Venerdì, 30 Agosto 2013 00:00

The big lie

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Vi ricordate Colin Powell il segretario di stato USA sotto l’amministrazione George Bush? In un’intervista di questi giorni, ad una emittente televisiva americana, ha affermato di aver conosciuto il Giovane Assad e che questi è un bugiardo. Ora pur ammettendo che sia vero, mi chiedo: ma lui, Powell, quando relazionava, il consiglio di sicurezza dell’O.N.U, sulle  armi chimiche di distruzione di massa di Saddam Hussein, vi ricordate? Quanto c’era di vero in quella sua denuncia? E dopo cosa si è scatenato?: l’inferno in Iraq. Oggi nei confronti della Siria siamo sicuri che non si ripeta lo stesso gioco di falsità? Come credere alla verità di ciò che ci  raccontano? E poi pensiamo alle conseguenze del coinvolgimento americano in una guerra al potere di Bashar al-Assad, e la violenza assassina sulla popolazione siriana già duramente provata, oltre all’imprevedibile estensione del conflitto. Sembra  che, dal fatidico ottobre 2001, abbia preso avvio una logica di reazione bellica pericolosissima per affermare un potere e una supremazia  a cui gli USA ricorrono  per tutelare i loro interessi, più che la vita dei popoli. Ma qui non vogliamo fare una disanima della politica estera americana o un’analisi delle sue reali motivazioni. Vogliamo solo mettere in evidenza che gli USA, forti della propria potenza, decidono come e quando intervenire, per colpire chiunque ostacoli, appunto, i loro interessi  nel mondo. Per poterlo fare usano un metodo già più volte collaudato, quello della menzogna sistematica. Nel caso siriano, il sospetto di menzogne “costruite” ad arte, circa l’eccidio avvenuto con armi chimiche nell’infernale scenario siriano è fortissimo. Noi non crediamo, senza  prova certa, che i possibili colpevoli siano necessariamente i  militari di Assad. Ma la strada più comoda per liberarsi di un potere scomodo è sempre la menzogna. Per questo non crediamo neanche allo spirito umanitario di un intervento militare in quella regione. D’altra parte, il fine principale dei mass-media è condizionare l’opinione pubblica rendendola passiva e ottusa. Non ci crediamo, perché sappiamo,  che, in circostanze analoghe, Colin Powell mentì, come mentì tutta l’amministrazione del governo Bush. Crediamo invece che si stia giocando un’infame partita, con infami accordi sottobanco e magari infami interventi di terroristi mercenari. Lo abbiamo visto tante volte in Asia e in Africa. 

Strana politica quella degli Usa: in Siria a favore dei ribelli islamici, in Egitto a favore del golpe militare anti-islamico, che ha già provocato migliaia di vittime civili. Due pesi e due misure. Anche in Egitto è forte il dubbio che una casta militare corrotta, indifferente nei riguardi delle forme democratiche, sia stata “convinta” ad eseguire il “lavoro sporco”. 

Di fronte a questo ennesimo vento di guerra calcolato sulla carta, si manifesta in tutta la sua evidenza di un’informazione manipolata. Il “quarto potere” americano, che tanto aveva alimentato le nostre speranze, si rivela oggi un docile strumento per specialisti nella “persuasione occulta”, in questo facilitata dalla diffusa consapevolezza che la mistificazione della realtà in fondo gioca a favore degli interessi dell’intera nazione. Gli americani, fatta eccezione per una sparuta minoranza, si fidano ciecamente. E questo è un grave segno di involuzione di quella democrazia. Dall’11 settembre appare chiaro a tutti che lo scacchiere mediorientale riveste un’importanza strategica. E se le cose prendono una piega imprevista, troppi americani continuano a credere che la guerra, fondata sulla menzogna, sia la soluzione per chi non vuole piegarsi agli interessi del più forte. Ma questa politica non può durare in eterno, dato che la stessa “forza” americana comincia a scricchiolare di fronte alla crescita di altri paesi. Certo, se la nostra storia deve essere dominata dalla sola “volontà di potenza”, la guerra continuerà ad essere il prolungamento naturale della politica con altri mezzi. Come pensavano i nazisti.

Per quanto ci riguarda noi speranzosi in un’evoluzione positiva della civiltà non vogliamo accettare nessuna soluzione che non sia diplomatica e pacifista. Questo crediamo e questo pensiamo: No war. 

 

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