Domenica, 29 Maggio 2011 02:00

La regressione

- di

macQuesta rivista ha già proposto do­cumenti, ricostruzioni, com­men­ti riguardanti quella fase storica – dai confini temporali non proprio netti (ci sono anticipazioni e prolunga­menti) – che va oggi sotto il nome di “sessantotto”, giacché si ritiene comunemente che proprio nel 1968 – soprattutto nel famoso “maggio francese” – abbiano tro­vato espressione tendenze, conce­zioni, pratiche che tuttora spiccano per la loro sorprendente originalità.
Il loro terreno fertile è stato dapprima alimentato dal mondo studentesco, scolastico e universitario. Sono stati poi coinvolti ambienti, artistici, letterari, cinematografici, e via discorrendo. Precisiamo subito che le loro connessioni con lotte operaie, concomitanti o quasi immediatamente successive (ci riferiamo soprattutto alla Francia e all’Italia, colle dovute distinzioni), sono innegabili, anche se non si può parlare di una vera e propria “filiazione”. Ma questo è un discorso a parte. Qui si vuole commentare soprattutto quella che fu una sorta di “rivoluzione ideologica” nel senso più ampio, che trovò una rispondenza solo parziale nel movimento operaio e, soprattutto, nelle organizzazioni tradizionali (sindacati e partiti) con cui questo movimento continuava, per la gran parte, ad interloquire.

Le osservazioni che seguono si riferiscono quindi al clima generale in cui ebbero luogo una serie d’eventi che continuiamo a definire “culturali”, per molti versi nuovi e inaspettati, tra­lasciando le vicende economico-politico-sindacali che poi sono confluite nella storia di ciascun paese, con esiti differenziati. Non ci occuperemo neppure delle con­nessioni tra il ’68 e gli “anni di piombo”. Dal nostro punto vista, il terrorismo (rosso, nero, di stato) si lega a quella politica “sommersa” che in varie forme caratterizza il nostro certe sue manifestazioni adottano schematismi ideologici presenti nel movimento sessantottino, lo fanno sfruttando espressioni marginali, prese ingenuamente – e tragicamente – alla lettera. È flebile anche il collegamento con il movimento del ’77, egemonizzato dai cosiddetti “autonomi”, che sembra quasi fatto apposta – assieme al terrorismo elitario – per porre fine alla stagione, tormentata ma ricca di fermenti, di lotte libertarie degli anni immediatamente precedenti.
L’oggetto principale di questo articolo sono quindi quegli effetti delle iniziative studentesche che sarebbero stati avvertiti soprattutto a livello culturale e a livello sociologico. Da una parte, è evidente che nel ’68 il mondo giovanile è il vero protagonista di un rinnovamento e una“sprovincializzazione” culturale senza precedenti. woodstockAl bisogno di ricerca e di discussione sulle principali tematiche ideologiche, sui fondamenti disciplinari (soprattutto delle cosiddette “scienze umane”, ma anche, e in maniera significativa,della ricerca scientifico-tecnologica più “dura”) si affianca l’introduzione delle acquisizioni più recenti prodotte da altri paesi, in un clima intellet­tuale più aperto e spregiudicato. Dall’altra parte, grazie anche alla suddetta uscita dal provincia­lismo, si assiste al profondo cambiamento di alcune consuetudini cui le “famiglie” erano abitua­te. [1] È evidente che i rapporti interni ed esterni d’ogni famiglia non sono dissociabili dall’intero tessuto sociale. Ma la famiglia (in un senso allargato, come si diceva) è soprattutto il “teatro” dove l’autorità, l’educazione, la formazione cultu­rale, l’emancipazione dei rapporti amicali, sessu­ali, affettivi, trovavano una continua messa in scena. Non a caso, tra le poche novità fonda­mentali di costume, che ancora persistono e che, almeno nel nostro paese, sarebbero state impen­sabili prima del ’68, dobbiamo necessariamente annoverare la legalizzazione del divorzio e dell’a­borto. [2] Ci serviamo del termine “famiglia” in modo molto astratto, come una sorta di categoria generale, in quanto istituzione “nucleare” che fa da tramite tra individuo e società nella molteplicità di sensi che apparirà più chiara in seguito.
Uno dei tratti distintivi dell’atteggiamento intellet­tuale del ‘68 è certamente la diffusa partecipa­zione geopolitica e culturale. Avvenimenti politici e guerre che avvenivano in paesi lontani (in pri­ mo luogo ovviamente nel Vietnam, ma non solo) erano immediatamente oggetto di dibattito e spingevano verso un’instancabile ricerca d’infor­mazioni e interpretazioni. Ma altrettanto interesse suscitavano le “novità culturali”, soprattutto in un paese come il nostro in cui resistevano quelle consuetudini e quegli atteggiamenti, legati alla nostra tradizione idealistico-clericale, e dove quin­di espressioni, comportamenti, eventi artistico-letterari, addirittura innovazioni scientifiche e disciplinari, non necessariamente recentissime, apparivano talora come sorprendenti “scoperte” di nuove possibilità interpretative dei vari feno­meni riguardanti la vita “familiare” e gli eventi socio-politici.
Per essere più precisi, se, da un punto di vista prettamente politico-ideologico, al centro di questa evoluzione stava senza dubbio il dibattito sul pensiero di Marx e sul marxismo in generale, contemporaneamente lo studente di quel periodo aveva “fame” di quelle varie forme di sapere, l’accesso alle quali gli era stato negato da una scuola arretrata e codina. Come si è detto, tutte le espressioni culturali finirono per essere coinvolte (anche fisicamente, nel senso della partecipazione diretta degli stessi protagonisti): dall’arte, alla filosofia, alla scienze naturali, sociali, umane (per es. la psicologia). Si realizzava in altri termini una connessione inedita tra sapere e politica che portava, in generale, a mettere in discussione la cosiddetta “neutralità” della scienza e, più in particolare, a coniare slogan come “il personale è politico” che spingevano a nuove forme di socia­lizzazione e condivisione, a volte persino esagera­te, fino a coinvolgere talvolta singole esperienze individuali, anche quelle appartenenti alle sfere più intime. Per completare il quadro, non possiamo certo trascurare l’evoluzione della musi­ca, nella sue manifestazioni, nel suo significato simbolico, nel suo valore aggregante e liberatorio (basta ricordare l’indimenticabile concerto di Woodstock).
In queste note ci limitiamo ad alcuni accenni, ma crediamo che il quadro sintetico appena esposto basti per a rendere evidente lo stridente contrasto con ciò che sarebbe avvenuto nei cosiddetti “anni del riflusso”, fino alla situazione attuale. Il quesito che poniamo ai lettori di questi brevi note è allora il più immediato: come e perché lo “spirito” del sessantotto è così miseramente naufragato?
Accanto ad una diffusa perdita d’interesse verso le questioni “di fondo”, assistiamo oggi ad una evidente regressione culturale che torna a coin­volgere, in modo reazionario, anche la vita dellestesse famiglie e le abitudini che la caratterizzano. Assistiamo contemporaneamente all’involuzione della vita culturale in senso più lato, da un lato, e dei comportamenti più strettamente legati alla vita individuale, dall’altro. Si è passati da una visione geopolitica internazionalista ad una visione “con­dominiale” proiettata verso la difesa dei modesti privilegi di piccoli gruppi, aggregati su base sostanzialmente corporativa. Per non parlare del fenomeno del particolarismo etnico, creato talvolta ad arte, in base ad interessi economici di bassa lega. Da una parte, quell’atteggiamento che spingeva ad essere aggiornati nei riguardi di tutto ciò che appariva “nuovo” (e che quindi spingeva gli “operatori” culturali a comportarsi di conse­guenza), quelle consuetudini e che rendevano, per esempio, le librerie e le sedi di dibattito una sorta di luoghi di “culto” da frequentare obbligatoria­mente, sono divenuti, nei pochi casi di soprav­vivenza,patrimonio elitario dei pochi “nostalgici” e dei pochi, eccezionali neofiti. Dall’altra parte, nell’ambito delle consuetudini dei gruppi più ristretti, ritornano i rituali della famiglia “all’an­tica”, con le loro caratteristiche di conformismo, sottomissione, violenza psicologica e materiale. Un indice significativo sarebbe il conseguente cambiamento del mercato editoriale: sarebbe interessante paragonare le classifiche di vendita dei testi di maggior successo, soprattutto per le pubblicazioni carattere saggistico, per es. degli anni ’70 e del primo decennio di questo secolo.
Dell’involuzione strettamente politica non possia­mo parlare in questa sede: servirebbero anche qui accurate riflessioni che richiedono uno sforzo di ricerca a parte. Diciamo solo che con la demolizione del muro di Berlino sembrava demolito anche tutto quello che era legato alle elaborazioni marxiste. Finiva quindi anche il discorso “di prospettiva”, l’analisi futuribile, la ricerca di modelli sociali alternativi. Su questo ci sarebbe molto da dire, anche se non possiamo dilungarci sulle contraddizioni derivanti da un simile atteggiamento di rassegnazione su vasta scala. Sono infatti molti gli autori e i saggisti che parlano oggi, ancora una volta, di una crisi irreversibile del “sistema”. Ma su questo torneremo magari in un prossimo articolo. Con­cludiamo, invece, queste note proponendo un elemento di riflessione. Nei paesi industrializzati e nei paesi che aspirano ad una crescita economica secondo il modello “occidentale” (soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino), cominciano ad andare “di moda” comportamenti e atteggiamenti che ostentano una profonda negazione di ciò che era stato affermato negli anni precedenti. Parlia­mo del cosiddetto “consumismo”, della ricerca di distinzione in base alla griffe, al club, al locale e all’arredamento Il consumismo e l’allargamento della produzione di merci sono evidentemente aspetti fortemente correlati. La produzione e il consumo del superfluo è divenuto quindi un potente fattore di crescita economica. Le nostre case sono piene di gadgets, congegnati in modo tale che la loro rapida obsolescenza costringe il consumatore ad aggiornare continuamente il prodotto. [3] Tuttavia, Come sappiamo, la spinta al consumo è diventata, al tempo stesso, un grave fattore di crisi nel momento in cui la domanda di beni ha portato ad un’esplosione delle forme d’indebitamento. Dobbiamo quindi pensare che le nefaste tendenze noeliberiste che hanno preso piede in occidente dagli anni ‘80 e la regressione culturale cui stiamo assistendo siano due facce della stessa medaglia? Dobbiamo quindi riprendere una battaglia culturale – che è pur sempre una battaglia politica – che ponga al centro del suo interesse i reali bisogni dell’uomo in quanto essere sociale prima che individuo? Ecco, queste sono le domande che poniamo ai lettori e che ci auguriamo stimolino ulteriori commenti e osservazioni integrative. Concludiamo con una citazione tratta dal recente libro di Loretta Napoleoni Maonomics (p. 222). “Oggi ci rendiamo ben conto che l’altra faccia del benessere fittizio prodotto dalla rivoluzione monetarista è l’indebitamento, ma alla fine degli anni ’80 questo aspetto è messo in ombra da quello che appare come il successo economico delle nuove dottrine. La possibilità di indebitarsi ha temporaneamente oscurato i problemi econo mici dell’Occidente e la vendite del patrimonio dello stato e i fatti di Berlino hanno dato ossigeno all’agonizzante sistema capitalista. Tra debito pubblico e Pil s’instaura una correlazione perfetta: entrambi si muovono solo verso l’alto. E sulla carta la ripresa c’è stata, ma è risultata effimera. Soprattutto ha prodotto una nuova generazione di individui motivati solo dal denaro e disinteressati ai problemi sociali. E così facendo ha lacerato il tessuto socio-economico delle moderne democra­zie”. 
 
[1] Ci serviamo del termine “famiglia” in modo molto astratto, come una sorta di categoria generale, in quanto istituzione “nucleare” che fa da tramite tra individuo e società nella molteplicità di sensi che apparirà più chiara in seguito. 
[2] Chi può negare, per esempio, il fatto che uno dei maggiori fattori d’insoddisfazione politica dei giovani dei paesi del “secondo mondo” sia stata l’impossibilità di accedere alla varietà di merci che diventava invece accessibile a gruppi sociali sempre più estesi dei paesi più sviluppati?
[3] Accenniamo semplicemente al fatto che la “liberazione sessuale”, tipica conquista del ’68, è andata anch’essa assumendo un carattere “consumistico”. L’industria del sesso ne ha approfittato da molti punti di vista, ivi compresi gli aspetti più moralmente scadenti e spesso malavitosi.

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