Sabato, 15 Giugno 2013 00:00

LA VISIONE MATERIALISTA DEL MONDO

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Sky BlueRecentemente, la letteratura che si richiama ai testi marxisti classici ha abbandonato quasi del tutto la discussione su alcuni presupposti della concezione del mondo che i contributi di Marx ed Engels proponevano come base filosofica dei loro interventi su temi specifici.[1] Senza la concezione materialistica della storia, sarebbe invece, a mio parere, trovare l’elemento portante della visione generale che è sottesa ai contributi marxiani, fino a far perdere a Marx stesso (tralasciando la discussione sulle eventuali differenze con Engels) una chiara identità filosofica. Le argomentazioni contro il materialismo di Marx ed Engels si articolano poi in una serie di critiche – di matrice diversa – al materialismo filosofico tout court[2], e a sottili distinzioni nella interpretazione del testo marxiano.[3] Ci appare quindi doveroso riaffermare la visione filosofica materialista che Marx propone con chiarezza, chiarendone alcuni presupposti ed alcune conseguenze.
Per prima cosa, sin dal suo passaggio alla sinistra hegeliana Marx sottolinea la valenza politica della visione filosofica. Nel proseguire i suoi studi su Hegel, Marx, ampiamente condizionato dalla filosofia di Feuerbach, Marx attacca direttamente Hegel e comincia a parlare del “rovesciamento” cui deve essere sottoposta la filosofia hegeliana. Nella Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, Per dirla con Ludovico Geymonat [4], la filosofia hegeliana è, per Marx, densissima di dati empirici assunti acriticamente nel pensiero, «come se l’essere fosse un predicato del pensiero». La realtà quindi, dice Marx, «non è espressa come se stessa, ma come una realtà diversa». Essa appare un predicato dell’idea ed è quindi necessariamente accolta nella speculazione hegeliana in modo immediatistico, acritico, «volgare». Hegel non riesce a portare a compimento, in definitiva, quel rovesciamento tra teoria ed esperienza che è alla base della scienza moderna. Laddove Marx, partendo dalle condizioni materiali reali dei rapporti sociali, comincia a costruire una teoria in cui l’esperienza immediata è posta sotto accusa, in quanto maschera dei rapporti oggettivi che si instaurano tra uomini nei rapporti di produzione, indipendentemente dalla loro volontà.
Sotto il profilo più strettamente epistemologico, la questione è più delicata, poiché, per esempio, c’è da distinguere tra “realismo” e “materialismo”. La scelta del secondo termine da parte del marxismo implica l’affermazione dell’inesistenza nel mondo di “oggetti” o “agenti” che abbiano un essenza puramente “spirituale” (cosa che non era necessariamente negata da alcuni filosofi di allora che si proclamavano “realisti”). Non c’è molto da insistere sul fatto che con questi punti di partenza sia Marx sia Engels nutrissero una profonda fiducia nella ricerca scientifica e tecnologica, in quanto espressioni tra le più elevate del pensiero umano, da un lato, e fattori di progresso economico, intellettuale, civile, dall’altro. Da questo punto di vista, le leggi del movimento dialettico – che restano la parte “salvabile” del contributo filosofico hegeliano – non valgono solo per la realtà storico-sociale ma anche per lo sviluppo della conoscenza della natura in generale. Va qui precisato uno degli aspetti centrali della visione materialista: la realtà si raggiunge attraverso un’attenta indagine teorica e non vi è alcun “accesso immediato” (né dal punto di vista intuivo, né dal punto di vista empiristico) alla realtà stessa.
Ne L’ideologia tedesca la concezione materialistica della storia è già delineata nei suoi aspetti essenziali. Il punto di partenza è che «per poter “fare storia” gli uomini devono essere in grado di vivere»; il che, molto concretamente, significa mangiare, bere, vestire ed abitare: «Ciò che essi sono coincide dunque con la loro produzione, tanto con ciò che producono quanto col modo come producono. Ciò che gli individui sono dipende quindi dalle condizioni materiali della loro produzione». Si delinea quindi una concezione del mondo rispetto alla quale, quando si dice di essere marxisti, non ci si può defilare. Lo confermano gli stessi Marx ed Engels, allorché sottolineano la necessità e ovviamente la realtà della dialettica storica. L’affermazione del comunismo parte da contraddizioni oggettive del sistema capitalistico di produzione. Ormai famosa è il passo in cui si dice a chiare lettere: «Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà deve conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento reale risultano dal presupposto ora esistente».
Questo brano è tuttora contraddetto dal comportamento teorico di molti sedicenti “comunisti” contemporanei. “Movimento reale” non significa “azione soggettiva”. Questa si esplica in varie forme nei momenti tattici e strategici del fare politica. Ma il comunismo in generale è di per sé “contenuto” nell’evolversi necessario delle condizioni oggettive del sistema di produzione capitalistico. Il principale problema teorico è allora cogliere gli aspetti essenziali di quel movimento reale e favorirlo proprio perché esso è già in atto.
Vogliamo concludere questo intervento ritornando, sia pure brevemente, alla questione più strettamente epistemologica. L’attività di ricerca teorica posta in essere da Marx deve essere caratterizzata come scientifica. E quindi presuppone una visione di ciò che è propriamente “scienza”. Correndo il rischio di semplificare (ma l’intento è sempre quello di sollevare una discussione), sintetizziamo così i presupposti di una visione che oggi viene riproposta forse più con l’etichetta di “realismo scientifico”. I punti da tenere in mente sono i seguenti:
1) la ricerca scientifica riguarda il mondo reale, le sue leggi, i suoi processi, che si verificano indipendemente dalla volontà umana;
2) la ricerca scientifica costruisce teorie e modelli del mondo oggettivo, nei quali dà forma alle conoscenze acquisite in un dato momento storico;
3) la teoria precede l’esperienza e non esistono accessi immediati alla realtà dei “fatti”, come pretendono gli empiristi e i positivisti;
4) Le teorie non raggiungono mai la verità assoluta, ma ne danno una rappresentazione approssimata, eppure il loro sviluppo mostra che esse raggiungono conoscenze sempre più complete e più precise;
5) Una visione realistica della scienza può nascere solo dall’analisi della dinamica delle teorie e delle loro applicazioni pratiche che metta in luce il progressivo approfondimento delle conoscenze e delle nostre capacità di intervento sulla natura.
Riteniamo importante elencare questi assunti poiché riscontriamo intorno a noi, di tanto in tanto, visioni alternative che si estrinsecano in “immagini della scienza” profondamente inadeguate. Siamo comunque pronti a discutere qualsiasi critica, ammettendo fin d’ora che il nostro intervento è sintetico e quindi necessariamente poco argomentato. Ma torneremo volentieri sull’argomento anche perché sappiamo bene che, tra i problemi che esso indica ve ne sono alcuni che sarebbero poi stati efficacemente affrontati nel libro di Lenin Materialismo ed empiriocricismo.[5]


[1] Si tende per esempio a distinguere, da questo punto di vista, i due pensatori, anche quando l’evidenza testuale dimostrerebbe il contrario.
[2] Addirittura si giunge a sostenere una relazione dialettica tra materialismo ed idealismo, quasi che fossero i due poli di una medesima concezione di fondo del pensiero borghese. Si veda in proposito S. Garroni, “L’ambivalenza di Lenin”, in Ricerche marxiste (libro pubblicato dall’autore), 2012.
[3] Conosciamo, per esempio, la diatriba sul “primo, secondo, terzo, ecc., Marx” e via discorrendo, così come conosciamo la discussione interminabile (che spesso prescinde dalle posizioni esplicitamente assunte da Marx stesso) sulla relazione tra Marx, Kant ed Hegel.
[4] In Storia del pensiero filosofico e scientifico, Vol. IV, p. 511.
[5] Pubblicato la prima volta nel 1908 e ripubblicato nel 1920.

 
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