Renato Baruffi

Renato Baruffi

Trovandomi tra le mani lo scritto di Plutarco Consigli ai Politici,1 ho, per curiosità, sfogliato alcune pagine e letto con molto interesse alcuni brani. Se pur scritto nel I secolo dopo Cristo, il saggio ha inevitabilmente suscitato una riflessione sul modo d’essere della politica – e dei politici – al giorno d’oggi. I Consigli di Plutarco sono dettati da una visione “classica” dell'etica politica e delle qualità che chi si dedica all’attività politica deve possedere. L’imperativo categorico sul quale Plutarco basa la propria dissertazione è apparentemente ovvio: il politico deve operare con competenza nell’esclusivo interesse dei cittadini che egli rappresenta. Gli esempi di violazione di questo principio etico erano anche allora piuttosto eloquenti. Abbiamo visto più volte, dice Plutarco, cittadini «che si volgevano alla politica per trafficare e arricchirsi, altri che diversamente, ma sempre con intenti poco rassicuranti, prendevano la politica per infatuazione, dettata dalla vanagloria o spirito di rivalità, o per mancanza di altre occupazioni». Non bisogna dimenticare che Plutarco ha una visione “alta” della politica, con spunti ancora attuali; per esempio, per lui il cittadino stesso nel vivere e operare quotidiano finisce comunque per fare politica. Ne deriva che coloro i quali, nel contesto istituzionale di allora,2 decidevano di dedicarsi all’amministrazione della cosa pubblica, dovevano essere consapevoli di affrontare un compito di grande responsabilità. Da qui lo spunto per argomentare sul ruolo e la responsabilità del politico contemporaneo.
La prima osservazione che possiamo fare riguarda la preparazione necessaria a fare politica. Sarebbe ovvio pretendere che chi decide di intraprendere una carriera politica, debba essere all'altezza del ruolo che intende assumere. E invece abbiamo visto, in tempi recenti, come le elezioni politiche ed amministrative abbiano promosso personaggi di dubbia competenza, con un passato tutt’altro che “trasparente”. E possiamo aggiungere che purtroppo lo scadimento culturale dei rappresentanti politici avviene in un momento storico che richiederebbe una profonda preparazione nelle scienze politiche, sociali ed economiche. Oggi siamo portati a distinguere il leader dalla sua “corte”: il primo può anche apparire carente dal punto di vista culturale (basti pensare a Berlusconi e a Trump); tuttavia, se ci fidiamo, tendiamo a supporre che egli sia circondato di collaboratori competenti e di consiglieri “esperti”. Purtroppo, quasi sempre scopriamo che nella corte del leader figurano personaggi nei confronti dei quali si fa fatica a provare una stima sufficiente. I politici hanno importanti incarichi amministrativi. Qui entra in gioco la specificità “locale”, ossia la rilevanza dei beni culturali, delle specifiche questioni ambientali, della gestione del territorio. Facciamo un esempio che ci è caro. La città di Roma è unica al mondo. E tutto il mondo ce la invidia. Ora, ci si aspetterebbe che il suo amministratore, il sindaco, sia all’altezza della situazione. È così oggi? Qui entra in gioco il colpevole connubio tra leader demagogici e populisti e una popolazione inerte e inconsapevole.
Si è detto: il politico ideale di Plutarco avrebbe dovuto agire nell’interesse esclusivo dei cittadini. Traslato nel periodo storico attuale, ciò equivarrebbe a sostenere che un politico dovrebbe prendere decisioni vantaggiose per tutti. Tuttavia sappiamo che oggi il politico è generalmente “di parte”. Le persone più avvertite hanno una naturale diffidenza per coloro che pretendono di parlare a nome di tutti. È questa infatti l’essenza dei movimenti “populisti” che, volendo apparire come movimenti rivolti a tutti, finiscono per scadere nella più becera demagogia. Il consiglio iniziale di Plutarco, oggi, nella moderna democrazia, non può essere ascoltato. La nostra prospettiva è cambiata. Dopodiché, venendo agli anni più recenti, il politico deve muoversi sotto la minaccia di una crisi economica e finanziaria di inedita gravità. Qui si tratta di “interpretare” la crisi e cercare di corregge i fattori che l’hanno determinata. Ma è possibile farlo? È possibile farlo in un solo paese? In un’economia globalizzata, questo proposito sembra irrealizzabile.
L’Italia si muove nell’ambito della UE. In questo ambito allargato, chi stabilisce i provvedimenti economici da prendere? E poi, chi subisce di più la crisi economica attuale? L’elevato debito pubblico ha imposto una “politica di austerità” che ha finito per colpire – come sempre accade in questi casi – gli strati sociali più deboli. Si è verificato un attacco generalizzato ai diritti dei lavoratori, una stagnazione dei salari e una crescita rilevante della disoccupazione. I politici che attuano questa politica economica sono generalmente chiamati “tecnici”, dato che i leader – o gli aspiranti tali – preferiscono non “sporcarsi le mani”. Ma ci dobbiamo comunque chiedere: questi politici e questi “tecnici” agiscono da soli o sono espressione dell’establishment economico del paese? La “coscienza di classe” oggi significa soprattutto la consapevolezza che c’è un “potere” economico oligarchico, in alcuni casi “nascosto”, ma comunque ben organizzato, che impone scelte economiche rilevanti a tutti i cittadini. E allora bisogna guardare a chi giovano queste scelte.
Il politico appare così nella sua figura essenziale: quella di essere un “mediatore”. Il politico non controlla il “potere reale”. Egli funge da tramite tra tale potere e il consenso dei cittadini. Per dirla in breve il politico, oggi, è un cacciatore di consenso nei riguardi di interessi reali, consolidati, che formano la struttura del potere economico. È la confusa coscienza democratica, l’abbassamento del livello culturale, la ridotta capacità critica della popolazione che consente a questo politico-mediatore di imporre le regole degli interessi della parte che egli realmente rappresenta, spacciandoli come interessi comuni a tutti. Anzi, parlare di fare politica “negli interessi di tutti” appare oggi un vero e proprio ossimoro.
Ma giungiamo, infine, alla domanda che è nel titolo di questo intervento. Può esistere oggi un’etica universale, valida per ogni uomo politico? La risposta è in gran parte negativa. Non mentire? Non fare i propri interessi? Non essere mediatore degli interessi dell’oli-garchia dominante? E chi se lo aspetta più. Quello che vorremmo, per il nostro politico ideale, è che egli sappia prendere posizione, in maniera esplicita ed aperta, a favore degli interessi di una determinata classe sociale, non per bontà o cortesia, ma perché egli sa che questa classe è portatrice di progresso e civiltà per tutti indistintamente. Il politico deve essere “partigiano”. E come i partigiani che hanno contribuito a liberare il nostro paese dalla tirannia nazi-fascista nella speranza di dar vita ad una “nuova” democrazia, egli deve rivolgersi a coloro che non hanno posizioni di privilegio da difendere e, per questo, possono assumere il ruolo di classe dirigente non escludendo nessuno dalle regole democratiche.  

1 Pubblicato, a cura di Mario Scaffidi Abbate, per la Newton & Compton Editori, 2005.
2 Non c’è bisogno di ricordare che gli schiavi non avevano alcuna rappresentanza politica.

 

L'illuminismo, nell'Europa del ‘700, rappresentò una svolta nella storia del pensiero filosofico e scientifico che lasciò intravedere quella che consideriamo l'era “moderna”. Nel volume III della Storia del pensiero filosofico e scientifico, dedicato al Settecento, Ludovico Geymonat, a proposito del “Secolo dei lumi”, esordisce in questo modo: «L’avanzata della borghesia, che già aveva caratterizzato lo sviluppo di una notevole parte dei più civili paesi d’Europa durante il secolo precedente, assume nel Settecento un nuovo impeto e una nuova forza d’urto» (p. 7).
Il brano di Geymonat, coerente con la concezione materialistica della storia, ci fornisce la base teoretica per comprendere, intanto, che l’affermazione del pur variegato pensiero illuminista non fu un accadimento improvviso, né un prodotto casuale, ma fu il risultato di una graduale maturazione culturale verso le nuove forme di sapere e di coscienza sociale, che la classe borghese proiettava nel tempo avvenire.
L'impegno di filosofi, fisici matematici, economisti, ecc., come Voltaire, Montesquieu, Diderot, D’Alembert, Condorcet e Rousseau, in Francia, di Adam Smith e David Hume, in Gran Bretagna, solo per citarne alcuni, oltre a mettere in luce l'arretratezza culturale del loro tempo, seppe elaborare una nuova e più attendibile definizione di verità, umanità, universalità, dando una nuova caratterizzazione dell’uomo e del suo posto nella società. L’uomo che esce dall’illuminismo è finalmente individuo e cittadino, usa la ragione contro ogni forma di fideismo e oscurantismo, segue nuove regole morali, pretende nuovi diritti e chiede nuove leggi, lasciando addirittura intravedere l’idea di democrazia rappresentativa.
Per Kant, forse il filosofo più rappresentativo del nuovo modo di pensare, «Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Sapere Aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!». Proprio attraverso l’esortazione all'uso dell'intelligenza e l’esaltazione della “dea ragione”, la coscienza di classe della borghesia tende ad identificarsi con la coscienza sociale di tutta la popolazione. È quasi una legge storica il fatto che una classe sociale in ascesa porti con sé valori intellettuali che incidono sulla trasformazione di un intero clima culturale.
Occorre tuttavia precisare che il sogno borghese non riesce ad incidere sulla sottocultura delle classi subalterne, ancora instupidite dall'ignoranza e costrette a subire una nuova definizione del mercato del lavoro. Nasce il proletariato, nel senso pieno del termine, e con esso si costituiscono le premesse di un ulteriore avanzamento della coscienza sociale.
Verso la fine del ‘700, il processo storico più eclatante in cui si realizzò la presa del potere della borghesia fu la rivoluzione francese. Questa rivoluzione - e prima di essa quella americana - divennero gli esempi più emblematici della necessità di cambiare le regole sociali e le regole coloniali. Altrove questo passaggio fu più graduale e, tuttavia, comunque imponente. L’idea di progresso, sempre più decisamente affermata, si concretizzava nella potenza economica ed imperiale. In questo, e non in altro, consisteva la differenza reale tra i vari paesi. Così, la visione borghese dei valori sociali e individuali assumeva un carattere universale (il capitalismo non conosce confini) e si traduceva in un pronunciamento appunto universale con le dichiarazioni dei diritti dell'uomo e con le famose parole d’ordine: "Liberté, Égalité, Fraternité". La filosofia di Kant, proprio nella sua parte etica, raccoglieva questi valori e, soprattutto, ne riaffermava l’universalità (senza particolarismi etnici, o nazionali).
Come sappiamo, il passaggio al secolo successivo allungò il travaglio del “parto”, ma dal 1848 in poi fu chiaro a tutti che l’organizzazione statale, l’assetto dei rapporti sociali di produzione (nei paesi più avanzati) e le nuove forme di coscienza culturale, avevano raggiunto un punto di non ritorno. Il proletariato comincia a prendere coscienza del suo stato di classe sociale (esce il Manifesto del partito comunista) e, al contempo, comincia ad esprimersi in nuove forme filosofiche (dal positivismo al materialismo). Eppure, anche queste espressioni culturali non poterono negare l’importanza e la funzione sociale che ebbe il pensiero illuminista. Ci si può addirittura chiedere quanto della nostra cultura e del nostro sviluppo tecnico-scientifico abbia attinto alla sua eredità. Citando ancora Geymonat (op. cit., p. 23), «Pieno riconoscimento, o recisa negazione, del valore dell’illuminismo costituiscono ancora oggi, per così dire, il punto di più evidente distacco fra gli indirizzi (pur diversi fra loro) che inseriscono nel proprio programma la difesa e lo sviluppo della razionalità umana e quelli che ne dichiarano il fallimento a favore di altre “dimensioni” dell’uomo».
In questo senso, l’atteggiamento verso le conquiste della ricerca scientifica e tecnologica, nonché la concezione del rapporto tra queste e lo sviluppo del pensiero filosofico, fanno entrambe da cartina di tornasole per distinguere le diverse concezioni del mondo che - in tempi più recenti - sono fiorite, guarda caso, allorché la borghesia ha cominciato ad essere più incerta sul suo avvenire ed a sentirsi minacciata nel suo ruolo di classe dominante. 
Dello spirito dell'illuminismo, si è detto, possiamo sicuramente riaffermare, ancora oggi, l’appello alla razionalità, contro ogni forma di pensiero reazionario e oscurantista. Da questo punto di vista, ci possiamo chiedere se siamo ancora illuministi, o se ci rassegniamo ad un’inevitabile decadenza. Oggi possiamo, per esempio, decidere se affrontare in modo razionale i gravi problemi globali riguardanti il clima, l’inquinamento ambientale, la salute, la fame, il depauperamento delle risorse energetiche, o se abbandonarci ad un infausto destino o, peggio, alla misericordia di poteri trascendenti. L’assetto sociale capitalistico non è “naturale”. Esso, anzi, appare ormai come intrinsecamente contraddittorio e irrazionale. Nei paesi più avanzati oggi si vive del “superfluo”. Gli ideali umani sembrano immersi nel nostro ruolo di “consumatori”. E guai se non consumassimo! Se cessassimo di avvertire come bisogno “naturale” quello di possedere un vestito “firmato”. La nostra economia tracollerebbe. 
Allora, al di là di discorsi catastrofici o apocalittici, siamo ancora in tempo ad illuminare con la ragione le vere cause della nostra “coscienza infelice” e a cominciare ad operare per correggerle e trasformarle. Al richiamo alla “luce” degli illuministi, oggi si contrappone una sorta di rassegnazione al “black out” finale. È invece necessario raccogliere le forze autenticamente progressiste, anche se il discorso deve necessariamente estendersi ad una nuova prospettiva rivoluzionaria. «Benvenuti in tempi interessanti», esclama Slavoj Zizek, il filosofo oggi più temuto dall’ordine costituito.
 

Mercoledì, 16 Novembre 2016 17:04

COSE CHE SI POSSONO DIRE E NON SI POSSONO DIRE

Un punto importante, per ogni società democratica che partecipa e si sacrifica per la propria Nazione, e' quello di pretendere, dai propri governati, che nessuna intercettazione segreta debba essere esercitata sulla vita privata che, così facendo, lede il diritto della riservatezza delle persone.
Ancor più grave quando essa viene esercitata nei riguardi di persone, e politici di un'altro Stato.
Il libro intervista di Arundhati Roy e Jon Cusack " Cose che si possono dire e non si possono dire, spinge alla curiosità di scoprire quello che, i protagonisti intervistati: Daniel Ellsberg, Edward Snowden e Julio Assange, non avrebbero mai dovuto dire, raccontando al mondo, i "Top Secret" dei servizi di sicurezza nazionale USA.
Una lettura interessante per capire gl'inganni del potere ed apprezzare chi si è esposto a rischio della propria vita, della propria libertà, denunciandone le colpe. Spesso non è abbastanza pe opporsi ad un simile abuso. Chi ha osato farlo, come nel caso dei protagonisti, lo ha fattoo essendo cosciente delle conseguenze che ne sarebbero derivate. Nonostante ciò il loro senso di giustizia è andato oltre ogni limite imposto dalla segretezza. La verità va svelata ad ogni costo. Essa non dev'essere confinata all'interno dell'ipocrisia, del silenzio, negata dall'impostura, dal timore. Per questo è bene dire anche cose che non si possono dire.

Mercoledì, 23 Dicembre 2015 16:57

Recensione

Quando un libro si presenta con un titolo accattivante come questo: " Il Comunismo spiegato ai bambini capitalisti", significa che i bambini, anche se figli di capitalisti, non vengono mangiati dal Comunismo, ma dall'ignoranza. Detto ciò, il piccolo pamphlet, scritto da Gérard Thomas,* non serve ai bambini ma ai grandi per informarli e rimuovere dalla loro testa pregiudizi, preconcetti sulla vera natura del Comunismo e per ciò che esso ha rappresentato di importante e ancora rappresenta, se pur come residuato ideologico, nel pensiero di molti. Il travisamento del suo significato ad opera dei suoi detrattori e oppositori, l'errata suona applicazione nei paesi dell'Est, ne hanno minato la credibilità teorica  come soluzione democratica del conflitto di classe.
Il piccolo libro non è un trattato scientifico concettualmente elaborato poco esplicativo, cosa che non potrebbe essere, data la destinazione a comuni lettori. L'autore ha voluto che il racconto si sviluppasse risalendo la storia a partire dalla prime forme di comunismo e approdare all'età contemporanea con aneddoti salienti e personaggi storici che hanno pensato per il bene dell'umanità e agito nell'interesse delle classe meno abbiente, alcuni combattendo contro sistemi ingiusti e nemici crudeli tra successi e molte sconfitte.
Una lettura sicuramente più interessante, di certi insulsi romanzi.
*Gérard Thomas,
Nato nel 1966 in un paesino della Svizzera francese. Dopo studi di sociologia più volte interrotti, si è avventurato nella riflessione politica con l'intento di renderla accessibile a tutti. Nel 1987 ha lasciato l'Europa per stabilirsi nelle isole Marchesi, dove tuttora vive.
Nel 2002 ha pubblicato il suo primo libro: "Come diventare presidente" e "L' Anarchia è una cosa" semplice.
 

Mercoledì, 23 Settembre 2015 00:00

XXI Sec: Fame e povertà una continuità senza fine

La ricchezza, come disponibilità di beni di consumo primari, necessari, affinché l'umanità non abbia a patire fame e povertà e' ben lungi dall'essere una realtà possibile a tutti. Lo confermano i dati statistici.
Ad oggi, più di 700 milioni di persone al mondo tra Asia, Africa, America del SUD, soffrono di povertà e conseguentemente di fame. Una situazione drammatica per la quale sono chiamati, al loro senso di responsabilità e dovere di solidarietà, paesi economicamente più ricchi di benessere materiale.
l'Expo di Milano 2015 si è posto, all'attenzione internazionale, con un ardito obbiettivo: come nutrire l'umanità, arricchire la terra, utilizzare l'energia. Ma l'evento in se, con le sue spettacolarizzazioni architettoniche, le particolarità culinarie e culturali dei paesi partecipanti, l'ostentata ricchezza d'insieme, sembrano contraddire il messaggio di fondo e attrarre l'interesse del pubblico più delle ragioni universali dell'Expo. Ragioni, prima ancora, analizzate, discusse, confrontate tra autorevoli personalità della cultura, della politica, stabilendo principi, azioni indispensabili al futuro dell'umanità e inscritte nel manifesto ufficiale: "La Carta di Milano".
La fame un istinto che ogni essere soddisfa mangiando. Ma quando il cibo manca del tutto o in parte, ciò è soprattutto il risultato di una condizione economica dettata dalla povertà; risolta la quale si tornerebbe a coltivare, irrigare campi, allevare bestiame, nutrirsi con più carboidrati, proteine e ottenere con ciò una condizione di vita sana, sicura, senza privazione di beni necessari alla propria esistenza.
Su questo tema e con lo stesso spirito idealista della “ Carta di Milano “, molti quotidiani, riviste specializzate hanno affrontato l’attualità del problema e dato il loro significativo contributo con la pubblicazione di articoli più o meno interessanti, indicandovi nuovi modelli di comportamento sociale, di consumo delle risorse energetiche, nuove produttività alimentari più intensive e più distribuite in quelle parti di popolazione più povere ed affamate. Ma ai rispettivi autori di questi articoli è mancato il coraggio di un affronto diretto di giudizio critico, obbiettivo, che andasse oltre le cause naturali o gli aspetti formali inchiodando, per verità di fatti, chi esercita potere di accumulo di beni e risorse fondamentali all’umanità e che il sistema vigente, il liberalismo economico che, con altra definizione altisonante chiamiamo Capitalismo, ha consentito e ancora consente, l'esclusivo possesso del mercato. Un sistema estremamente potente, un imperioso discriminatore di classe, che non permette uguaglianza sociale, equa distribuzione di beni essenziali; che fonda il suo ordine mondiale nel potere economico, monopolistico, attraverso varie speculazioni: cartelli, pacchetti azionari, borse valori; che decide, nelle sue diverse proprietà e attività produttive industriali, del potere di acquisto di milioni d'individui stabilendone lo stato sociale e qualità di vita; che non disdegna corrompere, destabilizzare mercati, monete; che rende paesi sottosviluppati, con alto valore di ricchezze del sottosuolo, sempre più servili ai suoi interessi e preoccupandosi solo di questi, grazie a governi, politici corrotti che ne consentono lo sfruttamento con un valore di scambio al disotto del valore d’uso.
Questa, al di la delle diverse ed opposte interpretazioni teoriche, accettabili o no, e' l’oggettività della sua natura avida ed egoista, della sua verità incontrovertibile assurta a ragione assoluta. È quella delle multinazionali dell'energia, del food, del controllo della rete telematica, dei network, della comunicazione di massa, della farmaceutica, della chimica, della finanza corsara, delle ricche borghesie di vecchio e nuovo lignaggio e di un'altra miriade di piccoli e medi capitani d'industria fedeli al suo principio unico inalienabile: il profitto, il “Santo Graal” dell’economia liberista.
Per chiunque dovesse azzardarne una critica negative sulle sue cause di sconquasso degli equilibri naturali, sociali, economici delle nazioni più evolute e non, ciò gli comporterebbe la perdita di posizioni di privilegio e la non più appartenenza al circolo degli eletti della cultura ufficiale.
Ma come diceva Wittgenstein: “ Ciò di cui non si deve parlare meglio tacere”. E costoro, per interesse personale tacciono, invece no, non si deve tacere. Farlo e' intellettualmente scorretto, fuorviante, é ridurre il problema fame, povertà a soli fattori della imperversante natura tralasciando, invece, quella umana dell'avidità, dell'egoismo o come pure prescindere dalla critica al capitalismo. Basta osservare l’interno delle attuali società del ricco Occidente con le sue contraddizioni, sperequazioni, contrasti sociali in essere. In ciò si palesa la fallace del capitalismo, del suo valore assoluto, abilmente mascherata dai maghi del libero mercato, quelli della migliore dell'economie possibili, ma sempre meno convincenti, tanto quanto più si accentuano le crisi economiche.
Crisi di sistema, con un impatto sociale che per molti si fa sempre più preoccupante, per non dire drammatico, perché non più garante delle condizioni di benessere e certezza del futuro se non, beffardamente, per le sole forze generatrici e detentrici del potere economico e finanziario.
A molti queste considerazioni possono sembrare le invettive di un detrattore privo di obiettività, povero di fantasia, di senso della realtà. Ma guarda caso, sulle conseguenze del profitto e del consumismo fine a se stesso e per la portata del loro danno sociale, anche Papà Francesco ha ritenuto giusto, dal pulpito della sua "spiritualità cristiana", esprimere una severa condanna.
Parole sorprendenti, non astratte ma contrastanti, stando allo status quo della Chiesa Cattolica ricca di molti beni materiali per nulla condivisi. Astratte lo sarebbero state se, Sua Santità, avesse parlato dell'esistenza degli angeli.
Ora, anche se il capitalismo non sussiste nella pratica economica della Chiesa a sistema di profitto ma solo da reddito di proprietà, non è comunque intendimento di essa, al di là della sua sola misericordia, spogliarsi francescanamente dei propri beni.
Nei fatti, troppe ipocrisie svelate, mistificazioni smentite, impegni mancati da chi professa la legge del Signore e da chi laicamente quella civile, democratica. Purtroppo, per i motivi suddetti, siamo ancora lontani dalle giuste soluzioni fame, povertà: più declamate che realizzate.
Ciò è la prova che nulla è più certo della volontà di non risolvere il problema che, perversamente, sotto molti aspetti risulta utile a preservare privilegi di quella élite del pro domo sua, o salvaguardare organizzazioni, istituzioni costosissime preposte allo scopo. Mentre quelle del volontariato, della solidarietà umana, se pur lodevoli, minimali nel loro apporto.
In fine, l'impegno per quanto se ne parli, discuta, affinché non ci sia più fame e povertà nel mondo non potrà mai essere posto in pratica fino a quando il profitto si ergerà come valore e interesse superiore all'uomo e il capitalismo come dominatore e condizionatore delle sue necessità fondamentali.
Dell’Expo non rimarrà che un bilancio più o meno positivo in numero di presenze, di valore d'immagine, meno per l’investimento economico da parte dello Stato per sprechi e costi. Molto, invece, per qualcuno che ha avuto l'esclusiva di parteciparvi da raccomandato, da favorito appaltatore rappresentando il cibo artigianale italiano e avendo pure l’ardire di spiegare, ai giovani, da "vero" self made man, come avere successo nel lavoro, nell'impresa e di come salvare il mondo dalla fame. Una mistificazione recitata ad arte da un protagonista con baffi.

Se la crescita del PIL e' funzionale all'economia di ogni nazione, la sua riduzione forzata, dalla negatività delle circostanze della crisi, non può che comportare meno ricchezza collettiva. Oggi tutti, di fronte alla globalizzazione, alla crisi dei mercati per un surplus di merci prodotte e non vendute, al costo delle materie prime, fondamentali alla produzione industriale, alle politiche economiche di governi e parlamenti incapaci di dare giuste soluzioni ai tanti problemi sociali, come la disoccupazione, con % impressionanti e irreversibili, conseguente, anche, per l'esteso uso della nuove tecnologie applicate all'industria, nei servizi, riducendo sempre più l'uso della mano dell'uomo, ci dovremmo seriamente porre una domanda: quale futuro apparterrà alle nuove generazioni? Dipende! Dipende da come si vorranno affrontare le complessità della modernità, le sue innumerevoli realtà connesse alle dinamiche economiche, ai rapporti sociali, alle garanzie per assicurare ricchezza, benessere materiale, senza discriminazioni per evitare conflitti sociali. Certo, la risposta non sarà semplice ma necessaria! Cominciamo col dire che in uno scenario di crisi globale, come l'attuale, anch'essa, l'economia di mercato, e' la risultante di una energia psichica, che aziona la volontà per scopi di scambio, interessi di potere commerciale, finanziario, determinando la sua variabilità e, di conseguenza, la variabilità del livello di benessere o malessere sociale. Da qui l'assunto che ogni azione, in genere, necessità di energia. Ed è per questo impossibile immaginare un Mondo senza energia. Guai! Ma se ciò dovesse accadere sappiamo già che lo scenario dell'umanità intera cambierebbe drammaticamente, tra disperazione ed estinzione. Più facile e' immaginare un Mondo pulito, meno inquinato, nel rispetto dell'ambiente, della natura. Purtroppo c'è più relativismo in quest'ultimo che certezza nel primo. Oggi sul tema, molto dibattuto, delle risorse energetiche, e' interessante prendere atto di quanto sostenuto dal premio Nobel per la fisica, Carlo Rubbia, in una delle sue "Lectio brevis ", ha sostenuto che la migliore risorsa energetica, per il futuro dell'umanità, per le sue necessità materiali e sempre più consumistiche, e' e sarà il gas naturale, non convenzionale: lo shale gas. Un gas che si trova tra 2 e 3 km. di profondità dal suolo terrestre intrappolato nelle rocce sedimentarie ricche di materiale organico, una risorsa di quantità maggiore rispetto al carbone. Molte nazioni hanno, nel loro sottosuoli, tali quantità da sfruttare e Gli Stati Uniti hanno già iniziato l'estrazione nei propri sottosuoli, ottenendo una notevole riduzione del costo energetico ed una, non meno importante, ridotta emissione di CO2. Mentre altri paesi, altrettanto ricchi di gas da scisto e con alto sviluppo industriale e consumistico hanno o inizieranno l'estrazione. Fatto altrettanto interessante e' l'altra fonte di energia gassosa che si trova in quantità enormi nei fondali degli oceani i clatrati. Con questa si andrebbe a garantire energia per millenni. Ma si è ancora in una fase di studio e bisognerebbe investire più risorse economiche. Ora prendendo atto di quanto descritto da Rubbia, sulle nuove indicazioni di fonti energetiche, meno costose e oltretutto meno inquinanti di CO2, aggiungendo fonti alternative come: l'eolica, il solare, la specificità e l'insieme di queste alternative sopravanzano di molto in sicurezza ambientale l'uso del nucleare, per ora, teoricamente confinato ai margini di una soluzione non più praticabile a causa dell'accumulo di scorie radioattive, della loro pericolosità, non riciclabilità e temendo conto delle conseguenze degli imprevedibili terremoti, non ultimo quello del 2011 a Fukushima. Anche perché la ricerca tecnologica sul nucleare e' in ritardo e non è detto che riesca a migliorarsi per poi essere fonte sicura di energia. A questo punto pur convenendo sulle soluzioni e ragioni, addotte giustamente da Rubbia, si potrebbe considerare anche un altro aspetto che, sul piano del risparmio energetico ed economico, andrebbe ad aggiungersi positivamente a queste. Ad esempio, si suppone già che una nuova politica energetica che sia seria e responsabile, imponga un razionale consumo dei beni di produzione industriale, con una significativa riduzione degli stessi , portando la società ad un livello comunque soddisfacente rispetto all'attuale. Contestualmente, ancora meglio, mantenendo una qualità soddisfacente dei beni di consumo industrialmente prodotti potrebbe accrescere il potere d'acquisto dei consumatori, uscendo così da un circolo vizioso dell'acquisto di beni superflui, poco durevoli. Più dura, meno inquina, meno costa. Anche perché non c'è ragione sufficiente perché il consumo da spreco, debba rimanere immutabile nel tempo. Nei fatti questa tendenza a migliorare intelligentemente il consumo produce sia qualità di vita sia qualità ambientale. Ma fino a quando prevarrà una conduzione politica, economica, incapace di comprendere realmente ciò che serve al futuro del Mondo mantenendo, invece, in maniera irresponsabile, inalterate condizioni sociali sprovviste di certezze e non intervenendo adeguatamente con giuste e concrete soluzioni di politiche economiche, industriali, la società potrebbe convergere a giuste forme di consumo senza penalizzare il mercato e renderlo meno vulnerabile. In tutto questo la Scienza, da sola, non può sostituirsi alla politica dei rispettivi governi nazionali. Non è suo compito. Essa può dare solo giuste indicazioni a cui la politica dovrebbe prestare più ascolto facendone buon uso. Tutto qui!

 

Martedì, 09 Dicembre 2014 00:00

Elogio della lentezza

Se nel mito di Zenone: "Achille e la tartaruga" la lentezza avesse rappresentato, per la tartaruga, una difficoltà, essa non avrebbe mai sfidato Achille. Eppure lo ha fatto nella convinzione da non poter essere battuta in velocità.
Paradosso a parte, la lentezza, non patologica ma razionale, rappresenta una buona soluzione per valutare e apprezzare meglio il giusto agire.
Io non ho mai misurato il tempo della mia lentezza, ma so bene cosa rappresenti, in generale, la velocità nella nostra epoca attuale: sfasamento dei ritmi biologici, stress, cattivo umore e complicazioni varie. Tutti corriamo sempre più frettolosamente per arrivare ad ottenere ciò che ci interessa. Oggi sempre di più, la tecnologia, ci mette del suo. Essa ci sfida, ci impone la sua velocità come se fossimo degli esseri artificiali programmati da un microchip. Ma siamo esseri umani! Quanto più veloci si fanno le macchine tanto più assurdamente ne subiamo il fascino senza dominarle, ma venendone dominati. I nostri meccanismi cerebrali non si rapportano bene alla velocità delle nuove tecnologie come, esempio, i rivoluzionari sistemi di comunicazione o tutto ciò che va sempre più in una accelerazione progressiva senza, appunto, tenere conto del nostro limite naturale. Sicuramente il saggio di Lamberto Maffei "Elogio della Lentezza", ci può aiutare a capire che si' più veloci si arriva prima, ma allo stesso tempo, detto metaforicamente, lasciamo che un bel panorama ci sfugga alla vista, sacrificando il piacere del suo contenuto emozionale. Dobbiamo riprenderci ciò che la fretta ci preclude: la normalità di una normale lentezza. E poi, la lentezza, allunga la vita.

Domenica, 07 Dicembre 2014 20:18

"Il sale della Terra": una riflessione

Sebastiao Salgado*, e' un fotografo capace, che ha fatto della sua professione uno scopo di vita e delle sue foto delle opere d'arte eccezionali, coniugando elemento estetico e realtà oggettiva. Fare il fotografo è stata una scelta convinta per un'attività professionale diversa per percezione, fantasia, pathos a quella fredda di economista, che in un primo momento sembrava essere il suo vero interesse. In questa sua volontà di assegnare a se stesso un diverso progetto di futuro come fotografo, ha avuto un ruolo importante sua moglie Lélia Wanick che lo ha compreso e sostenuto appieno. Salgado attraverso la fotografia ha descritto la storia della sua vita, fotografando il Mondo a 360 gradi, agli uomini che vi abitano, nelle diverse condizioni sociali, climatiche, di razza, ai danni del consumismo, alla natura selvaggia. Salgado è un esperto cacciatore di immagini che ha scandito i suoi anni di attività con un impegno professionale serio, costante, sempre alla ricerca del particolare, del diverso, del nuovo, dell'incredibile. Nel suo film documentario: " Il Sale della Terra", ha compendiato, in forma didascalica, parte della sua esperienza professionale. Quello che si vede, le parole che si ascoltano nel film, sono il suo racconto. Un racconto posto su due piani differenti: quello della natura, con la sue bellezze, grandezze che la compongono e quello attraverso le categorie del bene e del male di cui l'uomo è parte. Ha saputo ben distinguere e descrivere rispettivamente le due realtà con immagini uniche, fissandole con uno scatto, nel loro attimo fuggente. Inoltre ha voluto rappresentare un affresco iconoclasta della società contemporanea. Un racconto per tema, su diverse scale di valore soprattutto in riferimento all'uomo, come anima mundi, che pur avendo una peculiarità unica in quanto soggetto pensante, non sempre pero' da questa sua peculiarità si eleva con piena dignità. Molte sue azioni si manifestano come atti riprovevoli, violenti, malvagi o quando del tutto assassini, massivamente distruttivi. La immagini selezionate su i misfatti e sulle bellezze del Mondo proiettate sul grande schermo, si stagliano in un bianco e nero sorprendente. L'effetto sul pubblico è scontato. Ne scuote la sensibilità, assopita dall'opulento benessere, richiamando l'attenzione sul triste declino dell'umanità. Ma poi si ritrae richiudendosi nel proprio alveo privato, domestico, rimuovendo inconsciamente l'aspetto più significativo del film: l'accusa. Più conveniente accettarla come un oggetto di arte fotografica, di bravura documentaria a se stante, come simulacro di una realtà surreale a cui crede di non appartenere. Per Salgado, non è così. Il suo è un messaggio - un avvertimento - sul rischio che l'umanità corre nel ritrovarsi follemente in un perenne conflitto con se stessa e senza più un Mondo nel quale vivere sani. Un rigoroso richiamo alla ragione, alla coscienza reale e responsabilità comune. Una critica che non lascia spazio ne tempo a repliche politiche strumentali, a nessuna interpretazione fine a se stessa. Ancor meno nell'attesa passiva di chi sa quale miracolo salvifico. La sua critica ascendente nell'evocazione di un diritto superiore alla meschinità e all'ingiustizia e' dirompente, nella sfera di quel perbenismo di facciata che nasconde ipocrisie costruite ad arte. Ma poi sul finire, Salgado, allevia la sua amarezza con un pensiero di speranza quale viatico di salvezza dell'umanità e del Mondo. E lo fa dimostrando come un bosco, bruciato dall'aridità del terreno, rinasce con l'impegno e la volontà di chi tenacemente vuole rivederlo nuovamente cresciuto, avendo seminato due milioni di piccoli germogli di alberi. Questo è quanto è riuscito ad ottenere, insieme a sua moglie Lélia e a chi con loro si è' prodigato per questa impresa, per amore della natura e della vita. È quanto oggi con lo stesso spirito e una diversa cultura, dovremmo fare noi per il futuro di noi stessi e dell'umanità intera. Ma ciò non dipenderà solo dal "sale della terra" ma, esprimendolo in metafora, dal sale nelle nostre teste.



Nato l'8 febbraio del 1944 a Aimores, in Brasile. Dopo aver studiato legge per un anno a Vittoria, in Brasile, completa gli studi in economia e nel 1968 ottiene la laurea. Lavora per il Ministero delle Finanze Brasiliano. Poi studia per prendere il dottorato in scienze agrarie all'Università di Parigi dove vi si trasferirà nel 1973. Nel 1970 esordisce come fotografo. Inizia a lavorare come freelance nell'agenzia Sigma di Parigi (1975-79). Nel 1979 diventa candidato all'Agenzia Magnum poi associato e in fine membro effettivo. Da quel momento seguiranno molti riconoscimenti internazionali, professionali.

Sabato, 15 Giugno 2013 00:00

E QUANDO TUTTI VORRANNO TUTTO...

Esercito terracottaL’avere tutto, in questo caso è solo un’iperbole. Nel prossimo futuro, le risorse del mondo, se non sarà posto un limite alla produzione di merci per soddisfare futili consumi, non saranno più sufficienti. Metaforicamente, Il mondo non è un pozzo senza fondo, ma un pozzo al quale bisogna attingere senza prosciugarlo e tanto più avvelenarlo. È in gioco la sopravvivenza dell’umanità tutta.
Con la rivoluzione industriale, grazie all’uso massiccio della forza-lavoro proletaria, all’intensificazione del lavoro produttivo e della divisione del lavoro, al dilatarsi dell’espansione commerciale, si verificò una crescita esponenziale della produzione di merci. Ciò produsse certamente un innalzamento del tenore di vita, soprattutto di quello della classe borghese in genere. La classe operaia continuava a soffrire le condizioni miserabili a cui era stata ridotta dal sistema di produzione.[1] I dannati delle miniere, gli accessori umani di macchine sempre più complesse erano sempre più asserviti a chi deteneva il potere economico e la proprietà dei beni di produzione: il capitalista. La proprietà dei mezzi di produzione era considerata un diritto inalienabile anche se l’accumulazione di profitti si basava sullo sfruttamento umano.
È pur vero che, nei paesi industrializzati, la condizione della classe operaia, in ragione di fondamentali conquiste sociali, economiche, ecc., ha potuto godere di una più diffusa distribuzione di beni di consumo e servizi. I “tempi moderni” hanno diffuso l’illusione che la crescita economica e il benessere da essa derivante avrebbe finito per coinvolgere tutti i membri della società. Invece la produzione capitalista era, per sua natura, soggetta a crisi ricorrenti che ridimensionavano ogni volta “le magnifiche sorti progressive dell’umanità”. Una situazione analoga si presenta anche oggi, con una forma di gravità del tutto imprevedibile pochi decenni fa. Certamente, quello che sta accadendo, è qualcosa di inscritto nella logica stessa dello sviluppo capitalistico. Nel realizzare la propria tendenza espansiva, basata sulle conquiste tecniche e tecnologiche, il capitale non ha tenuto conto del limite necessario all’eccesso di produzione cui era naturalmente spinto, nella sua irrazionale tendenza a realizzare profitti sempre crescenti con beni del tutto superflui. Ciò ha reso contraddittorio l’aumento dell’aspettativa di vita e, al tempo stesso, ha ridotto i margini di occupazione soprattutto nelle fasce giovanili. Le politiche neo-liberiste degli ultimi decenni non hanno fatto altro che aggravare i problemi. La complessità della nuova “contingenza” sta davanti ai nostri occhi: assistiamo a dibattiti, a prese di posizione divergenti, a proiezioni discordanti sul nostro avvenire economico. Emergono finalmente proposte per cambiamenti più radicali. Comincia ad essere messa sotto accusa lo stesso concetto di “crescita” e di “liberismo”, nel senso capitalista tradizionale. La concezione tradizionale della crescita economica, se esportata anche ai paesi cosiddetti “emergenti”, porterebbe ad un impoverimento delle risorse e ad un aggravarsi del problema climatico che la renderebbe rapidamente insostenibile. Si pone dunque il problema di una razionalizzazione complessiva della produzione, che certamente non rientra nello schema capitalista quale l’abbiamo finora concepito.
A questo proposito c’è un’altra considerazione da fare. La crisi ha aumentato le diseguaglianze sociali. Non solo ma tende a produrre una “centralizzazione” del capitale finanziario senza precedenti. Ora, le società moderne occidentali si basano su una forma liberista della democrazia. Ma questa forma mostra sempre di più i suoi limiti di fronte all’avanzare della crisi e alle contromisure che gli stati tendono a prendere. Già i cosiddetti “governi tecnici”, che sono solo apparentemente “neutrali” dal punto di vista politico ed economico, costituiscono una violazione delle regole fondamentali della democrazia che abbiamo conosciuto finora. Essi danno piuttosto l’impressione di una tendenza ad un sistema oligarchico di potere. Le nuove proposte emergenti colgono anche questa contraddizione: la crisi rende di nuovo attuale il problema della difesa di una democrazia così drammaticamente conquistata.
In molti paesi, una popolazione disillusa e priva di prospettive ha come reazione istintiva quella di abbandonare la politica. Non si rende conto che così rafforza il potere di “lobbies”, dei centri finanziari, delle “mafie” cui sono intrecciati. La decisione di cambiare rotta implica invece una più diffusa e coerente partecipazione alle vicende economiche e politiche. La crisi non può essere risolta con gli stessi strumenti che l’hanno prodotta. L’enorme massa di giovani disoccupati non può assistere passivamente alla distruzione del proprio futuro.
La razionalizzazione della produzione capitalistica sembra un ossimoro. Forse essa chiamerebbe in causa non solo nuove concezioni economiche, ma un vero e proprio cambiamento della visione del mondo. Ma la vecchia visione liberista non è più sostenibile. La logica dell’espansione economica senza limiti e senza qualità di consumo non può che portare al disastro. Che faremo quando tutti vorranno tutto?

 


[1] La condizione della classe operaia del tempo è descritta con dovizia di particolari da F. Engels nel suo La situazione della classe operaia in Inghilterra.

 
Mercoledì, 15 Maggio 2013 00:00

L'INDIGNAZIONE NON BASTA

Qualche tempo fa scrissi, su questa testata, un paio di articoli in ricordo della protesta giovanile degli anni 60: "il decennio della ribellione". Lo feci riportando la memoria a quegli eventi che furono il segno di una frattura tra due diverse generazioni.
Le vicende di allora furono "un tuono che assordò chi voleva non sentire". Una autentica protesta giovanile che si manifestò con forza e determinazione, ma anche con una sorprendente capacità critica per cambiare e rinnovare un sistema di potere imposto dalle baronie universitarie, da un insieme di relazioni familiari e sociali ormai arretrate e dai rapporti economici dominanti in generale. Uno status quo che per i giovani studenti rappresentava un ostacolo a nuove forme di cultura, al progresso sociale e al libero sviluppo del loro futuro. Qualcosa cambiò. Ma non tutto ciò che essi volevano cambiare. Cambiarono abitudini e comportamenti, iniziò un importante movimento per l’emancipazione femminile, cambiò l’atteggiamento passivo degli studenti sia nella scuola, sia nell’università. Purtroppo non cambiò
Dell'esplosione di protesta studentesca di quegli anni più nulla di simile è accaduto se non come parvenza. Ciò può essere spiegato in molti modi, ma non è questo il mio compito. Io, mi limito solo ad una semplice considerazione di merito. In primo luogo penso che la netta separazione e il confronto tra un prima e un dopo, tra una generazione e l'altra non riguarda lo stereotipo del giovane contestatore, ma la diversa qualità culturale, il diverso rapporto con la realtà esistente nei rispettivi tempi. Una qualità culturale distinta anche per un altra importante ragione, che fu – per i giovani del’68 – la lettura dei classici del marxismo, nonché la evidente e significativa influenza dei filosofi della contestazione come Lukacs, Marcuse Sartre e via discorrendo, con le discussioni che le loro diverse posizioni alimentavano e quindi gli ulteriori approfondimenti che esse imponevano. Dunque la cosa importante fu che l'azione si mosse contestualmente con il pensiero. Il pensiero, al pari della coscienza, è il motore principe di ogni movimento. Nella generazione successiva, invece, a partire dagli anni 80 e fino ad oggi, al pensiero teorico si è andato sostituendo il pensiero “pratico” rivolto all’immediato e inquinato dal senso comune. Questa perdita di coscienza del reale – nella sua complessità – ha reso i tentativi di protesta meno efficaci, ha ridotto la capacità di formulare progetti alternativi, piani organizzativi efficienti.
Tuttavia, oggi, la situazione si è ulteriormente evoluta. I dati sulla disoccupazione, soprattutto giovanile, da noi come nel resto d'Europa è drammatica come non lo era negli anni ’80. Il predominio tecnologico in questi ultimi decenni ha modificato alcuni comportamenti sociali, ma non ha certo migliorato le condizioni socio-economiche generali e tanto meno ha aperto sicure prospettive per il futuro. L’uso di innovazioni tecnologiche come internet, cellulari, computer, se pur ha ampliato la comunicazione e interrelazione di massa, ha dall'altra inciso ambiguamente sull’atteggiamento psicologico dei giovani di oggi, che appaiono più vulnerabili, animati più dallo spirito di emulazione, che dal desiderio di affermare la propria personalità. Scollegati dai processi attivi della produttività per mancanza di lavoro, essi vanno sempre più chiudendosi negli spazi della rete in una sorta di sublimazione virtuale fatta di cultura illusoria, di relazioni stereotipate che alla fine accrescono l’isolamento dalle persone e dalla realtà.
Per la maggior parte di essi la rete è il loro “mare magnum”. Vi navigano alla scoperta di nuove isole sociali nella convinzione di soddisfare, illusoriamente, il loro ego mortificato dalla solitudine interiore e dalla loro stessa leggerezza verso aspetti importanti dell’esistenza umana. La rete è "il Giano bifronte", da un lato rende libera la navigazione, dall'altro permette al potere il controllo dei navigatori. Credo che la nuova generazione sia deficitaria di una coscienza sociale evoluta proprio perché acritica, non dialettica, opinionista, polemica, ovvia. Ristagna su modelli comportamentali non caratterizzanti, che deviano dalla responsabilità, sia soggettiva sia collettiva, di prendere di petto le cause strutturali del loro malessere. Non credo invece alla forza dell'indignazione che si esprime in rete, nelle piazze, nei cortei. Stephane Hessel, ha scritto un piccolo pamphlet con il quale esorta i giovani all'indignazione verso ciò che non risponde al rispetto e diritto della persona. Ma l'indignazione, di fronte alla barbarie del potere, è, come ho già detto, solo un atto morale e non sostanziale. Non può da sola mutare il corso delle cose, creando le condizioni in cui la volontà popolare possa ottenere ciò che le spetta. Se bastasse o fosse bastata la sola indignazione , non sarebbero servite le rivoluzioni. Pensate se alla domanda posta da Luigi XVI, nei giorni della presa della Bastiglia, ad un suo fedelissimo, se fosse una rivolta, avessero risposto “no Sire, è l'idignazione che sta montando nel popolo affamato. Luigi XVI, così tranquizzato, avrebbe allora detto: "che s'indignino pure, non mangeranno comunque". E tutto, per la monarchia dei Capetingi, sarebbe continuato con poco disagio e preoccupazione. L'indignazione non altera la struttura di potere, che sa bene come incanalarla, illuderla, metterla a tacere.
Di fronte ad un sistema che divora ricchezza, vanifica sforzi e sacrifici collettivi, come spiegano in negativo numeri in percentuali, l'indignazione, ripeto, non basta. Ci vuole coscienza e conoscenza delle ragioni reali che portano ad indignarsi. Ma oggi dove è possibile trovare queste forme di consapevolezza? Dove sono i giovani che rivendicano il miglioramento della propria condizione sociale, il diritto ad un ambiente più sano, ad una realtà meno criminale, quelli che si battono contro il Potere costituito che non risponde a ciò che essi chiedono? Dove sono finiti? Non si sa! Persi nel mondo dell'effimero, del superficiale, del consumismo illimitato, degli status symbols. Governi e partiti allineati a difesa di un diritto di parte, hanno sempre temuto i movimenti di protesta giovanili e le occupazioni universitarie, incolpando i loro protagonisti di disobbedienza violenta e comportamento politico illegittimo, negando che esse nascano dall'interesse di affermare i valori della democrazia in rapporto ai diritti mancati come soprattutto, scuola, lavoro. Oggi, gli indignati per la politica corrotta e oppressiva non possono limitarsi a pittoresche proteste di piazza, ma devono – per le ragioni sopra descritte – dare qualità alla loro tensione verso il cambiamento. La democrazia ha bisogno di cultura consapevole, capace di discernere gli obiettivi di reale importanza e agire di conseguenza. I giovani di oggi, i preposti del domani, riusciranno in questo? Per come stanno andando le cose ne dubito, convintamente.

Pagina 1 di 3