Mercoledì, 28 Dicembre 2016 16:30

Sui Manoscritti economico-filosofici di Marx

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È passato oltre un secolo e mezzo dalla redazione degli appunti, scritti in tedesco su tre quaderni a Parigi dal ventiseienne Karl Marx, e poi pubblicati a Berlino col titolo Manoscritti economico-filosofici del 1844. I Manoscritti furono pubblicati in Italia subito dopo la Liberazione; ne furono fatte varie traduzioni a partire dal 1947 ed attrassero grande attenzione, anzi ebbero presto una certa celebrità. I Manoscritti furono uno dei libri di culto di varie generazioni di marxisti, anche perché possono essere letti, sotto vari punti di vista, dal filosofo, dallo studioso dell'evoluzione del pensiero di Marx e infine dai militanti della contestazione ecologica. È da quest'ultimo punto di vista che voglio qui parlarne, anche nel quadro di un dibattito, mai placato, sulla compatibilità fra il pensiero degli attuali “ecologisti” e la tradizione del pensiero marxista e comunista.
L’uso, più o meno coerente ed adeguato, del pensiero marxista caratterizzò, nel secondo dopoguerra, un periodo di grandi contraddizioni in cui una parte del mondo operaio e della sinistra anticipò lotte, soprattutto per la salute in fabbrica, che erano “ecologiche” anche se non venivano chiamate così. Va ricordato come il nostro partito comunista fu stretto fra posizioni lungimiranti e un mito della produzione industriale - sprezzantemente chiamato, dagli avversari, “industrialismo” - nel quale la difesa dell'ambiente era un bene secondario rispetto all'occupazione. Solo sporadicamente la “sinistra” riconosceva che l'ecologia è “rossa”, dal momento che una lotta per l'ecologia avrebbe potuto agire come agente catalizzatore della lotta contro l'arroganza del potere economico e politico dominante. Nello stesso tempo, molti rappresentanti dell'ecologia borghese credevano di ricondurre la scarsa attenzione ambientalista dei comunisti e degli operai al fatto che Marx ed Engels - ai quali essi si riferivano - non avevano capito niente dell'ecologia e dei nuovi diritti di cui l'ecologia si  faceva portatrice.
Eppure, quest'ultima obiezione derivava dall'ignoranza del pensiero marxiano, come fu chiarito quando, nel novembre 1971, il Partito Comunista Italiano organizzò a Frattocchie, vicino Roma, un celebre seminario sul tema "Uomo natura società". In quella sede fu fatto uno sforzo per rileggere le opere di Marx ed Engels alla luce della nuova  ondata di contestazione. Gli atti del seminario furono pubblicati dagli Editori Riuniti e sono ormai, sfortunatamente, una rarità bibliografica. Erano i tempi in cui c'era, fra l'altro, una grande attenzione proprio per gli scritti del giovane Marx e per i Manoscritti e la rilettura delle opere di Marx ed Engels mostrò che esse anticipavano profeticamente molti dei temi della contestazione ecologica. E del resto non c'era niente da meravigliarsi. Marx (1818-1883) ed Engels (1820-1895) vissero in un'epoca straordinaria, attraversata da grandi rivoluzioni politiche e culturali, trovandosi nel cuore stesso di tali rivoluzioni, fra Germania, Francia e Inghilterra. Essi furono contemporanei di Liebig (1803-1873), di Darwin (1809-1882), dello  stesso Haeckel (1834-1919), ossia dell'inventore della parola “ecologia”; furono inoltre contemporanei di Dickens (1812-1870) e di Owen (1771-1858) e quindi videro e denunciarono le condizioni di lavoro  degli operai, le frodi alimentari, il degrado urbano, e tutte le distorsioni violente, nei rapporti fra gli esseri umani e nei rapporti fra gli esseri umani e la natura e l'ambiente circostante, provocate dal modo capitalistico di produzione. Infatti, nel 1845, l'anno successivo alla redazione dei Manoscritti di Marx, Engels scrisse il libro La situazione della classe operaia in Inghilterra dove appare la drammatica descrizione della città industriale e delle sue condizioni di vita, ossia della cosiddetta “Coketown”, illustrata da Dickens nell'Oliver Twist del 1837-38 e nei Tempi difficili del 1854.
Del resto, come è ben noto, il tema dell'alienazione dell’uomo dal lavoro e dalla natura pervade tutti e tre i Manoscritti. Il primo tratta il salario, il profitto del capitale, la rendita fondiaria, il lavoro estraniato, con quel lungo brano che spiega come, nella società capitalistica, il lavoratore sia espropriato della sua attività. Come conseguenza dell'estraniazione dal lavoro, l'uomo viene privato anche del suo rapporto con la natura, che è il suo corpo inorganico, anzi il suo corpo stesso, con il quale l’operaio deve stare in costante rapporto per non morire. Eppure il lavoro consentirebbe all'uomo di produrre in modo universale, ad un livello superiore a quello del lavoro degli altri animali. «L'animale», dice Marx, «costruisce soltanto secondo la misura e il bisogno della specie cui appartiene, mentre l'uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e sa ovunque predisporre la misura inerente a quel determinato oggetto; quindi l'uomo costruisce anche secondo le leggi della bellezza». Questo passo è uno dei pochi in cui Marx si lascia andare a considerare la bellezza come valore e frutto del lavoro umano, anticipando quindi quello, ben più noto, dell'«ape e l'architetto» che si trova nel quinto capitolo del primo libro del Capitale.
Il rapporto fra il lavoratore e il prodotto del suo lavoro è annullato nella società capitalistica che rende l'uomo estraneo non solo alla sua attività ma anche alla base stessa naturale della vita e del lavoro; che estranea, inoltre, ogni uomo dagli altri uomini, distruggendo la collaborazione e la solidarietà di classe, ed eleva al rango di “legge” la lotta per l'esistenza dove solo il “più forte” sopravvive - un tema su cui Spencer (1820-1903) avrebbe scritto di lì a poco, proprio negli stessi anni in cui sarebbe uscito il Capitale. La proprietà privata è allora origine e fonte del lavoro alienato e, nello stesso tempo, il suo prodotto, ossia il suo risultato e la sua conseguenza necessaria. Il carattere e il ruolo della proprietà privata sono ripresi nel secondo quaderno, il più breve, dei Manoscritti, mentre la suggestiva descrizione di come la proprietà privata condizioni non solo il lavoro, ma anche i bisogni umani, si trova nel terzo quaderno dei Manoscritti, del quale riproduco alcuni passi, usando la traduzione di Norberto Bobbio (i corsivi sono nel testo). «Abbiamo visto quale significato abbia, facendo l'ipotesi del socialismo, la ricchezza dei bisogni umani, e quindi tanto un nuovo modo di  produzione quanto anche un nuovo oggetto di produzione ... Nell'ambito della proprietà privata tutto ciò assume il significato opposto. Ogni uomo s'ingegna per procurare all'altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo ad un nuovo sacrificio, per ridurlo ad una nuova dipendenza e spingerlo ad un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica. Ognuno cerca di creare al di sopra dell'altro una forza essenziale estranea, per trovarvi la soddisfazione del proprio bisogno egoistico. Con la massa degli oggetti cresce quindi la sfera degli enti estranei, ai quali l'uomo è soggiogato, ed ogni nuovo prodotto è un nuovo potenziamento del reciproco inganno e delle reciproche spoliazioni. L'uomo diventa tanto più povero come uomo, ha tanto più bisogno del denaro, per impadronirsi dell'ente ostile, e la potenza del suo denaro sta giusto in proporzione inversa alla massa della produzione; in altre parole, la sua miseria cresce nella misura in cui aumenta la potenza del denaro. Perciò il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall'economia politica, il solo bisogno che essa produce ... Così si presenta la cosa anche dal punto di vista soggettivo: in parte l'estensione dei prodotti e dei bisogni si fa schiava - schiava ingegnosa e sempre calcolatrice - di appetiti disumani, raffinati, innaturali, e immaginari. ... Il produttore, al fine di carpire qualche po’ di denaro e di cavare gli zecchini dalle tasche del prossimo cristianamente amato, si adatta ai più abietti capricci dei propri simili, fa la parte di mezzano tra i propri simili e i loro bisogni, eccita in loro appetiti morbosi, spia ogni loro debolezza per esigere poi il prezzo dei suoi buoni uffici ... ».
Lo stile e i termini sono quelli di uno scrittore di un secolo e mezzo fa, ma l'immagine che viene data della società corrisponde perfettamente a quella che abbiamo sotto gli occhi anche oggi: vengono inventate merci non per soddisfare bisogni, ma per asservire ogni persona a nuovi acquisti; vengono creati con le più raffinate tecniche, nuovi bisogni per mettere in concorrenza gli esseri umani fra loro, fin dalla più tenera età, colpendo in questo maggiormente le classi meno abbienti che sono costrette a cercare più guadagni, leciti e illeciti, per ridursi a sempre nuove dipendenze.
Nel terzo Manoscritto seguono poi alcuni passi sulla città e sulle abitazioni, che spiegano bene come la conquista della casa, non solo debba essere pagata, ma pagata a caro prezzo alla speculazione che assicura case in zone affollate, con l'aria e le acque contaminate; il tema del degrado urbano si ritroverà tante volte nelle opere di Marx e di Engels, fino all'AntiDühring di Engels del 1878.
«Lo stesso bisogno dell'aria aperta - continua il terzo dei Manoscritti del 1844 - cessa di essere un bisogno nell'operaio; l'uomo ritorna ad abitare nelle caverne, la cui aria però è ormai viziata dal mefitico alito pestilenziale della civiltà, e ove egli abita ormai soltanto a titolo precario, rappresentando esse per lui ormai una potenza estranea che può essergli sottratta ogni giorno e da cui ogni giorno può essere cacciato se non paga. Perché egli questo sepolcro lo deve pagare. La casa luminosa, che, in Eschilo, Prometeo addita come uno dei grandi doni con cui ha trasformato i selvaggi in uomini, non esiste più per l'operaio. La luce, l'aria, ecc., la più elementare pulizia, di cui anche gli animali godono, cessa di essere un bisogno per l'uomo. La sporcizia, questo impantanarsi e putrefarsi dell'uomo, la fogna (in senso letterale) della civiltà, diventa per l'operaio un elemento vitale. Diventa un suo elemento vitale il complesso e innaturale abbandono, la natura putrefatta».
Dopo aver esaminato come l'economia politica governa ed orienta i bisogni umani al servizio del guadagno e del profitto dei capitalisti, Marx parla dell'organizzazione della produzione. «Il senso che la produzione ha relativamente ai ricchi, si mostra manifestamente nel senso che essa ha per i poveri: verso l'alto la sua manifestazione è sempre raffinata, dissimulata, ambigua, pura e semplice apparenza; verso il basso è grossolana, scoperta, leale, vera e  propria  realtà. Il bisogno rozzo dell'operaio è una fonte di guadagno assai maggiore che il bisogno raffinato del ricco. Le abitazioni nel sottosuolo di Londra rendono ai loro padroni più che i palazzi, cioè rappresentano per loro una ricchezza maggiore, e quindi per usare il linguaggio dell'economia politica, una maggiore ricchezza sociale. E così, come l'industria specula sul raffinamento dei bisogni, specula altrettanto sulla loro rozzezza; sulla loro rozzezza in quanto è prodotta ad arte, e di cui pertanto il vero godimento consiste nell'autostordimento, che è una soddisfazione del bisogno soltanto apparente, una forma di civiltà dentro la rozza barbarie del bisogno. Le bettole inglesi sono perciò una rappresentazione simbolica della proprietà privata. Il loro lusso mostra il vero rapporto del lusso e della ricchezza dell'industria con l'uomo. E sono quindi anche a ragione i soli divertimenti domenicali del popolo, trattati per lo meno con mitezza dalla polizia inglese».
Sono tutti temi che Marx riprenderà molte volte nelle sue opere, ma che qui mi sembra vengano formulate con un'ironia ed un vigore che non sempre si trovano nelle opere più mature. C'è una soluzione? Il giovane Marx l'individua nel "comunismo come soppressione positiva della proprietà privata intesa come autoestraniazione dell'uomo, e quindi come reale appropriazione dell'essenza dell'uomo mediante l'uomo e per l'uomo; perciò come ritorno dell'uomo per se', dell'uomo come essere sociale, cioè umano. Questo comunismo ... è la vera risoluzione dell'antagonismo fra la natura e l'uomo, fra l'uomo e l'uomo, ... tra la libertà e la necessità, tra l'individuo e la specie... L'essenza umana della natura esiste soltanto per l'uomo sociale; infatti soltanto qui la natura esiste per l'uomo come vincolo con l'uomo, come esistenza di lui per l'altro e dell'altro per lui, soltanto qui essa esiste come fondamento della sua propria esistenza umana...  Dunque la società è l'unità essenziale, giunta al proprio compimento, dell'uomo con la natura, la vera risurrezione della natura, il naturalismo compiuto dell'uomo e l'umanismo compiuto della natura."
Le analisi degli ultimi decenni hanno mostrato bene che la radice della crisi ecologica sta  proprio nello sfruttamento privato della natura, bene collettivo per eccellenza, per ricavarne quantità sempre maggiori di merci, progettate e propagandate non per soddisfare bisogni  umani, ma per costringere sempre più vaste fasce della popolazione umana a vendere il  proprio lavoro per ottenere il denaro necessario per acquistare l'"essere estraneo" di cui parla Marx.
Proprio alla nostra epoca è toccata la sorte di vedere attuata l'anticipazione di Marx, grazie all'asservimento di uno straordinario mezzo di comunicazione come la televisione --- un mezzo che avrebbe potuto essere liberatorio, strumento di diffusione di conoscenze e di solidarietà --- alla pubblicità e alla vendita delle merci, alla moltiplicazione dei bisogni, alla creazione di bisogni inutili sempre meno duraturi.
E non destano meraviglia le lotte per la conquista di una maggiore fetta del potere televisivo, il più efficace strumento oggi utilizzato per incantare sempre nuovi acquirenti di merci, essendo capace di creare nuovi miti e modelli da scimmiottare e di moltiplicare le merci inutili. Tutto ciò a scapito della conoscenza, dell’atteggiamento critico, di rapporti sociali autentici, e di qualsiasi lotta per l'emancipazione.
Si pensi alla "perfezione" delle tecniche per produrre rumore che sovrasta le parole, alle chat lines in cui vengono scambiate banalità per indurre ad evitare di parlare (chat lines immaginate già nel 1951 da Ray Bradbury in Fahrenheit 451, come strumento inventato dal “Governo” per impedire la lettura e quindi impedire di pensare «ai fiori dei campi, ai gigli sereni»).
E poiché la crisi ecologica è proprio il risultato dell'espansione dei bisogni artificiali e dei consumi, non c'è da meravigliarsi che i governi di destra rimuovano i controlli e i divieti sui rifiuti, sull'inquinamento, sulla speculazione sui suoli, su qualsiasi cosa che possa rallentare i consumi e gli sprechi.
La rilettura dei "Manoscritti" marxiani di oltre un secolo e mezzo fa potrebbe fornire anche qualche  nuova idea sulle linee di lotta di un efficace movimento ambientalista. Certo: è possibile sporcare un po' meno il mare costruendo depuratori, o smaltire un po' di rifiuti con qualche inceneritore, o salvare qualche milione di uccelli disturbando i cacciatori, e ciascuna di queste azioni è in se lodevole, anche se alcune si limitano a spostare la violenza alla natura da una zona all'altra, dall'aria al suolo, dai paesi ricchi a quelli poveri.
Un diverso rapporto con la natura si può cercare soltanto in una critica profonda dei rapporti di proprietà, di produzione, di lavoro, di uso della scienza e della tecnica. Una rivoluzione culturale tutta da inventare e di cui non abbiamo finora modelli a cui riferirci. Le poche società che si spacciavano come socialiste e comuniste sono state spesso segnate da catastrofi ecologiche e da violenze umane perché, in realtà, esse operavano secondo le stesse regole ---dell'espansione della produzione e del potere --- "copiate" dalle società capitalistiche, e praticavano qualsiasi cosa fuorché quel comunismo di cui parla Marx.
La grande svolta a destra dei paesi vetero-capitalistici e di quelli neo-capitalistici, sorti dalle ceneri del falso comunismo e dall'avvio all'emancipazione del Sud del mondo, sta rapidamente aggravando la crisi delle risorse naturali, la pressione demografica, la carica di egoismo, violenza e competizione che mette popoli contro popoli, persone contro persone.
Forse un giorno, forse presto, la situazione ambientale dei terrestri sarà così grave da indurli a ripensare al  proprio futuro in termini completamente nuovi e diversi dagli attuali: forse la rilettura di Marx, un giorno, ci aiuterà a ricordare e capire le radici della crisi e ci suggerirà qualche soluzione. E speriamo che non sia necessario aspettare altri 150 anni!
 
 

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