Mercoledì, 23 Settembre 2015 00:00

XXI Sec: Fame e povertà una continuità senza fine

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La ricchezza, come disponibilità di beni di consumo primari, necessari, affinché l'umanità non abbia a patire fame e povertà e' ben lungi dall'essere una realtà possibile a tutti. Lo confermano i dati statistici.
Ad oggi, più di 700 milioni di persone al mondo tra Asia, Africa, America del SUD, soffrono di povertà e conseguentemente di fame. Una situazione drammatica per la quale sono chiamati, al loro senso di responsabilità e dovere di solidarietà, paesi economicamente più ricchi di benessere materiale.
l'Expo di Milano 2015 si è posto, all'attenzione internazionale, con un ardito obbiettivo: come nutrire l'umanità, arricchire la terra, utilizzare l'energia. Ma l'evento in se, con le sue spettacolarizzazioni architettoniche, le particolarità culinarie e culturali dei paesi partecipanti, l'ostentata ricchezza d'insieme, sembrano contraddire il messaggio di fondo e attrarre l'interesse del pubblico più delle ragioni universali dell'Expo. Ragioni, prima ancora, analizzate, discusse, confrontate tra autorevoli personalità della cultura, della politica, stabilendo principi, azioni indispensabili al futuro dell'umanità e inscritte nel manifesto ufficiale: "La Carta di Milano".
La fame un istinto che ogni essere soddisfa mangiando. Ma quando il cibo manca del tutto o in parte, ciò è soprattutto il risultato di una condizione economica dettata dalla povertà; risolta la quale si tornerebbe a coltivare, irrigare campi, allevare bestiame, nutrirsi con più carboidrati, proteine e ottenere con ciò una condizione di vita sana, sicura, senza privazione di beni necessari alla propria esistenza.
Su questo tema e con lo stesso spirito idealista della “ Carta di Milano “, molti quotidiani, riviste specializzate hanno affrontato l’attualità del problema e dato il loro significativo contributo con la pubblicazione di articoli più o meno interessanti, indicandovi nuovi modelli di comportamento sociale, di consumo delle risorse energetiche, nuove produttività alimentari più intensive e più distribuite in quelle parti di popolazione più povere ed affamate. Ma ai rispettivi autori di questi articoli è mancato il coraggio di un affronto diretto di giudizio critico, obbiettivo, che andasse oltre le cause naturali o gli aspetti formali inchiodando, per verità di fatti, chi esercita potere di accumulo di beni e risorse fondamentali all’umanità e che il sistema vigente, il liberalismo economico che, con altra definizione altisonante chiamiamo Capitalismo, ha consentito e ancora consente, l'esclusivo possesso del mercato. Un sistema estremamente potente, un imperioso discriminatore di classe, che non permette uguaglianza sociale, equa distribuzione di beni essenziali; che fonda il suo ordine mondiale nel potere economico, monopolistico, attraverso varie speculazioni: cartelli, pacchetti azionari, borse valori; che decide, nelle sue diverse proprietà e attività produttive industriali, del potere di acquisto di milioni d'individui stabilendone lo stato sociale e qualità di vita; che non disdegna corrompere, destabilizzare mercati, monete; che rende paesi sottosviluppati, con alto valore di ricchezze del sottosuolo, sempre più servili ai suoi interessi e preoccupandosi solo di questi, grazie a governi, politici corrotti che ne consentono lo sfruttamento con un valore di scambio al disotto del valore d’uso.
Questa, al di la delle diverse ed opposte interpretazioni teoriche, accettabili o no, e' l’oggettività della sua natura avida ed egoista, della sua verità incontrovertibile assurta a ragione assoluta. È quella delle multinazionali dell'energia, del food, del controllo della rete telematica, dei network, della comunicazione di massa, della farmaceutica, della chimica, della finanza corsara, delle ricche borghesie di vecchio e nuovo lignaggio e di un'altra miriade di piccoli e medi capitani d'industria fedeli al suo principio unico inalienabile: il profitto, il “Santo Graal” dell’economia liberista.
Per chiunque dovesse azzardarne una critica negative sulle sue cause di sconquasso degli equilibri naturali, sociali, economici delle nazioni più evolute e non, ciò gli comporterebbe la perdita di posizioni di privilegio e la non più appartenenza al circolo degli eletti della cultura ufficiale.
Ma come diceva Wittgenstein: “ Ciò di cui non si deve parlare meglio tacere”. E costoro, per interesse personale tacciono, invece no, non si deve tacere. Farlo e' intellettualmente scorretto, fuorviante, é ridurre il problema fame, povertà a soli fattori della imperversante natura tralasciando, invece, quella umana dell'avidità, dell'egoismo o come pure prescindere dalla critica al capitalismo. Basta osservare l’interno delle attuali società del ricco Occidente con le sue contraddizioni, sperequazioni, contrasti sociali in essere. In ciò si palesa la fallace del capitalismo, del suo valore assoluto, abilmente mascherata dai maghi del libero mercato, quelli della migliore dell'economie possibili, ma sempre meno convincenti, tanto quanto più si accentuano le crisi economiche.
Crisi di sistema, con un impatto sociale che per molti si fa sempre più preoccupante, per non dire drammatico, perché non più garante delle condizioni di benessere e certezza del futuro se non, beffardamente, per le sole forze generatrici e detentrici del potere economico e finanziario.
A molti queste considerazioni possono sembrare le invettive di un detrattore privo di obiettività, povero di fantasia, di senso della realtà. Ma guarda caso, sulle conseguenze del profitto e del consumismo fine a se stesso e per la portata del loro danno sociale, anche Papà Francesco ha ritenuto giusto, dal pulpito della sua "spiritualità cristiana", esprimere una severa condanna.
Parole sorprendenti, non astratte ma contrastanti, stando allo status quo della Chiesa Cattolica ricca di molti beni materiali per nulla condivisi. Astratte lo sarebbero state se, Sua Santità, avesse parlato dell'esistenza degli angeli.
Ora, anche se il capitalismo non sussiste nella pratica economica della Chiesa a sistema di profitto ma solo da reddito di proprietà, non è comunque intendimento di essa, al di là della sua sola misericordia, spogliarsi francescanamente dei propri beni.
Nei fatti, troppe ipocrisie svelate, mistificazioni smentite, impegni mancati da chi professa la legge del Signore e da chi laicamente quella civile, democratica. Purtroppo, per i motivi suddetti, siamo ancora lontani dalle giuste soluzioni fame, povertà: più declamate che realizzate.
Ciò è la prova che nulla è più certo della volontà di non risolvere il problema che, perversamente, sotto molti aspetti risulta utile a preservare privilegi di quella élite del pro domo sua, o salvaguardare organizzazioni, istituzioni costosissime preposte allo scopo. Mentre quelle del volontariato, della solidarietà umana, se pur lodevoli, minimali nel loro apporto.
In fine, l'impegno per quanto se ne parli, discuta, affinché non ci sia più fame e povertà nel mondo non potrà mai essere posto in pratica fino a quando il profitto si ergerà come valore e interesse superiore all'uomo e il capitalismo come dominatore e condizionatore delle sue necessità fondamentali.
Dell’Expo non rimarrà che un bilancio più o meno positivo in numero di presenze, di valore d'immagine, meno per l’investimento economico da parte dello Stato per sprechi e costi. Molto, invece, per qualcuno che ha avuto l'esclusiva di parteciparvi da raccomandato, da favorito appaltatore rappresentando il cibo artigianale italiano e avendo pure l’ardire di spiegare, ai giovani, da "vero" self made man, come avere successo nel lavoro, nell'impresa e di come salvare il mondo dalla fame. Una mistificazione recitata ad arte da un protagonista con baffi.

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