Sabato, 15 Giugno 2013 00:00

KARL MARX, ZUR KRITIK DER POLITISCHE ÖKONOMIE

- di

Pontrelli L’analisi della merce, come lavoro in doppia forma, di valore d’uso – quale risultato di un lavoro reale o di una attività <produttiva> finalizzata – e di valore di scambio, o tempo lavoro o lavoro sociale indifferenziato, è il risultato critico finale della ricerca quasi secolare dell’economia politica classica, che in Inghilterra inizia con W. Petty, in Francia, con Boisguillebert e si chiude, in Inghilterra, con Ricardo, in Francia con Sismondi. Solo apparentemente la pagina di Marx è chiara: che significa, infatti, lavoro produttivo o finalizzato? Non è questa la caratteristica di ogni lavoro, che non sia un mero passatempo?
In un senso generalissimo, certamente le cose stanno così, ma appunto alla condizione di attenersi ad un senso generalissimo dei termini, dunque, ad un senso impreciso, vago ed in questo senso estraneo ad un linguaggio, che si voglia almeno comprensibile, se non addirittura scientifico.
Ed allora cominciamo a notare che il lavoro, produttore di valore d’uso, è finalizzato a realizzare una situazione di jouissance o di Nutznißung, ovvero di piacere, godimento o utilità. Mentre il lavoro produttore di valore di scambio, sia pure en principe, ha lo scopo, mediante lo scambio, di realizzare profitto – ed alla nozione di profitto, si badi, non appartengono di necessità logica né quella di godimento/jouissance né quella di utilizzabilità immediata/Nutznißung.
Dunque, la distinzione a cui l’economia politica è giunta, appunto, è quella tra lavoro come produttore di jouisance o Nutznißung (lavoro concreto, reale, finalizzato) e lavoro come lavoro sociale indifferenziato[1], il quale, almeno en principe, è produttore di profitto (e, ripeto, nel concetto di profitto né è compreso quello di jouissance, né quello di utilità).Passiamo ora ad un’altra interessante notazione.
Petty, sottolinea Marx, non si interroga circa la condizionatezza materiale della natura creativa del lavoro, ma lo considera subito nella sua forma sociale generale, in quanto divisione del lavoro ed è da questa concezione che Petty può giungere a scrivere una Aritmetica politica, che è la prima forma in cui l’economia politica si distingue come scienza a se stante.
Ciò che interessa di questa precisazione marxiana è che in essa son esplicitamente posti in relazione i concetti di lavoro sociale indifferenziato e la possibilità di una considerazione matematica, quantitativa della categoria economica. Se ciò vale, se ne ricava che in tanto è formulabile il concetto di lavoro sociale indifferenziato, in quanto si disponga di condizioni tecniche e scientifiche, le quali rendono possibile la risoluzione dell’economico nel quantitativo, del misurabile. Dunque, sembra, la nozione di lavoro sociale indifferenziato non vada intesa come l’astratta generalizzazione a partire dai lavori concreti, ma sì come il prodotto, reso possibile da un certo sviluppo tecnico e scientifico: il lavoro sociale indifferenziato, insomma, non è un’entità storicamente indifferenziata, ma sì il prodotto di una determinata fase storica – che è poi la fase storica, che concretamente viviamo.
Come apprendiamo – tra l’altro – dall’ottimo Wissenschaft, Politik und wissenschaftliche Politik, che K. Th. Schuon ha pubblicato per la Pahl-Rugenstein Verlag nel 1972, con lo sviluppo della centralizzazione e concentrazione del capitale si amplia l’’impiego (Anwendung) della scienza e della tecnologia quali strumenti della crescita economica – il che significa riconoscere, nella piccola proprietà diffusa e nella dispersione dell’uso della tecnologia, ostacoli non solo alla concentrazione e centralizzazione capitalistiche, ma anche all’uso economico di scienza e tecnologia che ne deriva. La scienza, che di per sé non è una forza produttiva né un fattore di crescita economica, diviene però una Produktivkraft in seguito alla funzione produttiva e sociale del lavoro scientifico, alla cooperazione dei fattori del processo scientifico del lavoro con gli altri fattori sociali del processo di lavoro ed in seguito al ruolo determinante del fattore soggettivo, delle capacità e possibilità operative nel processo di produzione materiale.
Questo significa che la politica concreta che è portata avanti in una società diviene essa stessa un fattore determinante per la sviluppo della scienza, come forza produttiva.[2] La politica, oggi, può essere un fattore di progresso solo se sa costruire e garantire i presupposti di un uso della scienza, come forza produttiva. Ma come può la politica essere all’altezza di questi compiti senza divenir essa stessa scientifica?[3] Son le contraddizioni socio-econoniche del tardo capitalismo, che richiedono tale fondazione della politica, per poter affrontare scientificamente le contraddizioni generali di società altamente sviluppate. Difficilmente, però, ci si chiede quali siano i concreti limiti, che il capitalismo comporta per lo sviluppo della scienza come forza produttiva.[4] La concreta indagine della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione nelle società tardo-capitalistiche –contraddizioni, che ostacolano fondamentalmente l’ottimale sviluppo della scienza come forza produttiva, conduce certamente al risultato che sarebbero necessari cambiamenti radicali del sistema sociale, allo scopo di ottenere un umanistico sviluppo sociale. Lo sviluppo della scienza e l’impiego delle conoscenze scientifiche nella prassi sociale furono possibili sempre solo nei limiti dovuti allo stato delle forze produttive, dei rapporti di produzione e dal livello già raggiunto dal sapere.
La scienza deve esser concepita come una forma particolare della coscienza sociale e come la forma più alta dell’attività teorica dell’uomo in vista d’una consapevole trasformazione (Umgestaltung) della realtà. La divisione del lavoro ed, in particolare, quella tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, fanno sì che la scienza si costituisca come ambito relativamente autonomo e questo nonostante il fatto che tra scienza e produzione ci sia sempre stato un reciproco scambio dialettico, che ha percorso molti livelli di sviluppo. Per millenni, però, scienza e tecnica sono stati reciprocamente indipendenti: di qui stagnazione della tecnica e mancanza di una funzionalità pratica delle scienza. Fondamentali progressi si ebbero in cinque grandi periodi, in cui la divisione di classe tra lavoro manuale e lavoro intellettuale fu superata.
Lo svolgersi della scienza come forza produttiva comincia all’inizio della nostra epoca, con la costruzione del macchinismo e della grande produzione materiale nel capitalismo: è qui che si compie il passaggio dall’uso casuale della conoscenza scientifica all’orientamento, consapevole e sistematico, del lavoro scientifico in vista delle richieste della produzione. Tutti i significativi mutamenti nella produzione materiale si basano sulle conoscenze scientifiche e sono, prima di tutto, il risultato del lavoro scientifico. La crescente automatizzazione, l’uso dell’elaborazione elettronica dei dati, l’essenziale impiego della chimica nei vari rami economici e l’aggiunta di nuove materie di lavorazione e di portatori di energia, sono i segni esteriori della estendentesi rivoluzione tecnico-scientifica, che si accompagna alla necessaria espansione delle attività scientifiche.
Il mescolarsi di scienza e produzione, giusta la rivoluzione tecnico-scientifica, si realizza in due modi: il primo, in quanto quel mescolarsi dà luogo a nuovi strumenti e procedimenti produttivi e a moderne tecnologie; il secondo, mediante la sempre crescente qualificazione dei produttori, il divenir sempre più complesso del lavoro vivo e mediante il cambiamento del carattere del lavoro. Questa crescente qualificazione dei produttori è resa possibile, appunto, dalla crescente liberazione di lavoro umano, per via dell’automazione. Questa crescente qualificazione e liberazione del lavoro umano sono vicendevolmente legate e si rimandano l’una all’altra e ciò in un senso veramente essenziale. La ragione è che l’automazione assume il significato di superamento dell’antica contrapposizione tra uomo e tecnica. La meccanizzazione[5] anche delle funzioni di controllo e di guida dell’economia permetterebbe la realizzazione dell’uomo onnilaterale e, dunque, di fare dell’uomo lo scopo finale dell’attività economica.
Il progresso (Aufschwung) nell’uso economico della scienza, per il livello che ha raggiunto, determina cambiamenti fondamentali nella struttura e nella dinamica delle forze produttive; perché gli uomini si allontanano sempre di più dall’immediata produzione e la loro potenzialità creativa e la loro capacità di appropriarsi della scienza divengono fattori determinanti per lo sviluppo delle forze produttive. La creazione delle ricchezza reale è sempre meno dipendente dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegato, rispetto alla potenza dei lavoratori, che operano durante il tempo di lavoro generale. La scienza e il suo impiego penetrano sempre più nel cuore della produzione e divengono una forza materiale determinante nella vita della società, una forza produttiva immediata, il fattore decisivo per lo sviluppo sociale.
Come scriveva Marx, in Das Kapital. I: 531, «con il carattere cooperativo del processo di lavoro, dunque, si estende necessariamente il concetto di lavoro produttivo e del suo portatore, del lavoratore produttivo. Per lavorare produttivamente non è più necessario metterci direttamente le mani; è necessario, piuttosto, essere un organo del lavoratore complessivo e realizzarne una sotto-funzione». Naturalmente, la rivoluzione tecnico-scientifica non può esser ricavata solo dal progresso della conoscenza scientifica: in quanto forza-produttiva è da determinare solo dalla collaborazione dei fattori del processo scientifico di lavoro (forza di lavoro e strumenti di produzione) con gli altri fattori della produzione e riproduzione, che coinvolgono l’insieme della società (20). Posto ciò, ci si interroga circa i limiti che il tardo-capitalismo pone all’impiego produttivo della scienza.
Se questi limiti non esistessero, sarebbe da ricavare che il progresso della produzione materiale nell’interesse dell’ottimale soddisfazione dei bisogni di ogni membro della società non potrebbe più trovare ostacoli nel corso della rivoluzione tecnico-scientifica (RTS); tuttavia, l’analisi marxista dimostra come, giunta alla sua fase monopolistica e all’implicito svolgimento della scienza come forza produttiva, l’economia capitalistica abbia bisogno di un apparato di Stato, che la guidi, dacché senza di ciò, senza una pianificazione statale, essa sarebbe incapace perfino di una stabilizzazione a corto termine (kurzfristig.). Questo tipo di intervento statale è sembrato autorizzare la conclusione che il tradizionale conflitto di classe sia stato messo a tacere e che abbia confinato le zone di conflitto in ambiti di vita sottoprivilegiati. Ma, in realtà, le contraddizioni di classe non sono state superate, in quanto persistono – per quanto ancora latenti. L’ideologia corrispondente a tale regresso politico, vale a dire la coscienza tecnocratica, è meno ideologica che tutte le ideologie passate; dacché non ha l’opaca forza di un accecamento, che rispecchia solo il soddisfacimento di interessi.
L’accumulazione di capitale, che consente a monopoli ed oligopoli l’espansione del loro apparato produttivo, si basa sempre sull’appropriazione di plusvalore, prodotto dal lavoro dei prestatori d’opera, dunque sulla crescente trasformazione del plusvalore, di cui i capitalisti si sono appropriati, in capitale fisso nel processo di riproduzione (27). Ed altrettanto la produzione della società capitalistica, nell’epoca del primo inizio della RTS, si basa sul fondamento di un apparato tecnico-strumentale, che resta il risultato di accumulata fatica umana. Il suo macchinario – per quanto possa essere sempre automatizzato, non è funzionante né produttivo, senza l’impiego di forza-lavoro umana. Con la nascita del modo capitalistico di produzione, che fin dall’inizio senza eccezioni s’impone e si amplia con un crescente intervento del potere statuale, fu sistematicamente organizzata la crescente produzione di un utilizzabile sapere tecnico e della corrispondente capacità di lavoro: scuole primarie per la qualificazione del popolo, destinato al lavoro salariato ed al servizio militare, Accademie, Università e, in particolare, Istituti tecnici per la creazione di un sapere applicabile.

[1] Espressioni come questa o come lavoro generalmente umano hanno, come vedremo, in Marx un senso assai preciso – come si comprende, qualora ci si ricordi della critica alla verständliche Abstraktion, svolta da Marx nella sua Introduzione del 1857 al testo, che stiamo esaminando. In breve si tratta di questo: è nella tradizione empiristica pretendere di cogliere l’essenza di qualcosa, scartando i tratti differenzianti una certa serie di individui, e cogliendo solo quelli, che son comuni. A questa forma, empiristica, di astrazione ricorre l’economia politica, quando ha lo scopo apologetico di spacciare le caratteristiche del modo capitalistico di produzione, come le caratteristiche essenziali di ogni modo di produzione. In questo senso, è ovvio, Marx critica la verständliche Abstraktion. Alla quale, tuttavia, egli riconosce un limitato vantaggio scientifico, in quanto consente di evitare ripetizioni. È chiaro che quando, qui, Marx parla di lavoro sociale indifferenziato, non può ricorrere, proprio lui, ad una verständliche Abstraktion. Ecco perché è importante la svolta “aritmetica”, che l’economia subisce con Petty.
[2] K. Th. Schuon: 9s.
[3] Si pensi alla sottolineatura costante del carattere “tecnico” e non “politico” del governo Monti.
[4] K. Th. Schuon: 10s.
[5] Se è vero questo rapporto tra rivoluzione tecnico-scientifica (RTS) e crescente umanizzazione del lavoratore, allora si potrebbe tentare di sostenere questo: una prima fondamentale conseguenza della RTS è che diviene intollerabile una struttura di potere politico, che non sia ramificazione e coordinamento di organismi decisionali, diretti espressione dei lavoratori. Dunque, per esempio, RTS versus burocratizzazione sovietica, ma anche versus pretesa dei cittadini, in generale, di governare invece della casta tecnocratica. Quindi, nel cosiddetto “campo socialista”, RTS versus sostituzione burocratica del governo dei lavoratori; in Europa occidentale, invece, RTS versus potere della burocrazia politica (partitica), in nome di un potere tecnocratico. Due facce della crisi della politica.

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