Domenica, 07 Dicembre 2014 20:15

La crisi, l’alternativa e il movimento dei commons

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La crisi
La crisi del sistema dominante segna la fine di un’epoca, non è una fase di quella esistente. Il capitalismo non è in grado di mantenere le sue promesse: sradicare la povertà e la fame, assicurare l’equità e la giustizia sociale, rispettare l’ambiente, sanare il divario Nord-Sud. Difende con la guerra il “suo” diritto alle risorse naturali del Sud e del Nord, saccheggia così la natura e identifica la qualità della vita con il “benessere” economico. Per le persone in carne ed ossa, questo significa la perdita di ogni possibilità di incidere sulle proprie condizioni di vita e di lavoro, di decidere di sé e del proprio percorso di vita: è così diventato “normale”, ad esempio, mettere a rischio la salute e perdere la vita sul posto di lavoro. La democrazia rappresentativa di matrice novecentesca, legata allo stato nazionale e ai partiti politici come cerniera fra i cittadini e lo stato, non basta più nella globalizzazione. Le persone non sono in grado di difendersi, mentre la Terra è sull’orlo del collasso per l’eccessivo consumo di risorse naturali sia dal lato del prelievo che da quello delle emissioni e dei rifiuti. Ma i governi sono insensibili alla domanda di democrazia reale proveniente dal basso e ciechi di fronte alla relazione tra crisi ecologica e crisi economica: disoccupazione e corruzione dilagano, ma loro - i governi e i banchieri europei, ad esempio - si occupano al massimo di “mitigare” le politiche di austerità, non di risanare il pianeta e l’economia. La sconfitta della sinistra subita negli ultimi decenni in tutto il mondo e soprattutto in Europa - la culla della democrazia occidentale -, ha permesso alle classi dominanti di cancellare le conquiste sociali e culturali del Novecento e di eliminare dal dibattito pubblico non solo la cultura operaia ma anche quella degli altri attori sociali – dai contadini agli intellettuali - dando vita ad una inedita divaricazione sociale tra il 99 e l’1 per cento della popolazione. La sinistra politica e sindacale non ha saputo/voluto ristrutturarsi di fronte alle sfide della globalizzazione e ha così favorito il neoliberismo e le politiche di austerità, difendendo male (e perciò in modo non efficace) i soli lavoratori “garantiti”. Ha aderito all’ideologia capitalista del mercato e a quella industrialista dello sviluppo basato sul consumo di massa, favorendo la separazione tra vita e lavoro, tra economia e società, rendendo così evidente di non essere in grado di svolgere il ruolo storico di difesa degli esclusi. In Italia, ad esempio, il “glorioso” Partito comunista italiano si è dissolto con la caduta del Muro di Berlino, facendocene cadere addosso le macerie.

 L’alternativa
In tutto il mondo la gente è in cerca di alternative. Le comunità e i movimenti rurali e metropolitani del Sud e del Nord – quale che sia il nome da essi assunto e la rivendicazione in cui sono impegnati, dalle lotte contro la recinzione della terra a quelle per la casa, la salute, il salario – costituiscono un vasto movimento di resistenza, che resistendo propone le alternative. Questo movimento viene oggi definito in letteratura “movimento dei commons”, ma la definizione dei commons è controversa, e non c’è accordo neanche sulla definizione “minima” secondo cui nei commons le relazioni sociali sono inseparabili da quelle con la natura. Esiste pertanto il rischio che il movimento dei commons sia usato per consolidare il sistema, anziché per trasformarlo. Raramente le lotte delle comunità e dei movimenti hanno successo, ma anche quando lo hanno, difficilmente riescono a modificare l’ordine sociale esistente per l’opposizione sia delle classi dominanti sia della popolazione. Tre secoli di capitalismo hanno plasmato il senso comune e hanno dato vita alla “demonizzazione del passato”. E’ così diventata un luogo comune la convinzione che il passato sia tutto da buttare, in particolare le comunità locali e i rapporti di prossimità che esse incorporano, sostituite dalle più “confortevoli” comunità virtuali di internet. “Allora c’era la fame e la guerra”, questa la motivazione addotta: ma le dinamiche vanno viste a livello planetario, e allora si capirebbe subito che la fame e la guerra ci sono ancora, ma si sono spostate soprattutto nei paesi del Sud del mondo.

L’empowerment
Comunità locali e movimenti sociali sono i soggetti che praticano l’alternativa. Lo sono di fatto, ma non di diritto perché non hanno il “potere” di concretizzare le soluzioni cui essi sono arrivati. I poteri costituiti tentano - e non di rado ci riescono – di ridurli al ruolo di “ancelle del sistema”, mentre le decisioni restano nelle mani delle istituzioni riconosciute per legge e dei loro alleati – lo Stato, il Mercato, la Finanza, le Banche, l’Unione europea, la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale. Tutte le forme di partecipazione dal basso sono da incoraggiare “qui e ora” nella fase della transizione, così come la riconversione ecologica dell’economia e della società, anche se la transizione dovrà essere declinata in modo diverso a secondo dei paesi, della loro cultura e del loro contesto storico-istituzionale. Comunità e movimenti dovranno diventare un soggetto riconosciuto dal diritto e dalla Costituzione nei vari paesi, e questo obiettivo va tenuto presente fin da ora, nella fase di transizione. Comunità e movimenti dovranno essere empowered e cioè abilitati a decidere o co-decidere sullo sviluppo locale e sulla destinazione delle risorse territoriali del suolo (acqua, terra, agricoltura) e del sottosuolo (minerali e fonti energetiche). Il collettivo di CNS-Ecologia Politica auspica un localismo cosmopolita, che dovrà essere definito dagli esperti (ad esempio costituzionalisti) insieme alle comunità locali in lotta (che sono moltissime in tutti i paesi e lavorano su una grande ventaglio di problemi - dalle mamme vulcaniche in Campania-Italia, alle comunità rurali del Nord e del Sud, a quelle delle periferie metropolitane, alle comunità dell’acqua, dell’energia e dell’acciaio. Vedi, su quest’ultimo punto, le lotte della comunità dell’Ilva di Taranto e di quelle della Vale – la multinazionale brasiliana del ferro, che fornisce anche all’Ilva di Taranto - raccontate recentemente in due video, uno dell’Espresso (http://video.espresso.repubblica.it/tutti-i-video/polmoni-d-acciaio-il-documentario/1996/1994) e l’altro del Seminario internazionale tenutosi in Brasile lo scorso maggio (http://www.seminariocarajas30anos.org/). La definizione dei poteri delle comunità ecologiche e dei movimenti sociali non sarà affatto semplice, dipenderà dalle occasioni e richiederà i tempi lunghi necessari per il superamento delle resistenze. Nessuno pensa del resto che nelle comunità non ci siano problemi e contraddizioni, ma la democrazia reale   bussa alle nostre porte.

Una proposta
Il collettivo di CNS-Ecologia Politica propone di organizzare in Italia un convegno sulle questioni poste dall’alternativa e auspica che incontri analoghi vengano realizzati in altri paesi e/o regioni con culture, istituzioni ed esperienze politiche diverse da quelle italiane ed europee. Siamo convinti infatti che sia necessario e urgente dare visibilità agli emarginati, che troppo spesso sono privi di parola. La progettazione del convegno sull’alternativa dovrà pertanto dedicare particolare attenzione alla definizione dei protagonisti e dei destinatari del convegno stesso, che sono sia le comunità locali in lotta sia quella parte delle istituzioni sensibile al tema dell’alternativa, come ad esempio in Italia la rete dei Comuni virtuosi.

*Il Collettivo di CNS-Ecologia Politica (www.ecologiapolitica.org)

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