Mercoledì, 16 Novembre 2016 17:06

RIFLESSIONI SUL REALISMO RAZIONALISTA

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Quando si parla di “realismo” ci si riferisce ad una concezione del mondo che ha attraversato l’intera storia della filosofia, assumendo di volta in volta disparate connotazioni. Per questo, a livello di considerazioni preliminari, trascuriamo volutamente le molte definizioni di realismo proposte nel passato e proviamo a ragionare ex novo, proponendo qui ed ora le affermazioni che riteniamo necessarie.1 Intanto, proponiamo di parlare di un realismo razionalista, escludendo quindi ogni forma di fideismo, misticismo, esoterismo, ecc. Il realismo razionalista fa innanzitutto riferimento alla conoscenza scientifica. Ciò significa che esso dà un peso particolare a ciò che è oggetto di studio da parte delle cosiddette scienze “esatte”, delle scienze naturali e delle scienze cosiddette “umane”.
Naturalmente le riflessioni che seguono non aspirano ad essere complete: esse piuttosto intendono aprire un dibattito progressivo, ossia un dibattito che renda sempre più chiari i termini del problema, le eventuali difficoltà degli assunti realisti e le posizioni dei diversi schieramenti.
Chiamando “mondo” l’insieme più o meno relazionato di “tutto ciò che è ed accade”, le nostre riflessioni cominciano con la classica distinzione tra:
1. Discorso ontologico, ossia che delinea gli aspetti fondamentali di “tutto ciò che è ed accade” e che quindi costituisce il “mondo”.2
2. Discorso gnoseologico, ossia che descrive il modo con cui l’uomo arriva a sapere e/o conoscere come è fatto il mondo.


1. Discorso ontologico
La prima asserzione ontologica è che il mondo qui e ora esiste a prescindere dall’esistenza e/o delle facoltà cognitive degli esseri umani (ciò vale anche per ciò che è stato inventato o costruito dagli stessi esseri umani). In altri termini, definendo come “esterno” ciò che è indipendentemente dall’esistenza di un qualsiasi essere umano, il realismo afferma che esiste un mondo “esterno”3 . Gli esseri umani (ivi compreso chi scrive e chi legge) sono parte di questo mondo esterno.
La concezione realista afferma anche che un mondo (con caratteristiche in tutto o in parte diverse da quello attuale) è esistito prima della comparsa degli esseri umani. Del mondo esterno fa parte sia la Natura, in tutte le sue molteplici articolazioni, sia la Società, in quanto forma di organizzazione della comunità umana, con le forme di produzione e riproduzione vigenti in una data epoca. Da quanto detto, si presume che sia la natura, sia la società, hanno avuto una Storia: sono cioè cambiate nel corso dei secoli e dei millenni e stanno tuttora cambiando.
Anticamente, per esempio nel mondo classico greco-romano, l’indagine scientifica era parte dell’indagine filosofica (o metafisica). Anche i successivi tentativi di stabilire una gerarchia tra le varie scienze si sono dimostrati in seguito assai discutibili. Oggi, sembrano avere una posizione primaria le scienze “formali” come la matematica e la logica e, tra le scienze naturali, la fisica in quanto scienza della costituzione ultima della materia di cui sono fatti tutti i corpi naturali.
Distinguiamo l’ontologia riguardante il mondo naturale dall’ontologia riguardante il mondo storico-sociale. Dal punto di vista naturale, si assume che vi sia stata un’evoluzione dell’universo e, nelle fasi più recenti, sia avvenuta la formazione del Sistema Solare e del pianeta Terra, iniziata dalla sua formazione, e poi proseguita in varie “ere” che sono state, sia pure non completamente, ricostruite da astrofisici, geologi e biologi. Dalle conoscenze fisico-chimiche è stato disegnato il quadro in cui si spiega l’origine della vita sul nostro pianeta. Dalla ricerca biologica (in particolare, zoologica) è scaturita la “teoria dell’evoluzione delle specie”, che riguarda tutti gli esseri viventi (ivi compreso l’uomo).
Per quanto riguarda l’uomo (in quanto essere vivente) dal punto di vista naturalistico possiamo dire che la sua struttura corporea fa parte del “mondo esterno”, essendo l’uomo, in primo luogo, membro di una specie naturale. Fa quindi parte del mondo esterno anche il cervello in quanto organo biologico, – con tutte le sue proprietà e funzioni (inclusa la capacità di comunicare e di pensare). Per questo il cervello è oggi studiato con molto impegno dagli specialisti di neuroscienze. Il cosiddetto “pensiero” è, dal punto vista realista, un prodotto della struttura e attività del cervello, così come lo è in generale la mente umana (visione “monistica” del problema “mente/corpo”). Gli aspetti fondamentali dell’attività cerebrale umana sono di natura fisico-chimica. A ciò si aggiunge la complessità del sistema che può essere, essa stessa, alla base di certi fenomeni relativi all’attività cerebrale. 
In generale, la concezione realistica degli enti naturali viene a identificarsi con la concezione materialistica allorché afferma che i suddetti enti sono in ultima analisi composti di particelle, atomi, caratterizzati dal loro stato e dalle loro forme d’interazione. Per un realista, il mondo naturale è fatto in ultima analisi di materia e delle sue interazioni (definiamo indirettamente la materia come “ciò che studiano i fisici e i chimici”).
Parliamo ora del mondo storico-sociale. Gli studi antropologici ci hanno insegnato che l’uomo è un essere sociale. Anche alle sue origini l’uomo viveva (come del resto diversi animali) in un branco, la cui esistenza era finalizzata soprattutto alla sopravvivenza e riproduzione dei suoi membri. Un uomo “protostorico” non poteva sopravvivere da solo, se cacciato dal branco cui apparteneva. Anche l’evolu-zione della società, ricostruita dalle scienze storico-sociali, fa parte del mondo esterno ed è in massima parte indipendente dalla volontà umana. Del mondo esterno fanno quindi parte i rapporti sociali di produzione, che formano la struttura della società, cui corrisponde una sovrastruttura giuridica (prima implicita poi resa esplicita, soprattutto dalla civiltà greco-romana). Anche le varie forme culturali che le comunità umane hanno espresso nella preistoria e nella storia, con le dovute differenze etnografiche, fanno parte del mondo esterno. L’essere umano è quindi anche un essere culturale, in quanto naturalmente propenso a formarsi una visione del mondo esterno e a esprimere o rappresentare i suoi sentimenti in varie forme. La visione umana del mondo si articola in forme sempre più sofisticate grazie allo sviluppo del linguaggio e quindi – in maniera fortemente correlata – del pensiero.


2. Discorso gnoseologico4
Il discorso gnoseologico si riferisce al modo in cui l’essere umano perviene alla conoscenza del mondo esterno. Consideriamo quindi il rapporto soggetto-oggetto, nell’atto conoscitivo (sia esso dovuto all’esplorazione del mondo, all’azione pratica, oppure all’apprendimento) come qualcosa che può essere osservato e studiato. In altre parole non si può chiamare in causa un qualsivoglia soggetto senza chiamare in causa il “mondo” in cui tale soggetto si è formato, ha appreso, agito e sperimentato. Analogamente, non si può presumere che i contenuti della cosiddetta “coscienza” di un soggetto siano interamente “creati” dal soggetto stesso.5 Nel momento in cui ci si riferisce al soggetto, dal punto di vista ontologico si deve chiamare in causa un essere umano che vive in una determinata società e in una determinata cultura che egli non ha scelto. E questo essere umano può diventare oggetto di analisi da parte degli altri esseri umani.6
Leggermente diverso è il discorso relativo alla distinzione tra “oggettivo” e “soggettivo”. Qui il problema è immediatamente gnoseologico e i due attributi sono in genere associati a rappresentazioni, giudizi, affermazioni, ecc., comunque formulati. Le espressioni soggettive in genere contengono locuzioni come «secondo me…, io la vedo così…, ecc.». In altri termini esse già si presentano come soggettive. Per affermazioni, ecc., che non si presentano esplicitamente come soggettive, bensì come oggettive, vale invece il discorso critico, che può mostrare il loro carattere idiosincratico, mettendo per esempio in luce pregiudizi e/o presupposti non esplicitati. Ne deriva che il carattere soggettivo di un’affermazione, ecc., può essere “mostrato” in modo oggettivo.
Per quanto riguarda lo sviluppo del sapere più propriamente scientifico, decidiamo che problemi come quello riguardante il carattere assoluto o relativo della realtà concepita dagli scienziati, le modalità di crescita della conoscenza scientifica, la natura dei contenuti della percezione sensibile (dei cosiddetti qualia), la natura di una spiegazione o di un modello, la realtà degli enti matematici, la natura del concetto stesso di “verità”, e via discorrendo, fanno parte della ricerca epistemologica. Si assegna dunque a questa ricerca un terreno d’indagine molto ampio.
Per un realista, le fonti primarie della formazione della conoscenza non sono né la percezione sensibile immediata, né l’intuizione (intesa come una sorta di “illuminazione” interiore, legata più o meno misteriosamente all’interazione col mondo). In altre parole il realista ritiene che non esista in generale una forma di accesso diretto alla conoscenza degli enti e/o dei processi che sono e/o avvengono nel mondo esterno. Non esiste quindi nemmeno un accesso diretto alla verità “assoluta”. Poiché un’osservazione, qualunque sia il modo in cui viene effettuata, deve essere descritta, essa dipende dai codici linguistici disponibili in ogni epoca storica. Tali codici – che come si è detto – variano storicamente e quindi varia storicamente il contenuto comunicato di ogni osservazione. In generale, non esiste un linguaggio che ci consenta di rappresentare fedelmente il contenuto di qualsiasi percezione sensibile. Ciò presuppone che le “osservazioni empiriche” sono sempre “cariche di teoria” (theory laden) e quindi hanno comunque una dimensione congetturale.
L’uomo perviene alla conoscenza attraverso la formazione di congetture, ipotesi, teorie, all’interno di un’evoluzione progressiva del sapere (per cui le nuove conoscenze costituiscono quasi sempre in una modifica di quelle preesistenti) e, congiuntamente, attraverso la sperimentazione (più o meno progettata e costruita) in grado di controllare la validità delle suddette congetture, ecc. Questo processo in generale avviene nell’ambito di una particolare concezione del mondo (Weltanschauung) più o meno razionalmente costruita e/o giustificata, che poi è soggetta a cambiare proprio a causa del progresso della conoscenza. Tuttavia, non esiste un criterio di formazione e di sviluppo della conoscenza scientifica che abbia un valore gnoseologico universale.7 Il dibattito sugli “ideali di conoscenza” o sulle forme metodologiche corrette persiste ancora nell’ambito stesso della ricerca scientifica.8
   Nello stesso tempo, il realismo razionalista si serve soprattutto dell’arma dell’analisi critica, rivolta ad ogni contenuto di conoscenza, comunque costruito o giustificato, soprattutto quando tale contenuto vuole presentarsi come “evidente” o “dimostrato”. Per il realista, così come non esistono forme dirette di accesso a verità “assolute”, non esistono neppure evidenze sensibili che dimostrino la verità definitiva di una qualsivoglia legge o teoria. In ogni epoca storica l’uomo si è formato, entro un quadro mutevole di ripartizione del sapere, rappresentazioni degli enti e delle loro relazioni nei diversi campi, che in qualche modo dessero conto delle varie forme di esperienza che egli aveva in quell’epoca. Tali rappresentazioni non possono mai essere considerate descrizioni fedeli della natura ultima degli enti appartenenti al dato campo di esperienza. Esse comunque hanno di volta in volta racchiuso la parziale conoscenza del mondo che l’uomo aveva raggiunto in una data epoca e in un dato “ambiente culturale”. Che tali rappresentazioni fossero, in una certa misura, “riflesso” della realtà è dimostrato dal fatto che gli esseri umani sono sopravvissuti nel loro habitat.9 In ogni caso, il rapporto di corrispondenza tra realtà e conoscenza formulata è dimostrato soprattutto dal criterio della prassi, ossia dal riuscire a ottenere ciò che si intendeva ottenere (per esempio, si riesce a catturare un animale commestibile, o a costruire un apparecchio che funziona come previsto).
Consideriamo per ora parte della conoscenza anche la riflessione critica sulle suddette rappresentazioni e i dibattiti che ne sono seguiti. In base a questo tipo di riflessione, appare chiaro che la scienza, nella sua storia, ha realizzato un indiscutibile progresso conoscitivo. Da rappresentazioni che disegnavano i vari campi indagati con un certo grado di approssimazione la conoscenza scientifica è passata, di scoperta in scoperta (e di rivoluzione in rivoluzione), a rappresentazioni sempre più complete e più precise. La tematica delle “rivoluzioni scientifiche” e della “crescita della conoscenza” è stata affrontata con grande impegno dall’epistemologia degli ultimi decenni del XX secolo. In ogni caso, queste riflessioni e questi dibattiti chiariscono anche il problema del rapporto tra filosofia e scienze: la filosofia della scienza si pone uno dei principali obiettivi della ricerca filosofica, ossia quello di dare un contributo essenziale alla formazione di una concezione del mondo nella sua totalità. In ogni caso, il nesso tra convinzioni “metafisiche” e giudizi sulle acquisizioni dalla ricerca scientifica è stato esaminato da varie angolazioni nella ricerca epistemologica, per cui non ci soffermeremo su di esso in questa sede.
Per i motivi suddetti possiamo dire che il discorso gnoseologico si va “diluendo” nel discorso epistemologico.


1 L’unica eccezione è il saggio di L. Geymonat, Scienza e realismo, Feltrinelli, Milano, 1977.
2 L’ontologia è lo studio (ossia ciò che si può dire) dell’essere in quanto tale e delle sue proprietà fondamentali. Usando la parola “essere” come sinonimo di mondo, noi usiamo il termine ontologia per riferirci a ciò che si può dire in generale del mondo, degli enti che lo formano e delle loro relazioni reciproche. Dell’ontologia fa quindi parte anche l’antropologia filosofica e quindi lo studio dell'uomo e delle sue facoltà. Ogni domanda intorno al "soggetto", all'"oggetto" e la loro "relazione", dunque tra "io" e "mondo", è anche una domanda ontologica. Stabiliamo anche che con la locuzione concezione del mondo ci riferiamo all’integrazione tra il discorso ontologico e discorso gnoseologico.
3 È importante notare che, per fare un discorso irreprensibile dal punto di vista logico, occorre, come ci ha insegnato Wittgenstein, costruire un “gioco linguistico”. Il Tractatus ne è un esempio insuperato. Noi cercheremo di avvicinarci a questo ideale, ma non pretendiamo di raggiungerlo; ne segue che il nostro discorso non riuscirà ad essere perfettamente rigoroso dal punto di vista logico. Occorre in ogni caso ribadire la differenza tra logica e ontologia: si può costruire un discorso coerente dal punto di vista logico che però non ha alcuna validità ontologica. Si discute ancora, per esempio, sulla tesi che gli enti matematici fanno parte o meno del mondo “reale” esterno. Si afferma talvolta anche che nell’affermare “esiste un mondo esterno” io cadrei in contraddizione logica poiché esprimerei solo uno dei contenuti della mia “coscienza”. Il pregiudizio nascosto in questa obiezione è che sarei io stesso a formare i contenuti della mia coscienza. Per me avere coscienza non vuol dire altro che essere coscienti.
4 La gnoseologia si occupa dell'analisi del modo in cui l’uomo conosce il mondo nella sua varietà, anche dal punto di vista dei rapporti umani, e dei limiti di validità della conoscenza acquisita. L’epistemologia, termine che assume un senso definito solo dopo la rivoluzione scientifica, si riferisce essenzialmente quella branca della gnoseologia che si occupa criticamente della conoscenza scientifica. Essa si sovrappone, almeno in parte, alla filosofia della scienza che è rivolta alle implicazioni filosofiche delle conoscenze scientifiche.
5 Abbiamo già accennato al fatto che per un bambino lasciato isolato da interazioni esterne nei primi anni di vita (esperimenti del genere sono stati purtroppo eseguiti nel passato) non riesce a sviluppare un apparato cognitivo adeguato e quindi a far crescere le sue facoltà mentali. 
6 Oggi sta prendendo piede l’idea che il vero Soggetto può essere un enorme e potentissimo computer che invia a noi, pseudosoggetti, tutti gli stimoli che ci fanno credere di vivere nel mondo in cui viviamo. L’idea è fantascientifica (ricordiamo il film Matrix) e non riteniamo di prenderla in considerazione in questa sede.
7 Tale criterio potrebbe essere, ad esempio, il “falsificazionismo” popperiano. Tuttavia sappiamo come tale criterio sia stato messo in discussione dallo sviluppo della ricerca epistemologica.
8 Per esempio, Einstein si riferì più volte al “mondo reale esterno” ribadendo che la Meccanica quantistica metteva in discussione la possibilità di conoscerlo completamente.
9 La conoscenza della jungla da parte di una tribù indigena è, dal punto di vista dell’osservazione di “indizi”, certamente più accurata di quella che potrebbe avere un’equipe di moderni scienziati.

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