Martedì, 14 Giugno 2016 15:29

Come uscirne

- di

La storia non e' altro che il racconto delle diverse vicende umane, svoltesi nei corso dei millenni. Un racconto che descrive popoli diversi, in luoghi e tempi diversi, per lingua, appartenenza territoriale, cultura, progresso materiale che ne definisce il tipo di società.
Ciò spiega che quanto più un popolo progredisce, tanto più  caratterizza la sua identità  di valore. E di questo, l'Occidente, ha di che vantarsi, se pur con molte contraddizioni. 
In questi ultimi decenni i vari accadimenti sociali, politici, i rapporti sempre più intersecanti, dipendenti da interessi collettivi o individuali, liberi, egoistici, il predominio di poteri dominanti nei loro aspetti più antisociali, di classe, le guerre, lo sviluppo tecnico-scientifico e altro ancora, sono la rappresentazione di come ha funzionato e funziona il "materialismo  storico".
Concretamente, per l'uomo, il mondo è ciò che egli vuole che sia. Non solo il suo habitat naturale, quasi esclusivo, ma soprattutto come risorsa fondamentale al proprio fabbisogno estremamente consumistico, senza valutarne limiti e costi.
Oggi la civiltà occidentale, pur vantando una maggiore conoscenza, progresso tecnico-scientifico, superiore al resto del mondo e, per questo, ben strutturata a risolvere situazioni complesse in ambiti diversi del sistema mondo, non e' riuscita,  nonostante ciò, ad evitare spinte di declino sociale.
Le devianze culturali, il depauperamento dei valori di una umanità  desoggettivata nel suo essere, ripiegata passivamente su forme sociali conflittuali, espresse in contrasti di classe, da cui non riesce a liberarsi, per un diritto reciproco di degna esistenza, lasciando spazio ad azioni che limitano ogni presa di coscienza e rafforzano logiche di potere prettamente economico, per un unico fine: profitto e mercato. Parole magiche e tragiche allo stesso tempo.
Ora, intervenire sulle negative condizioni sociali  attuali, darne una efficace soluzione nel suo insieme e' un impegno arduo. Troppo preponderante la portata irrazionale del comune agire, sia perché diseducati al bene comune, sia perché instupiditi da una ignoranza sempre più vasta e, per la quale, i mezzi di comunicazioni contribuiscono notevolmente a peggiorare.
Dinanzi a questo cedimento culturale, dei saldi principi, la politica dovrebbe ergersi a ragione superiore del governare ma, non essendo sostenuta da capacità ottimali, le conseguenze non possono che determinarne il suo fallimento. Ma tale responsabilità non può essere ascritta solo alla politica, poiché, il sistema economico, pervicacemente perorato dal grande capitale, stabilisce pesi e misure secondo il proprio criterio liberista, a danno del diritto democratico cioè, della parte sociale più produttrice di ricchezza materiale, meno beneficiante e beffardamente illusa, a cui   non rimane, da sempre,  altro che consumare  la disperazione in un'attesa messianica di là da venire.
Ancor più grave e' la condizione dei giovani. Il loro futuro, segnato da politiche economiche  incapaci di risolvere concretamente il problema del lavoro, conduce chi ne è privo verso comportamenti incompatibili con principi di valore, come regola sociale corretta.
Gran parte dei giovani, chi più, chi meno, sente di subire una condizione di ingiustizia sociale  di abbandono da parte delle istituzioni. Il futuro richiede un progetto, un fine sempre migliore del presente ma manca la concretezza, del presente, per un vero progetto di futuro.
Alla luce di ciò, la riflessione e' che, nella condizione di disuguaglianza sociale, a non funzionare non è solo il rapporto tra salario e profitto, tra chi può contare nel domani e chi no, ma tra chi agisce a suo esclusivo beneficio e chi subisce  la sopraffazione, la disonestà dell'altro  per debolezza, stupidità, inerzia, cattiva coscienza. Se così è, allora, si può ben sostenere   che  anche il soccombente non e' meno colpevole di chi agisce ingiustamente nei suoi confronti.
Per tanto credo che si possa sostenere, concretamente, che le cause di queste opposte condizioni sociali  dipendono soprattutto dalla mancanza di un giusto sapere.
Il sapere, come valore di conoscenza, non è una categoria speciale a cui solo pochi eletti possono accedervi. Esso è tanto più utile quanto più
 libero da vincoli ideologici e sovrastrutture che ne mistificano la qualità e validità. 
Con una visione sul presente, su ogni singola linea prospettica, formante lo schema dei diversi modelli di comportamento, torna evidente il relativismo soggettivo sul significato di conoscenza.
A questa considerazione segue una domanda: Oggi, qual'e' il grado di sapere appreso a difesa della nostra cultura? Siamo poi certi di sapere ciò che occorre per definire o decidere le giuste soluzioni ai vari problemi che si presentano individualmente o collettivamente? C'è una ragione sufficiente per credere che lo sia? E quale? Questo è il punto della questione. Per mettere in dubbio il vero sapere, bisognerebbe che una ragione contraria si ponga al disopra di esso dimostrandone la fallacia.  La dicotomia, tra etica e potere, determina due opposte conseguenze: lo spirito  della ragione, nella prima, il fuoco delle armi nella seconda. Ma se fossimo capaci di comprendere, calcolando i costi in vite umane  interiorizzando ed immaginando il dramma di chi li vive avremmo, sicuramente, maggiore capacità di discernere il bene dal male, per un mondo migliore. Ciò che inquieta sta proprio in questa inettitudine del non sapere, nella quale si cela il demone della rovina nichilista. Soccombervi: una vile rinuncia. Sapere: il riscatto dall'ignoranza. L'ignoranza, e' la peggiore delle condizioni umane, dopo la fame.

Letto 657 volte

Lascia un commento