 


[1] La condizione della classe operaia del tempo è descritta con dovizia di particolari da F. Engels nel suo La situazione della classe operaia in Inghilterra.

 
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