Mercoledì, 28 Dicembre 2016 16:25

Considerazioni sulla modernità: dalla “lumière de la raison" al black out finale?

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L'illuminismo, nell'Europa del ‘700, rappresentò una svolta nella storia del pensiero filosofico e scientifico che lasciò intravedere quella che consideriamo l'era “moderna”. Nel volume III della Storia del pensiero filosofico e scientifico, dedicato al Settecento, Ludovico Geymonat, a proposito del “Secolo dei lumi”, esordisce in questo modo: «L’avanzata della borghesia, che già aveva caratterizzato lo sviluppo di una notevole parte dei più civili paesi d’Europa durante il secolo precedente, assume nel Settecento un nuovo impeto e una nuova forza d’urto» (p. 7).
Il brano di Geymonat, coerente con la concezione materialistica della storia, ci fornisce la base teoretica per comprendere, intanto, che l’affermazione del pur variegato pensiero illuminista non fu un accadimento improvviso, né un prodotto casuale, ma fu il risultato di una graduale maturazione culturale verso le nuove forme di sapere e di coscienza sociale, che la classe borghese proiettava nel tempo avvenire.
L'impegno di filosofi, fisici matematici, economisti, ecc., come Voltaire, Montesquieu, Diderot, D’Alembert, Condorcet e Rousseau, in Francia, di Adam Smith e David Hume, in Gran Bretagna, solo per citarne alcuni, oltre a mettere in luce l'arretratezza culturale del loro tempo, seppe elaborare una nuova e più attendibile definizione di verità, umanità, universalità, dando una nuova caratterizzazione dell’uomo e del suo posto nella società. L’uomo che esce dall’illuminismo è finalmente individuo e cittadino, usa la ragione contro ogni forma di fideismo e oscurantismo, segue nuove regole morali, pretende nuovi diritti e chiede nuove leggi, lasciando addirittura intravedere l’idea di democrazia rappresentativa.
Per Kant, forse il filosofo più rappresentativo del nuovo modo di pensare, «Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Sapere Aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!». Proprio attraverso l’esortazione all'uso dell'intelligenza e l’esaltazione della “dea ragione”, la coscienza di classe della borghesia tende ad identificarsi con la coscienza sociale di tutta la popolazione. È quasi una legge storica il fatto che una classe sociale in ascesa porti con sé valori intellettuali che incidono sulla trasformazione di un intero clima culturale.
Occorre tuttavia precisare che il sogno borghese non riesce ad incidere sulla sottocultura delle classi subalterne, ancora instupidite dall'ignoranza e costrette a subire una nuova definizione del mercato del lavoro. Nasce il proletariato, nel senso pieno del termine, e con esso si costituiscono le premesse di un ulteriore avanzamento della coscienza sociale.
Verso la fine del ‘700, il processo storico più eclatante in cui si realizzò la presa del potere della borghesia fu la rivoluzione francese. Questa rivoluzione - e prima di essa quella americana - divennero gli esempi più emblematici della necessità di cambiare le regole sociali e le regole coloniali. Altrove questo passaggio fu più graduale e, tuttavia, comunque imponente. L’idea di progresso, sempre più decisamente affermata, si concretizzava nella potenza economica ed imperiale. In questo, e non in altro, consisteva la differenza reale tra i vari paesi. Così, la visione borghese dei valori sociali e individuali assumeva un carattere universale (il capitalismo non conosce confini) e si traduceva in un pronunciamento appunto universale con le dichiarazioni dei diritti dell'uomo e con le famose parole d’ordine: "Liberté, Égalité, Fraternité". La filosofia di Kant, proprio nella sua parte etica, raccoglieva questi valori e, soprattutto, ne riaffermava l’universalità (senza particolarismi etnici, o nazionali).
Come sappiamo, il passaggio al secolo successivo allungò il travaglio del “parto”, ma dal 1848 in poi fu chiaro a tutti che l’organizzazione statale, l’assetto dei rapporti sociali di produzione (nei paesi più avanzati) e le nuove forme di coscienza culturale, avevano raggiunto un punto di non ritorno. Il proletariato comincia a prendere coscienza del suo stato di classe sociale (esce il Manifesto del partito comunista) e, al contempo, comincia ad esprimersi in nuove forme filosofiche (dal positivismo al materialismo). Eppure, anche queste espressioni culturali non poterono negare l’importanza e la funzione sociale che ebbe il pensiero illuminista. Ci si può addirittura chiedere quanto della nostra cultura e del nostro sviluppo tecnico-scientifico abbia attinto alla sua eredità. Citando ancora Geymonat (op. cit., p. 23), «Pieno riconoscimento, o recisa negazione, del valore dell’illuminismo costituiscono ancora oggi, per così dire, il punto di più evidente distacco fra gli indirizzi (pur diversi fra loro) che inseriscono nel proprio programma la difesa e lo sviluppo della razionalità umana e quelli che ne dichiarano il fallimento a favore di altre “dimensioni” dell’uomo».
In questo senso, l’atteggiamento verso le conquiste della ricerca scientifica e tecnologica, nonché la concezione del rapporto tra queste e lo sviluppo del pensiero filosofico, fanno entrambe da cartina di tornasole per distinguere le diverse concezioni del mondo che - in tempi più recenti - sono fiorite, guarda caso, allorché la borghesia ha cominciato ad essere più incerta sul suo avvenire ed a sentirsi minacciata nel suo ruolo di classe dominante. 
Dello spirito dell'illuminismo, si è detto, possiamo sicuramente riaffermare, ancora oggi, l’appello alla razionalità, contro ogni forma di pensiero reazionario e oscurantista. Da questo punto di vista, ci possiamo chiedere se siamo ancora illuministi, o se ci rassegniamo ad un’inevitabile decadenza. Oggi possiamo, per esempio, decidere se affrontare in modo razionale i gravi problemi globali riguardanti il clima, l’inquinamento ambientale, la salute, la fame, il depauperamento delle risorse energetiche, o se abbandonarci ad un infausto destino o, peggio, alla misericordia di poteri trascendenti. L’assetto sociale capitalistico non è “naturale”. Esso, anzi, appare ormai come intrinsecamente contraddittorio e irrazionale. Nei paesi più avanzati oggi si vive del “superfluo”. Gli ideali umani sembrano immersi nel nostro ruolo di “consumatori”. E guai se non consumassimo! Se cessassimo di avvertire come bisogno “naturale” quello di possedere un vestito “firmato”. La nostra economia tracollerebbe. 
Allora, al di là di discorsi catastrofici o apocalittici, siamo ancora in tempo ad illuminare con la ragione le vere cause della nostra “coscienza infelice” e a cominciare ad operare per correggerle e trasformarle. Al richiamo alla “luce” degli illuministi, oggi si contrappone una sorta di rassegnazione al “black out” finale. È invece necessario raccogliere le forze autenticamente progressiste, anche se il discorso deve necessariamente estendersi ad una nuova prospettiva rivoluzionaria. «Benvenuti in tempi interessanti», esclama Slavoj Zizek, il filosofo oggi più temuto dall’ordine costituito.
 

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