Sabato, 20 Luglio 2013 00:00

ORIGINALITA' DI UNA STUDIOSA DEI BENI COMUNI

- di

Elinor Ostrom (Los Angeles, 7 agosto 1933 ‒ Bloomington, Indiana, 12 giugno 2012) è stata una studiosa e accademica statunitense, che ha confutato la dicotomia dominante tra Stato e Mercato, dimostrando che esistono alternative efficienti e sostenibili a tale dicotomia per evitare il sovrasfruttamento delle risorse collettive, ed eventualmente la loro distruzione. La privat izzazione delle risorse naturali collettive non sempre è possibile, e in ogni caso non risolve il problema del loro sovrasfruttamento. D’altra parte, neanche la socializzazione rappresenta la soluzione del problema, a meno di pensare che “i funzionari pubblici abbiano dei geni particolari”, che permettono loro di fare quel che le persone comuni non sanno fare. “La scelta del Leviatano burocratico non è l’unica via per risolvere il dilemma dei beni collettivi” afferma testualmente la Ostrom.
La Ostrom ha dimostrato invece che le comunità, intese come l’insieme degli appropriatori e degli utilizzatori delle risorse collettive sono in grado ‘in certe condizioni’ di gestire essi stessi le risorse naturali in modo soddisfacente per se stessi e duraturo nel lungo periodo per le risorse. (1) Per “certe condizioni”, Ostrom si riferisce alla conoscenza, alla fiducia e alla comunicazione tra i componenti di una comunità; alla esistenza di sistemi di regole o istituzioni già consolidate sul territorio; e alla non interferenza di un’autorità esterna come lo Stato. Ha sviluppato la sua posizione, frutto di una intuizione iniziale e di un incessante andirivieni tra riflessione teorica e ricerca empirica, in un percorso alimentato instancabilmente dall’interdisciplinarietà nel corso della sua intera vita. Questo lavoro le è valso l’assegnazione del premio Nobel dell’economia nel 2009 - prima e per ora unica donna insignita di tale riconoscimento - in considerazione del suo contributo alla ‘governance delle risorse collettive’ (collettive e comuni sono qui usati in modo interscambiabile).
Ha diviso il Nobel con l’economista Oliver Williamson, il padre dell’economia neo- istituzionale che ha sviluppato un approccio alla teoria dell’impresa e dei costi di transazione innovativo ma pur sempre dentro la matrice dell’economia neoclassica. La Ostrom fuoriesce invece da questa matrice, rifiutando gli aspetti dogmatici e totalizzanti del modello dell’homo oeconomicus e dell’individualismo proprietario. Quel che lega Ostrom e Williamson è il riconoscimento dei fallimenti del mercato e la ricerca di strade alternative per risolverli, e questo deve avere influito sulla decisione dell’Accademia svedese delle Scienze nell’assegnazione del prestigioso riconoscimeento. Nel 2009, data di attribuzione di questo Nobel, il mondo era già dentro la crisi finanziaria globale innescata dai mutui subprime statunitensi, e la scelta dell’Accademia svedese sembra voler mandare il messaggio che dalla crisi si può uscire, a condizione che gli economisti percorrano strade nuove, diverse da quelle mainstream.
Il Nobel per l’economia alla Ostrom sorprese la comunità scientifica internazionale, abituata a pensare che i beni comuni fossero un particolare tipo di beni pubblici e che le ricerche empiriche della Ostrom sulla loro gestione comunitaria fossero marginali e di poca importanza. Nella seconda metà del secolo scorso, quando la Ostrom si affacciava sulla scena, l’approccio dominante in materia di teoria dell’azione collettiva e di beni comuni corrispondeva a quello descritto da Garrett Hardin, il biologo statunitense, nel saggio pubblicato nel 1968 sulla rivista Science, “The tragedy of the Commons”. La tragedia era il degrado dell’ambiente, che per Hardin era inevitabile quando molti individui utilizzano in comune una risorsa (l’esempio da lui fatto è un pascolo, dove i pastori portano le pecore a pascolare). Hardin concludeva il suo ragionamento sostenendo che l’unico modo per evitare la tragedia era la privatizzazione della risorsa o la sua proprietà pubblica, nel solco della contrapposizione novecentesca Stato-Mercato, che si stava spostando ‒ quando la Ostrom ha iniziato il suo lavoro ‒ a favore del mercato, come si evince dalla nota frase del Presidente Usa Ronald Reagan, “Lo Stato è il problema, non la soluzione”.
La critica principale che la Ostrom muove a Hardin è che i beni comuni naturali (i commons) non sono spazi e risorse in regime di libero accesso, ma spazi e risorse ben definite, auto-gestite da un gruppo limitato di persone, sulla base di precise regole o istituzioni derivanti dal diritto consuetudinario, che la Ostrom ha studiato e descritto in grande dettaglio (nel quarto capitolo di Governare i beni collettivi, citato in esteso alla nota 2). Regole o isituzioni, che i membri della comunità conoscono e sono in grado di fare rispettare da tutti i componenti del gruppo, applicando sanzioni predefinite a coloro che non le rispettano. La Ostrom evidenzia qui un punto di grandissimo interesse, e cioè la difficoltà ancora molto diffusa a riconoscere l’esistenza e l’importanza della diversità istituzionale, accanto e oltre la diversità biologica e quella culturale.
La critica alla tesi di Garrett Hardin, continua la Ostrom, è suffragata dagli studi di caso documentati in letteratura già allora, una parte dei quali da lei raccolti e analizzati nel libro citato. (3) Questi studi dimostrano che in tutti i paesi e in tutte le culture esistono istituzioni collettive, e cioè insiemi di regole condivise, che hanno permesso alle comunità locali di auto-gestire sistemi di risorse ambientali complessi, in modo efficiente e sostenibile per periodi molto lunghi, talvolta per millenni. Molti di questi sistemi sono ancora operanti, come ad esempio le zanjere o templi dell’acqua nelle Filippine settentrionali (op.cit, p.124 e p.278) e a Bali, in Indonesia. (4)
Il secondo modello che la Ostrom presenta e contesta, è ‘il dilemma del prigioniero’. (5) Nella versione più semplice il mdello prevede che due persone accusate dello stesso reato seguano entrambe una strategia difensiva non cooperativa, che è razionale dal loro punto di vista individuale ed è invece irrazionale e perdente dal punto di vista di entrambe le persone. Di fronte alla scelta di tradire o cooperare, e in assenza di comunicazione, il prigioniero razionale non può che tradire, mentre sarebbe meglio cooperare: entrambi i prigionieri denunciano l’altro, e sono pertanto entrambi condannati. La principale critica della Ostrom, in questo caso, si incentra sulla mancanza di comunicazione tra i prigionieri, e infatti la comunicazione tra i componenti di una comunità è una delle regole più importanti per la buona riuscita dell’auto-regolamentazione.
Il terzo modello è quello del free ride, (6) secondo cui “gli individui che fanno parte di un gruppo con interessi comuni non agiscono volontariamente in modo tale da favorire tali interessi” perché sono dominati dall’egoismo e incapaci di comportamenti razionali. Agiscono invece come free riders, sfruttando gratuitamente gli sforzi collettivi degli altri, senza contribuirvi. La Ostrom ammette che alcuni membri di un gruppo possano comportarsi in modo egoistico, ma nega che questo sia necessariamente vero per tutti i membri di un gruppo, e lo nega anche in base alla osservazione ricavata dagli studi empirici dai quali emerge che la realtà è molto più varia di quanto i modelli possano esprimere.
La critica dei modelli è un punto nodale del suo contributo. I modelli, conclude la Ostrom, sono potenti proprio perché colgono aspetti rilevanti di problemi che possono verificarsi. Ma sono pericolosi se usati metaforicamente, come il fondamento di successive scelte politiche. Ciò dipende da molte ragioni: perché nei modelli i vincoli sono immutabili, mentre nella realtà concreta cambiano di continuo; perché gli stessi processi si realizzano in modo diverso nei diversi contesti ambientali; e perché le persone in carne ed ossa non sono “individui incapaci, presi in un inesorabile processo di distruzione delle loro risorse” come i modelli lasciano credere. La critica dei modelli usati metaforicamente deve molto anche alla chiara consapevolezza, espressa ripetutamente, dell’intreccio continuo tra osservazione empirica e tentativi di formulazione teorica e alla convinzione che la conoscenza matura attraverso il continuo alternarsi tra questi due piani. “Senza teoria ‒ dice - è impossibile comprendere i meccanismi generali di base che sottostanno al modo in cui le diverse situazioni prendono forma. D’altro canto, se non è diretto a risolvere gli interrogativi empirici, il lavoro teorico può andare fuori tema, spinto dalla forza dei suoi argomenti, senza rispecchiare a sufficienza il mondo reale” (op. cit, p.73).
“Il tema centrale del mio studio ‒ afferma - è il modo in cui un gruppo di soggetti economici che si trovano in una situazione di interdipendenza possono auto-organizzarsi per ottenere vantaggi collettivi permanenti, pur essendo tentati di sfruttare le risorse gratuitamente, evadere i contributi o comunque agire in modo opportunistico” (op.cit.,p.51). Questa frase, che riassume il senso del suo pensiero, permette di misurare la distanza da lei presa nei confronti della teoria economica mainstream. Esiste una terza via, dice la Ostrom, ed è l’auto-gestione di una risorsa naturale collettiva da parte della comunità degli approproiastori e degli utilizzatori. Ma questa terza via, aggiunge, non è sempre né necessariamente la migliore: come dice Salvatore Settis nel suo libro più recente (Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Einaudi 2012 , p. 89), “Ostrom respinge l’opposizione frontale tra la rigidezza delle norme - che rimanda al potere regolamentare dello Stato - e la competitività selvaggia di un mercato free ride...”.
Elinor Ostrom fece questa scelta molto presto, già a partire dalla dissertazione di dottorato discussa nel 1964, intitolata “Imprenditoria pubblica” (imprenditoria in senso schumpeteriano), sotto la supervisione di un team interdisciplinare di professori composto da un sociologo, un geologo, un economista, un politologo e un docente di ingegneria idraulica. La dissertazione era incentrata sull’approccio con cui una serie di imprese pubbliche create ad hoc cercavano di arrestare la salinizzazione di una falda acquifera in un’area metropolitana a sud di Los Angeles. Dagli incontri con vari gruppi di utilizzatori dell’acqua di quella falda, racconta nell’intervista ad Alice Le Roy pubblicata sulla rivista francese Ecologie et Politique (41/2011), si rese conto che alcuni gruppi avevano trovato un accordo, perché avevano a disposizione una grande varietà di meccanismi istituzionali adatti al caso, mentre altri gruppi non ci erano riusciti perché non avevano alcun sistema di regole, e non avevano neanche il tempo di cercarle perché totalmente assorbiti dai conflitti interni al gruppo per arrivare ad una definizione condivisa del problema, a cominciare dalla definizione fisica della risorsa. “Sapevano solo dove era l’oceano da cui proveniva l’infiltrazione ma non conoscevano la storia passata di utilizzo della falda e non avevano pertanto nessuna certezza dei loro stessi diritti sull’acqua di quella falda”.
A conclusione dell’analisi sugli studi di campo, la Ostrom è arrivata a definire otto Principi Progettuali, che non sono “leggi”, ma le coordinate dell’auto-gestione cooperativa delle risorse naturali collettive. Il pimo principio è la chiara definizione fisica dei confini della risorsa collettiva; il secondo, la congruenza tra le regole di appropriazione e di fornitura e le condizioni locali; il terzo, i metodi di decisione collettiva; il quarto, il controllo dei sorveglianti sia sulle condizioni d’uso della risorsa collettiva che sul comportamento degli appropriatori; il quinto, le sanzioni progressive; il sesto, i meccanismi di risoluzione dei conflitti; il settimo, il riconoscimento del diritto ad organizzarsi da parte degli appropriatori, e cioè la non interferenza di autorità governative esterne; l’ottavo, l’organizzazione su più livelli dell’uso di risorse collettive facenti parte di sistemi più grandi, in modo di ridurne la complessità e permettere che gruppi relativamente piccoli di persone possano auto-gestire il problema: è più facile infatti risolvere un problema quando ci si conosce di persona e si ha fiducia reciproca (op.cit., pp. 134-135).
“Invece di una sola soluzione a un solo problema, sostengo che esistano molte soluzioni per far fronte a molti problemi diversi tra di loro. Le soluzioni istituzionali ottimali non possono essere progettate facilmente e imposte a basso costo da autorità esterne; la ‘messa a punto delle istituzioni’ è un processo difficile, lungo e conflittuale...che richiede informazioni affidabili sulle variabili temporali e ambientali, nonché un vasto repertorio di regole accettabili dal punto di vista sociale e culturale” (op.cit, p.28). Il suo motto è stato “No Panacea”, e cioè non regole uguali per tutti né soluzioni valide per tutti i casi; anzi, non sempre la soluzione è garantita.
Il pensiero della Ostrom è attuale, ma spesso travisato e sostanzialmente inascoltato L’attualità della Ostrom è di sostanza e di metodo, in un intreccio dove i due piani si sostengono l’uno con l’altro. Semplificando al massimo, si potrebbe dire che il suo contributo consiste non tanto e non solo nella destrutturazione della dicototomia Stato- Mercato che ha dominato il ventesimo secolo. Quello che distingue il suo contributo è avere fatto quella scelta in favore di una alternativa empirica validata dagli studi di campo e fondata sulla esistenza di una enorme varietà di regole o istituzioni collettive, che le persone si danno insieme - e quindi come comunità - per gestire al meglio le risorse comuni.
Se realizzata, la strada da lei tracciata risolverebbe in larga parte il problema del supersfruttmento delle risorse comuni, modificando l’impianto teorico e pratico del sistema dominante, che è gerarchico e burocratico. In quanto gerarchico, non tiene conto delle persone “senza potere e senza proprietà” che considera incapaci, e questo pone un grande problema di democrazia reale. In quanto burocratico, spreca le risorse naturali, quelle umane e quelle economiche e provoca così un aumento ingiustificato di spesa pubblica a carico dei cittadini, pur non essendo in grado ‒ molto spesso - di risolvere i loro problemi.
Ma il pensiero della Ostrom è spesso travisato anche in buona fede, e anche per questo sostanzialmente inascoltato. La stessa Ostrom si era resa conto di questa questione, e nelle parti finali di Governare cit. riprende alcuni punti del suo pensiero, da lei considerati dirimenti per valutarne il successo, e a me sembra che questi punti non si siano finora concretizzati. Il primo punto è convincere gli analisti politici che i dilemmi delle risorse comuni non si risolvono necessariamente con l’intervento di una autorità esterna, che decide in modo verticistico sulla testa delle persone. Il secondo punto è rendersi conto che questa stessa questione diventa molto più grave nel caso dei “problemi di piccole dimensioni, ancorché complessi, incerti e difficili” ‒ e cioè nella maggior parte dei problemi che interessano le persone. I modelli istituzionali universali non riescono a cogliere le specificità dei problemi di piccole dimensioni, e pertanto li eliminano in radice e così facendo impoveriscono tutta la società. Un terzo punto riguarda gli scienziati sociali, e cioè la sua stessa categoria, che a suo parere presentano ai governi progetti onni-comprensivi, come se i governi fossero disposti e capaci di intervenire ogni volta che il mercato fallisce. I governi, afferma, non sono la Cavalleria dei western Usa (di allora, aggiungo io), che riesce sempre ad intervenire e salvare “i nostri” - i buoni per definizione.
I beni comuni e la crisi
Negli ultimi due-tre decenni, e in particolare dopo Seattle e l’emergere del movimento dei movimenti, i beni comuni sono riemersi dalla notte dei tempi, dopo due-tre secoli di ostracismo praticato dai governi di tutto il mondo per cancellarli, perché considerati un retaggio del passato che ostacola la “modernizzazione” dell’economia e della società. In risposta al neoliberismo e all’ enfasi sull’individualismo avido e narcisista dell’”arricchitevi”, la voglia di comunità e di condivisione è ritornata: la crisi finanziaria degli ultimi 5-6 anni ha favorito questo ritorno, perché è diventato chiaro alla maggioranza della popolazione ‒ anche se non ai governanti né alla maggioranza degli economisti - che dalla crisi del sistema dominante non si esce né con meccanismi di ingegneria finanziaria, né con politiche di austerità, né con il rilancio della crescita basata sull’economia dei consumi di massa.
La riscoperta di beni comuni è positiva, anche se imprevista e quindi non priva di rischi, nel senso che l’uso indiscriminato dei beni comuni come il mantra con cui risolvere tutti i problemi, può depotenziare la loro efficacia di alternativa al sistema dominante. Citerò qui solo due di questi rischi: uno deriva dalla confusione tra il “bene comune” di un paese e “i beni comuni”, che sono invece risorse collettive gestite dalle comunità locali. Si tratta di due ambiti totalmente diversi, e del resto il bene comune non deriva dalla sommatoria dei benicomuni; ma dalla sfida di “vivere insieme sul pianeta” oggi, con una popolazione mondiale di oltre sette miliardi di persone, il che richiede “meno statalismo e maggiore autogoverno e partecipazione delle comunità locali e dei cittadini”, come afferma Bruno Amoroso (Per il bene comune, Diabasis 2009).
Il secondo rischio deriva dalla confusione tra i beni comuni naturali, essenziali alla vita sul pianeta come l’acqua, l’aria, e la terra, e i beni comuni che sono il frutto della creatività e dell’ingegno umano, come i beni comuni culturali (dalla conoscenza alle opere d’arte), quelli sociali (i servizi pubblici o di welfare) e quelli digitali (internet). Tutti i beni comuni incorporano un sistema di relazioni sociali basato sulla cooperazione e sulla partecipazione, che è l’esatto contrario dell’individualismo proprietario competitivo, su cui si fonda il sistema capitalista: ma solo i beni comuni naturali sono “sistemi di sostegno della vita” (life support systems), che nessun laboratorio può produrre o riprodurre. Se la terra fertile scomparem perché cementificata e inquinata - come sta avvenendo a un ritmo sempre più veloce - la sicurezza alimentare è a rischio e con essa l’esistenza della vita sulla terra.
La confusione tra le due categorie di beni o risorse non permette di vedere la differenza tra la natura, che non è nel potere degli umani, e i saperi, i servizi pubblici e le infrastrutture incluso quelle digitali che invece lo sono. Non aiuta a chiarire che la terra non si governa con le leggi dell’economia ma con le leggi della natura (vedi su questo un classico, George Perkins Marsh, L’uomo e la natura, 1864). Avere trascurato il vincolo della natura, soprattutto in questa fase storica di crescita sostenuta della popolazione mondiale e di forte pressione sulle risorse naturali, ha permesso alle grandi multinazionali ‒ e ai governi e alla finanza che le sostengono - di realizzare un modello di produzione e di consumo che massimizza il profitto nel mentre saccheggia la natura e depotenzia i lavoratori, rendendoli dipendenti dal salario e quindi dalle scelte delle imprese.
Sono consapevole che questo tipo di argomento solleva molte critiche, in particolare quella di essere antimoderno, di “voler tornare al Medioevo”, il che ‒ secondo questi critici - sarebbe non solo improbabile ma anche indesiderabile. Questo modo di vedere il problema è un luogo comune, secondo cui tutto quello che è nuovo è meglio di quello che è venuto prima: è un “pregiudizio progressista”, usato in questo caso per non riconoscere che la natura e le comunità sono state negate per favorire una modernità fondata sul dominio dell’uomo sulla natura. Le comunità - che sono il soggetto diverso nel tempo e nello spazio, interessato e capace di usare le risorse naturali senza distruggerle - hanno perso ogni diritto, a cominciare dal “diritto ad avere diritti” per usare una frase famosa coniata da Hannah Arendt.
La natura e le comunità sono state negate ma non per questo sono scomparse. La loro negazione ha prodotto tuttavia conseguenze molto pesanti, cresciute in modo esponenziale con l’aumento dei consumi di massa e con la crisi ecologica. Conseguenze che consistono nel sovrasfruttamento e nello spreco legalizzato delle risorse naturali da parte delle multinazionali, protette dalla forza della legge e dagli Stati, e nella rottura del legame sociale, che è alla base della convivenza. Il saccheggio della natura sta distruggendo la terra, la nostra casa comune; mentre la destrutturazione del legame sociale favorisce l’imbarbarimento della vita sociale. La cosiddetta modernità svela così la sua faccia nascosta di sopraffazione e di violenza, rivelandosi per quel che è veramente, un pregiudizio progressista. Le prove di tale violenza sulla natura e sulle persone sono sotto i nostri occhi ogni giorno, in ogni parte del mondo: il cambiamento climatico, l’Ilva di Taranto, il disastro ambientale della multinazionale franco-svizzera dell’amianto, gli scempi della chimica di sintesi in tutte le parti del mondo, la perforazioni petrolifere nell’Adriatico, il fracking delle montagne negli Usa per ricavarne shale gas, la violenza inaudita del tornado che poche settimane fa ha distrutto la città di Oklahoma City, tra molti altri disastri recenti e meno recenti.
Negli ultimi anni la letteratura e il dibattito sui beni comuni si sono moltiplicati in tutti i paesi, Italia inclusa. Pochi sono tuttavia gli autori che hanno studiato i beni comuni in modo sistematico, e tra questi spiccano alcuni nomi come il Premio Nobel Elinor Ostrom, Vandana Shiva, la scienziata indiana e il giurista Paolo Grossi, ora giudice della Corte Costituzionale. Molti e diversi sono gli approcci seguiti dagli autori italiani e stranieri, che cercano di reinventare e di reintrodurre i beni comuni nella attuale società globale.
In Italia il potenziale di alternativa dei beni comuni viene oggi declinato non tanto come autogestione delle risorse da parte delle comunità locali come propone la Ostrom - insieme a molti altri - ma come spazio di discussione e di sperimentazione, luogo di incontro delle esperenze sociali, per creare un movimeno di opinione dal basso: come un “significante vuoto” che le pratiche sociali dei movimenti possono riempire di senso - come è accaduto con il referendum sull’acqua del giugno 2011.
Sono due strade diverse sia sul piano concettuale che su quello della pratica sociale: nel primo caso, l’accento cade sui beni comuni naturali, riportando in primo piano la natura, l’empowerment delle comunità locali e la democrazia diretta (vedi su questo approccio il mio Nature for Sale: Commons Versus Commodities, Londra, Pluto Press 2013, in libreria alla fine del mese corrente, che è una rielaborazione del testo italiano Beni comuni vs Merci, Milano, Jaca Book, 2010).
Nel secondo caso, sostenuto in Italia da una scuola di giuristi il cui esponente di spicco è il professore Stefano Rodotà, l’accento cade sulla strategia dei diritti umani fondamentali, da realizzare attraverso la Costituente e il Codice dei beni comuni, e sulle pratiche sociali, intese come occupazione di spazi vuoti (fabbriche chiuse o teatri abbandonati o in procinto di esserlo).
Il nodo attorno al quale si gioca la riscoperta dei beni comuni resta in ogni caso quello di evitare il sovrasfruttamento e lo spreco delle risorse naturali, che non è garantito né dalla lor appropriazione privata né dalla loro socializzazione. Come sostiene Elinor Ostrom, il dilemma dei beni collettivi può essere affrontato - e in buona parte risolto ‒ lasciandone la gestione alle comunità, e cioè alle persone che usano quelle risorse e che sono quindi interessate a non distruggerle. Ma questo è possibile solo a ‘certe condizioni’, quali il riconoscimento delle comunità e la non ingerenza dello Stato, che si sovrappone alle persone appropriandosi di scelte che non è in grado né di fare né di far rispettare. Giò nel 2001, in “Reclaiming the Commons”, New Left Review n.9, Naomi Klein affermava. “Dobbiamo avere un po’ di fiducia nell’abilità delle persone di governarsi da sé, di prendere le decisioni migliori per se stesse. Dobbiamo mostrare un po’ di umiltà dove regna ora tanta arroganza e paternalismo. Credere nella diversità umana e nella democrazia locale è tutt’altro che un ideale sbiadito”
Nella diversità degli approcci possibili per ridefinire i beni comuni nella realtà contemporanea, restano a mio parere centrali il ruolo delle comunità, intese come gruppi di persone legate dall’uso sostenibile di una risorsa comune, e il loro empowerment, inteso come potere a co-decidere sull’utilizzo e sulla destinazione di quella risorsa. Resta altresì centrale la diversità istituzionale, su cui poggia buona parte del discorso della Ostrom, e cioè l’esistenza di sistemi di regole “frutto di un processo lungo e conflittuale”, che permettono alle comunità locali di auto-gestire molte risorse collettive in modo soddisfacente per se stessi e sostenibile per le risorse. E’ per tutte queste ragioni che io credo sia utile riflettere, oggi, sul pensiero di Elinor Ostrom, che esprime un modo alternativo di intendere l’economia e la società, facendo tutto quello che è in nostro potere affinché il suo insegnamento non cada nel vuoto. Grazie.


NOTE
1. Nel pensiero di Elinor Ostrom i beni comuni (commons) sono spazi o risorse collettive, appropriate e gestite da un gruppo circoscritto di persone definite appropriatori o utilizzatori - che costituiscono una comunità locale - sulla base di sistemi di regole conosciute e accettate dai membri della comunità.
2. La vita privata della Ostrom è stata fortemente intrecciata con quella professionale: docente di Scienze Politiche e co-direttore insieme al marito Vincent Ostrom del Workshop in Political Theory and Policy Analysis alla Indiana University a Bloomington; ha fondato e diretto il Center for the Study of Institutional Diversity alla State University dell’Arizona, e ha ricoperto molti altri incarichi universitari negli Usa e all’estero. Ha ricevuto moltissimi riconoscimenti accademici e non, fino al Premio Nobel nel 2009. Ha scritto, da sola o insieme ad altri, più di 30 libri e più di 500 saggi o capitoli di libri sui beni comuni e sulla teoria delle azioni collettive (vedi il suo curriculum vitae, aggiornato al 1 gennaio 2012, www.indiana.edu/). Nel 1990 ha pubblicato il suo libro più importante, Governing the Commons. The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge University Press (trad. it. Governare i beni collettivi, Marsilio editore, 2006). Nel 1985, ha fondato una associazione scientifica presso la sua università, a Bloomington, lo IASC (Internazional Association for the Study of the Commons), con cui ha diffuso nel mondo il suo pensiero: dal 1990 ad oggi, lo IASC ha organizzato molti incontri regionali e tematici, e quattordici incontri internazionali, in tutte le parti del mondo, l’ultimo dei quali si è concluso nei giorni scorsi, in Giappone. Insieme ai suoi collaboratori, ha analizzato anche la governance delle risorse collettive diverse da quelle naturali come la conoscenza, la riforma bancaria degli Usa, l’open source, ed altre, usando una framework chiamata “Intitutional Analysis and Development ‒ IAD”, che non è una teoria ma uno strumento analitico per individuare le variabili rilevanti da mettere sotto controllo in ciascuno dei casi studiati che riguardano risorse collettive come .
3. I field studies presentati dalla Ostrom nel suo Governare cit. provengono da un universo molto vasto di studi di campo riportati in letteratura, condotti su specifici villaggi, risorse o aree. Questi studi sono stati vagliati prima da un Comitato creato ad hoc nel 1880, che ne ha enucleati circa mille riguardanti risorse collettive naturali come pascoli, corsi d’acqua etc. Questi mille studi sono stato poi ulteriomente rielaborati dallo IASC, l’associazione scientifica creata dalla Ostrom nel 1985, per renderli confontabili tra di loro.
4. I templi dell’acqua o zanjere, sono sistemi di irrigazione costruiti su terreni privati coltivati a riso, poveri di acqua, da parte di associazioni di contadini senza terra, in cambio del diritto a coltivare in proprio una parte di quei terreni. Negli anni 1960, durante la Rivoluzione Verde, il governo dell’Indonesia abolì questo sistema di irrigazione considerandolo arretrato, e istituì un sistema di irrigazione “moderno”, che però ridusse le rese in modo verticale, tanto da indurre il governo a ripristinare il vecchio sistema di irrigazione, che è ancora in funzione.
5. Vedi Mancur Olson, The Logic of Collective Action, Harvard University Press 1965 ( trad. it., La logica delle azioni collettive, 1983).
6. Questo modello, sviluppato a Stanford già negli anni 1950, venne successivamente formalizzato dal matematico statunitense A.W.Tucker.

 

Letto 2892 volte

Lascia un commento