Giorgio Nebbia

Giorgio Nebbia

Mercoledì, 20 Settembre 2017 16:53

Ecologia dei ricchi e dei poveri

Che cosa c’entra mai la NASA, la famosa agenzia statunitense per la ricerca e i voli spaziali, con l’economia ambientale ? Eppure la NASA (pur con alcune riserve) ha contribuito ad un recente studio, apparso nella rivista “Ecological economics” e che sta sollevando varie polemiche, su una nuova visione dei rapporti fra popolazione, risorse e ambiente. Il primo capitolo di qualsiasi libro universitario di ecologia spiega come si comporta una specie (e noi donne ed uomini apparteniamo a una dei milioni di specie animali viventi) quando trae nutrimento da un territorio di dimensioni limitate e in cui quindi è grande, ma non illimitata, la disponibilità di cibo.
Il numero degli individui della specie aumenta dapprima rapidamente, quando gli individui sono pochi e il cibo è abbondante; poi l’aumento rallenta a mano a mano che comincia a scarseggiare il cibo e infine la popolazione tende a stabilizzarsi in modo che ciascuno abbia cibo sufficiente; questa è una approssimazione, perché nel processo di trasformazione degli alimenti si formano delle scorie che in parte possono essere rimesse in ciclo e diventare fonte di nuovo cibo, in parte sono nocive e fanno rallentare la nascita di altre individui o addirittura provocano la morte di una parte della popolazione che così diminuisce.
Quello che avviene in natura avviene anche nelle comunità umane che non solo traggono alimenti dai vegetali e dagli animali, ma hanno bisogno anche di altri ”alimenti” indispensabili per la vita sociale e “civile”: minerali da trasformare in metalli, combustibili che “nutrono” le fabbriche, scaldano le case, muovono le automobili e forniscono elettricità, pietre da utilizzare per costruire edifici, eccetera. E’ il grande metabolismo della vita delle comunità umane che ogni anno estraggono dall’ambiente naturale (acqua esclusa) qualcosa come 50 miliardi di tonnellate di “cose utili” e rimettono nell’ambiente naturale, come scorie e rifiuti, circa la stessa quantità di materie gassose, liquide e solide. Nel caso della specie umana, quindi, si assiste ad un continuo impoverimento delle riserve di minerali e di combustibili e della fertilità del suolo, e ad una crescente contaminazione dell’aria, delle acque e del suolo ad opera dei rifiuti.
Questo è il quadro che spinge alcuni ambientalisti a proporre limiti ai consumi e alla crescita della popolazione, e, più realisticamente, costringe i governi ad adottare le politiche economiche “verdi” dirette a limitare i rifiuti e a razionalizzare l’impiego delle risorse naturali e dei prodotti non rinnovabili. Con quanto successo lascio ai lettori giudicare. La ricerca di cui parlavo all’inizio parte dall’osservazione che non tutti i terrestri sottraggono risorse alla natura e producono rifiuti nella stessa maniera e ha provato a dividere i terrestri consumatori e inquinatori in due “classi” che ha chiamato, per semplicità, “ricchi” e “poveri”.
L’idea non è irrealistica perché effettivamente nell’intero pianeta ci sono circa 2000 milioni di abitanti di paesi che si potrebbero chiamare “ricchi”, circa 2000 milioni di individui “poveri” e circa tremila milioni di abitanti di paesi che sono metà-ricchi e metà-poveri, quelli in via di industrializzazione, Cina, India, Brasile, con drammatiche differenze al loro interno. Per analogia a quanto avviene in natura, quando due specie si contendono lo stesso nutrimento limitato, anche nella comunità umana i ricchi sottraggono grandi quantità di risorse dalla natura e generano grandi quantità di rifiuti anche se il loro numero aumenta di poco; le popolazioni degli altri paesi traggono minori, ma crescenti, quantità di risorse dalla natura, producono minori, ma crescenti, quantità di rifiuti e aumentano di numero rapidamente, in ragione di circa 70 milioni di nuovi individui all’anno.
Gli studiosi hanno provato ad analizzare il possibile andamento futuro di questa situazione, utilizzando equazioni matematiche ricavate da quelle che descrivono la concorrenza fra diverse specie animali che si nutrono dello stesso cibo. Se la situazione continua come oggi, un crescente numero di “poveri” cercherà di appropriarsi di una crescente quantità di risorse naturali al cui possesso aspirano però anche i ricchi; da qui prospettive di guerre per le materie prime; di migrazione di poveri verso i territori dei ricchi. Nello stesso tempo i crescenti consumi sia dei ricchi sia dei poveri provocano alterazioni naturali che si traducono in danni e costi. Tutti questi fenomeni appaiono tanto più gravi, quanto maggiore è la differenza fra ricchi e poveri. Una nuova lettura della lotta di classe ?
Per ora si tratta di modelli matematici, ma alcuni fenomeni, come i conflitti per la conquista delle risorse forestali o minerarie o energetiche (dall’America Latina, all’Africa, all’Ucraina), le grandi migrazioni, il crescente inquinamento sia nei paesi industriali sia in quelli arretrati, l’insuccesso dei tentativi di accordi internazionali per limitare le emissioni di “gas serra” (gli inquinanti che fanno aumentare la temperatura terrestre e che vengono da fabbriche, centrali e automobili) e di altre sostanze nocive, la perdita di fertilità dei suoli per eccessivo sfruttamento, eccetera, sono sotto i nostri occhi.
L’analisi risulta ancora approssimativa ma il quadro che ne emerge è realistico e potrebbe servire come base per nuove ricerche e soprattutto per nuovi orientamenti di politica all’interno dei vari paesi e a livello internazionale. L’ecologia ha ancora molto da insegnare all’economia e alla politica.

 

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Nota della redazione

Il fatto che il capitalismo sia oggi, come si dice, “globale” non vuol certo dire che la ricchezza cresca in maniera uniformemente distribuita su tutto il pianeta. Il dramma dei flussi migratori (dramma al quale non si riesce a fornire una soluzione coerente) mostra piuttosto che il mondo è diviso in un Dentro e in un Fuori. Il Dentro è formato dai paesi in si può godere di un benessere relativamente diffuso, di una buona, o almeno sufficiente, organizzazione dei servizi, di risorse energetiche che soddisfano la domanda, dall’accessibilità ad un livello sufficiente di educazione, eccetera. Il Fuori è formato dai paesi tormentati da guerre civili (con le relative periodiche stragi), da malattie infettive, dall’indigenza cronica, dalla mancanza di beni e servizi essenziali (acqua, energia, ecc.), da livelli di istruzione praticamente inesistenti, e via discorrendo. Ora è difficile negare che le condizioni del Fuori siano soprattutto il risultato delle politiche neo-colonialiste del Dentro. Le guerre che hanno infestato il Vicino Oriente (a partire da quel tragico e magico 11 settembre) vedono comunque i paesi del Dentro impegnati militarmente a vari livelli con obiettivi confusi e, nell’immediato, chiaramente menzogneri. Le analisi sul “perché”, sul “cosa c’è in ballo”, rimangono carenti e contrastanti. Quello che è certo è che paesi che godevano di una certa autonomia, anche economica, sono stati risucchiati nel baratro delle guerre civili, delle guerre “per procura”, delle aggressioni dirette da parte delle grandi o medie potenze. Il risultato immediatamente tangibile per i paesi europei è stato il fatto che al flusso endemico dei “migranti” si è aggiunto il flusso ancor più massiccio dei “rifugiati”. Tutto ciò dimostra ulteriormente che, in ogni caso, lo sfruttamento delle risorse (minerarie, petrolifere, agricole, ecc.) dei paesi Fuori da parte dei paesi Dentro gioca ancora un peso politico e militare determinante (la guerra non è altro che il proseguimento della politica con altri mezzi, diceva Lenin). Come stupirsi, allora, di fronte all’esigenza di parte delle popolazioni del Fuori di cercare, in qualche modo, di raggiungere il Dentro?
Nell’intervento che segue, la differenza tra Dentro e Fuori viene analizzata anche da un altro punto di vista (spesso trascurato): quello dello sfruttamento ambientale. L’autore, da sempre impegnato nella battaglia per un cultura ecologica, ci mostrerà come, dal punto di vista ambientalistico, le differenze tra Dentro e Fuori non sono forse così nette (il Dentro non riesce a “buttare” Fuori tutto l’inquinamento che esso produce). Eppure, l’inquina-mento che il Dentro continua a produrre in maniera rilevante nei paesi abitati dalle popolazioni che sono Fuori è, di nuovo, l’effetto di uno sfruttamento scriteriato di risorse minerarie, energetiche ed alimentari, derivante da un rapporto sussistente di dominio economico e militare. Per non parlare del fatto che i danni dell’inquinamento sono più facilmente assorbibili nei paesi Dentro (grazie alle maggiori disponibilità tecniche e alla migliore assistenza medica) rispetto alla parte del mondo di Fuori che è particolarmente debole anche in questi settori.
 

Il “buon governo” ha (o dovrebbe avere) la funzione di soddisfare al meglio i bisogni “materiali” e “immateriali” delle persone: bisogni di cibo, di acqua, di abitazione, di salute, di informazione e istruzione, di mobilità, di dignità e libertà, eccetera. Ora, nei tempi recenti, si è accresciuta notevolmente la consapevolezza sociale che tra i bisogni materiali irrinunciabili vi sono anche quelli relativi alla qualità dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo (o in cui ci bagniamo), del cibo che mangiamo e via discorrendo. Le ragioni di tale accresciuta consapevolezza sono ormai ben note.
Per soddisfare i bisogni “normali” di un cittadino medio, occorre poter disporre di quantità ingenti di risorse materiali ed energetiche. Tali risorse servono alla produzione industriale di merci (o beni di consumo), alla costruzione di edifici con varie destinazioni, alla produzione  e costruzione di veicoli, navi, aerei, strade e ferrovie per i trasporti, alle strutture e alle tecniche che consentono di dare una forma quasi interamente industriale alla produzione alimentare, alla messa in opera dei supporti di base della rete telematica e degli impianti per le telecomunicazioni, ecc. Ora, la disponibilità e la trasformazione di tali risorse richiedono ovviamente lo scambio economico e il lavoro umano, ossia il rapporto economico con altri paesi e le attività produttive interne. In aggiunta a questo, negli ultimi decenni, è fiorita una consapevolezza diffusa (ma anche confusa) del fatto che l’insieme di queste trasformazioni ha anche profonde conseguenze riguardanti l’ambiente in cui viviamo.
Il processo, comunque complesso, che va dalla natura alla produzione finisce sempre per tornare alla natura, ma non può mai ripristinare le condizioni di partenza. Per esempio, i campi coltivati perdono una parte delle loro sostanze nutritive minerali, i mezzi di trasporto immettono nell’atmosfera gas nocivi, l’intera attività industriale produce scorie e rifiuti solidi, liquidi, gassosi, che finiscono nel suolo, nei fiumi e nell’aria. Si tratta allora di un ciclo (natura-merci-natura), che, riproducendosi all’infinito, rende i campi sempre meno fertili, le acque e l’aria sempre più inquinate. E la questione assume aspetti inusitati di globalità e generalità: è la stessa crescita della produzione globale di merci che provoca un danno climatico che aumenta in maniera irreversibile.
A ciò va aggiunto il fatto che il “peggioramento” della qualità dell’ambiente riguarda molto diversamente le diverse classi sociali e i diversi paesi. Coloro che sono maggiormente responsabili degli inquinamenti possono difendersi proprio grazie alla produzione di migliori e maggiori risorse (ivi compresi gli apparati tecnici); coloro che non riescono a soddisfare neanche i loro bisogni essenziali sono invece drammaticamente molto più esposti alle conseguenze del deterioramento ambientale. Il caso più emblematico è rappresentato dai mutamenti climatici: i paesi ricchi, con i loro elevati consumi di combustibili fossili, immettono nell’atmosfera grandi quantità di gas serra; i paesi poveri, pur avendo bassi consumi energetici, subiscono gravi danni sia a causa delle piogge improvvise, che producono disastrosi allagamenti, sia a causa dei periodi di siccità, che prosciugano le già limitate riserve idriche.
Ma ci sono altri aspetti delle conseguenze ecologiche dello sfruttamento dei paesi poveri. Questi hanno, per esempio, sostituito le loro coltivazioni tradizionali, quasi sempre bastevoli per la sopravvivenza, con monocolture da vendere, a prezzi bassissimi, ai paesi ricchi. In questo modo i paesi ricchi non solo comprano dai paesi poveri, sempre a prezzi bassissimi, materie prime e fonti energetiche per le loro industrie, ma possono anche disporre senza particolari aggravi economici di grandi quantità di alimenti di buona qualità. E ancora: molti rifiuti solidi e inquinanti dei paesi ricchi vengono smaltiti, con processi dannosi e pericolosi, nei paesi poveri. La globalizzazione capitalistica sembra andare a senso unico: le “cose buone” vanno dai paesi poveri a quelli ricchi e le “cose nocive” vanno dai paesi ricchi a quelli poveri.
Ora, è vero che il degrado dell’ambiente ha dato vita a movimenti di protesta, ma è altrettanto vero che la protesta ambientalista ha assunto diversi colori. Ad esempio, davanti ad un’acciaieria inquinante, alcuni hanno chiesto di chiuderla; altri, riconoscendo che l’acciaio è essenziale per tanti settori della vita umana, hanno proposto processi alternativi e meno inquinanti di produzione, con l’obiettivo di salvare l’occupazione. Si assiste così al triste spettacolo In cui, da un lato, il potere economico si sforza di minimizzare la portata umana dei danni ambientali e di esaltare i vantaggi per l’economia (anche se questa è ormai orientata alla produzione di beni superflui e di lusso); dall’altro lato, le organizzazioni dei lavoratori, davanti al pericolo che più rigorose norme ambientali possano compromettere l’occupazione, sono talvolta disposte ad accettare i danni ambientali che compromettono la salute dei lavoratori, dentro la fabbrica, e quella delle loro famiglie, fuori dalla fabbrica.
Per superare l’atteggiamento egoistico di coloro che vogliono i benefici della tecnica purché i disturbi e le nocività danneggino qualcun altro, altrove, una sinistra ha (avrebbe) di fronte una sfida che richiede la collaborazione e la solidarietà dei popoli inquinati e dei lavoratori.
Si parla qui di un processo “rivoluzionario” che affronti alla base gli aspetti strutturali del processo di produzione. Si potrebbe proprio partire, in questa prospettiva, dall’analisi dei bisogni umani, di quelli essenziali da soddisfare, e di quelli che appaiono falsamente imposti da quei produttori che basano il loro arricchimento sull’atteggiamento “consumistico” di molti cittadini delle economie più avanzate. Ma quest’analisi deve tener conto sin dall’inizio dell’impatto ambientale dei processi produttivi messi in atto per soddisfare quei bisogni. Si tratta, in altri termini, di mettere in evidenza il fatto che l’uso delle risorse primarie e dei mezzi con cui soddisfare un insieme di bisogni, in gran parte “artificiali”, deve prendere in considerazione i vincoli fisici imposti dal carattere limitato di ciò che si può ricavare dalla natura e, al tempo stesso, del carattere limitato delle possibilità naturali di ricevere e “assorbire” le scorie  e l’inquinamento derivanti dagli stessi processi di produzione.
Si tratta di un cambiamento oggettivamente difficile, poiché va fin dall’inizio contro il carattere “irrazionale” dell’economia capitalista. Si mette cioè in discussione proprio l’esigenza del capitale di “inventare” i bisogni da soddisfare, in modo da espandere, anche geograficamente, le aree di popolazione indotte a cercare di soddisfare anche quei bisogni. L’esigenza primaria del capitale è quella di produrre un profitto e non quella di salvaguardare la “salute” del pianeta e, quindi, dei cittadini che lo abitano. Per disporre di maggiori profitti, le grandi industrie hanno inventato macchine e gadget che invecchiano rapidamente e che devono essere sostituiti sistematicamente con prodotti tecnici “più perfetti”. Nello stesso tempo i produttori perfezionano le tecniche di condizionamento dei cittadini fino a portarli all’esigenza di seguire le varie “mode” imposte dall’alto (non parliamo qui solo dell’abbigliamento e dei suoi accessori, parliamo anche dei suddetti gadget tecnologici), esigenza in nome della quale le classi più povere sono disposte a svendere il proprio lavoro e talvolta anche la propria dignità. Si tratta di una situazione di “alienazione” che Marx aveva lucidamente descritto già un secolo e mezzo fa nel terzo dei manoscritti del 1844, allorché aveva spiegato che, nell’ambito della proprietà privata, ogni soggetto produttore s’ingegna di procurare all’altro soggetto “consumatore” un nuovo bisogno che assume la forma del desiderio di un’oggetto. Ma questo oggetto assume fin dall’inizio la forma di un’oggetto “ostile”, ossia di prodotto “alienato” di un lavoro altrettanto “alienato”.
Queste forme di crescita del capitale minacciano ormai fortemente la nostra stessa sopravvivenza sul nostro pianeta. Partendo quindi anche da questa consapevolezza, sarebbe necessario stabilire una gerarchia “razionale” dei bisogni da soddisfare. Ma questo significa creare un’economia programmata e non “anarchica” come quella capitalistica. In questo contesto, la difesa dell’ambiente diventa un altro volto di una lotta di classe che non parte dal rifiuto della tecnica, ma dal rifiuto di una tecnica asservita al capitale, nel momento in cui tale capitale produce merci che non servono a soddisfare reali bisogni umani, ma servono solo a generare denaro per alcuni (pochi) e nocività ambientale per altri (tanti).
Nel ribadire questi concetti, noi pensiamo ai giovani, che non sono solo coloro che hanno enormi difficoltà a trovare lavoro, ma sono anche coloro che si troveranno a vivere in un ambiente degradato in una misura che tuttora non riusciamo nemmeno a prevedere.

 

 

Mercoledì, 28 Dicembre 2016 16:30

Sui Manoscritti economico-filosofici di Marx

È passato oltre un secolo e mezzo dalla redazione degli appunti, scritti in tedesco su tre quaderni a Parigi dal ventiseienne Karl Marx, e poi pubblicati a Berlino col titolo Manoscritti economico-filosofici del 1844. I Manoscritti furono pubblicati in Italia subito dopo la Liberazione; ne furono fatte varie traduzioni a partire dal 1947 ed attrassero grande attenzione, anzi ebbero presto una certa celebrità. I Manoscritti furono uno dei libri di culto di varie generazioni di marxisti, anche perché possono essere letti, sotto vari punti di vista, dal filosofo, dallo studioso dell'evoluzione del pensiero di Marx e infine dai militanti della contestazione ecologica. È da quest'ultimo punto di vista che voglio qui parlarne, anche nel quadro di un dibattito, mai placato, sulla compatibilità fra il pensiero degli attuali “ecologisti” e la tradizione del pensiero marxista e comunista.
L’uso, più o meno coerente ed adeguato, del pensiero marxista caratterizzò, nel secondo dopoguerra, un periodo di grandi contraddizioni in cui una parte del mondo operaio e della sinistra anticipò lotte, soprattutto per la salute in fabbrica, che erano “ecologiche” anche se non venivano chiamate così. Va ricordato come il nostro partito comunista fu stretto fra posizioni lungimiranti e un mito della produzione industriale - sprezzantemente chiamato, dagli avversari, “industrialismo” - nel quale la difesa dell'ambiente era un bene secondario rispetto all'occupazione. Solo sporadicamente la “sinistra” riconosceva che l'ecologia è “rossa”, dal momento che una lotta per l'ecologia avrebbe potuto agire come agente catalizzatore della lotta contro l'arroganza del potere economico e politico dominante. Nello stesso tempo, molti rappresentanti dell'ecologia borghese credevano di ricondurre la scarsa attenzione ambientalista dei comunisti e degli operai al fatto che Marx ed Engels - ai quali essi si riferivano - non avevano capito niente dell'ecologia e dei nuovi diritti di cui l'ecologia si  faceva portatrice.
Eppure, quest'ultima obiezione derivava dall'ignoranza del pensiero marxiano, come fu chiarito quando, nel novembre 1971, il Partito Comunista Italiano organizzò a Frattocchie, vicino Roma, un celebre seminario sul tema "Uomo natura società". In quella sede fu fatto uno sforzo per rileggere le opere di Marx ed Engels alla luce della nuova  ondata di contestazione. Gli atti del seminario furono pubblicati dagli Editori Riuniti e sono ormai, sfortunatamente, una rarità bibliografica. Erano i tempi in cui c'era, fra l'altro, una grande attenzione proprio per gli scritti del giovane Marx e per i Manoscritti e la rilettura delle opere di Marx ed Engels mostrò che esse anticipavano profeticamente molti dei temi della contestazione ecologica. E del resto non c'era niente da meravigliarsi. Marx (1818-1883) ed Engels (1820-1895) vissero in un'epoca straordinaria, attraversata da grandi rivoluzioni politiche e culturali, trovandosi nel cuore stesso di tali rivoluzioni, fra Germania, Francia e Inghilterra. Essi furono contemporanei di Liebig (1803-1873), di Darwin (1809-1882), dello  stesso Haeckel (1834-1919), ossia dell'inventore della parola “ecologia”; furono inoltre contemporanei di Dickens (1812-1870) e di Owen (1771-1858) e quindi videro e denunciarono le condizioni di lavoro  degli operai, le frodi alimentari, il degrado urbano, e tutte le distorsioni violente, nei rapporti fra gli esseri umani e nei rapporti fra gli esseri umani e la natura e l'ambiente circostante, provocate dal modo capitalistico di produzione. Infatti, nel 1845, l'anno successivo alla redazione dei Manoscritti di Marx, Engels scrisse il libro La situazione della classe operaia in Inghilterra dove appare la drammatica descrizione della città industriale e delle sue condizioni di vita, ossia della cosiddetta “Coketown”, illustrata da Dickens nell'Oliver Twist del 1837-38 e nei Tempi difficili del 1854.
Del resto, come è ben noto, il tema dell'alienazione dell’uomo dal lavoro e dalla natura pervade tutti e tre i Manoscritti. Il primo tratta il salario, il profitto del capitale, la rendita fondiaria, il lavoro estraniato, con quel lungo brano che spiega come, nella società capitalistica, il lavoratore sia espropriato della sua attività. Come conseguenza dell'estraniazione dal lavoro, l'uomo viene privato anche del suo rapporto con la natura, che è il suo corpo inorganico, anzi il suo corpo stesso, con il quale l’operaio deve stare in costante rapporto per non morire. Eppure il lavoro consentirebbe all'uomo di produrre in modo universale, ad un livello superiore a quello del lavoro degli altri animali. «L'animale», dice Marx, «costruisce soltanto secondo la misura e il bisogno della specie cui appartiene, mentre l'uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e sa ovunque predisporre la misura inerente a quel determinato oggetto; quindi l'uomo costruisce anche secondo le leggi della bellezza». Questo passo è uno dei pochi in cui Marx si lascia andare a considerare la bellezza come valore e frutto del lavoro umano, anticipando quindi quello, ben più noto, dell'«ape e l'architetto» che si trova nel quinto capitolo del primo libro del Capitale.
Il rapporto fra il lavoratore e il prodotto del suo lavoro è annullato nella società capitalistica che rende l'uomo estraneo non solo alla sua attività ma anche alla base stessa naturale della vita e del lavoro; che estranea, inoltre, ogni uomo dagli altri uomini, distruggendo la collaborazione e la solidarietà di classe, ed eleva al rango di “legge” la lotta per l'esistenza dove solo il “più forte” sopravvive - un tema su cui Spencer (1820-1903) avrebbe scritto di lì a poco, proprio negli stessi anni in cui sarebbe uscito il Capitale. La proprietà privata è allora origine e fonte del lavoro alienato e, nello stesso tempo, il suo prodotto, ossia il suo risultato e la sua conseguenza necessaria. Il carattere e il ruolo della proprietà privata sono ripresi nel secondo quaderno, il più breve, dei Manoscritti, mentre la suggestiva descrizione di come la proprietà privata condizioni non solo il lavoro, ma anche i bisogni umani, si trova nel terzo quaderno dei Manoscritti, del quale riproduco alcuni passi, usando la traduzione di Norberto Bobbio (i corsivi sono nel testo). «Abbiamo visto quale significato abbia, facendo l'ipotesi del socialismo, la ricchezza dei bisogni umani, e quindi tanto un nuovo modo di  produzione quanto anche un nuovo oggetto di produzione ... Nell'ambito della proprietà privata tutto ciò assume il significato opposto. Ogni uomo s'ingegna per procurare all'altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo ad un nuovo sacrificio, per ridurlo ad una nuova dipendenza e spingerlo ad un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica. Ognuno cerca di creare al di sopra dell'altro una forza essenziale estranea, per trovarvi la soddisfazione del proprio bisogno egoistico. Con la massa degli oggetti cresce quindi la sfera degli enti estranei, ai quali l'uomo è soggiogato, ed ogni nuovo prodotto è un nuovo potenziamento del reciproco inganno e delle reciproche spoliazioni. L'uomo diventa tanto più povero come uomo, ha tanto più bisogno del denaro, per impadronirsi dell'ente ostile, e la potenza del suo denaro sta giusto in proporzione inversa alla massa della produzione; in altre parole, la sua miseria cresce nella misura in cui aumenta la potenza del denaro. Perciò il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall'economia politica, il solo bisogno che essa produce ... Così si presenta la cosa anche dal punto di vista soggettivo: in parte l'estensione dei prodotti e dei bisogni si fa schiava - schiava ingegnosa e sempre calcolatrice - di appetiti disumani, raffinati, innaturali, e immaginari. ... Il produttore, al fine di carpire qualche po’ di denaro e di cavare gli zecchini dalle tasche del prossimo cristianamente amato, si adatta ai più abietti capricci dei propri simili, fa la parte di mezzano tra i propri simili e i loro bisogni, eccita in loro appetiti morbosi, spia ogni loro debolezza per esigere poi il prezzo dei suoi buoni uffici ... ».
Lo stile e i termini sono quelli di uno scrittore di un secolo e mezzo fa, ma l'immagine che viene data della società corrisponde perfettamente a quella che abbiamo sotto gli occhi anche oggi: vengono inventate merci non per soddisfare bisogni, ma per asservire ogni persona a nuovi acquisti; vengono creati con le più raffinate tecniche, nuovi bisogni per mettere in concorrenza gli esseri umani fra loro, fin dalla più tenera età, colpendo in questo maggiormente le classi meno abbienti che sono costrette a cercare più guadagni, leciti e illeciti, per ridursi a sempre nuove dipendenze.
Nel terzo Manoscritto seguono poi alcuni passi sulla città e sulle abitazioni, che spiegano bene come la conquista della casa, non solo debba essere pagata, ma pagata a caro prezzo alla speculazione che assicura case in zone affollate, con l'aria e le acque contaminate; il tema del degrado urbano si ritroverà tante volte nelle opere di Marx e di Engels, fino all'AntiDühring di Engels del 1878.
«Lo stesso bisogno dell'aria aperta - continua il terzo dei Manoscritti del 1844 - cessa di essere un bisogno nell'operaio; l'uomo ritorna ad abitare nelle caverne, la cui aria però è ormai viziata dal mefitico alito pestilenziale della civiltà, e ove egli abita ormai soltanto a titolo precario, rappresentando esse per lui ormai una potenza estranea che può essergli sottratta ogni giorno e da cui ogni giorno può essere cacciato se non paga. Perché egli questo sepolcro lo deve pagare. La casa luminosa, che, in Eschilo, Prometeo addita come uno dei grandi doni con cui ha trasformato i selvaggi in uomini, non esiste più per l'operaio. La luce, l'aria, ecc., la più elementare pulizia, di cui anche gli animali godono, cessa di essere un bisogno per l'uomo. La sporcizia, questo impantanarsi e putrefarsi dell'uomo, la fogna (in senso letterale) della civiltà, diventa per l'operaio un elemento vitale. Diventa un suo elemento vitale il complesso e innaturale abbandono, la natura putrefatta».
Dopo aver esaminato come l'economia politica governa ed orienta i bisogni umani al servizio del guadagno e del profitto dei capitalisti, Marx parla dell'organizzazione della produzione. «Il senso che la produzione ha relativamente ai ricchi, si mostra manifestamente nel senso che essa ha per i poveri: verso l'alto la sua manifestazione è sempre raffinata, dissimulata, ambigua, pura e semplice apparenza; verso il basso è grossolana, scoperta, leale, vera e  propria  realtà. Il bisogno rozzo dell'operaio è una fonte di guadagno assai maggiore che il bisogno raffinato del ricco. Le abitazioni nel sottosuolo di Londra rendono ai loro padroni più che i palazzi, cioè rappresentano per loro una ricchezza maggiore, e quindi per usare il linguaggio dell'economia politica, una maggiore ricchezza sociale. E così, come l'industria specula sul raffinamento dei bisogni, specula altrettanto sulla loro rozzezza; sulla loro rozzezza in quanto è prodotta ad arte, e di cui pertanto il vero godimento consiste nell'autostordimento, che è una soddisfazione del bisogno soltanto apparente, una forma di civiltà dentro la rozza barbarie del bisogno. Le bettole inglesi sono perciò una rappresentazione simbolica della proprietà privata. Il loro lusso mostra il vero rapporto del lusso e della ricchezza dell'industria con l'uomo. E sono quindi anche a ragione i soli divertimenti domenicali del popolo, trattati per lo meno con mitezza dalla polizia inglese».
Sono tutti temi che Marx riprenderà molte volte nelle sue opere, ma che qui mi sembra vengano formulate con un'ironia ed un vigore che non sempre si trovano nelle opere più mature. C'è una soluzione? Il giovane Marx l'individua nel "comunismo come soppressione positiva della proprietà privata intesa come autoestraniazione dell'uomo, e quindi come reale appropriazione dell'essenza dell'uomo mediante l'uomo e per l'uomo; perciò come ritorno dell'uomo per se', dell'uomo come essere sociale, cioè umano. Questo comunismo ... è la vera risoluzione dell'antagonismo fra la natura e l'uomo, fra l'uomo e l'uomo, ... tra la libertà e la necessità, tra l'individuo e la specie... L'essenza umana della natura esiste soltanto per l'uomo sociale; infatti soltanto qui la natura esiste per l'uomo come vincolo con l'uomo, come esistenza di lui per l'altro e dell'altro per lui, soltanto qui essa esiste come fondamento della sua propria esistenza umana...  Dunque la società è l'unità essenziale, giunta al proprio compimento, dell'uomo con la natura, la vera risurrezione della natura, il naturalismo compiuto dell'uomo e l'umanismo compiuto della natura."
Le analisi degli ultimi decenni hanno mostrato bene che la radice della crisi ecologica sta  proprio nello sfruttamento privato della natura, bene collettivo per eccellenza, per ricavarne quantità sempre maggiori di merci, progettate e propagandate non per soddisfare bisogni  umani, ma per costringere sempre più vaste fasce della popolazione umana a vendere il  proprio lavoro per ottenere il denaro necessario per acquistare l'"essere estraneo" di cui parla Marx.
Proprio alla nostra epoca è toccata la sorte di vedere attuata l'anticipazione di Marx, grazie all'asservimento di uno straordinario mezzo di comunicazione come la televisione --- un mezzo che avrebbe potuto essere liberatorio, strumento di diffusione di conoscenze e di solidarietà --- alla pubblicità e alla vendita delle merci, alla moltiplicazione dei bisogni, alla creazione di bisogni inutili sempre meno duraturi.
E non destano meraviglia le lotte per la conquista di una maggiore fetta del potere televisivo, il più efficace strumento oggi utilizzato per incantare sempre nuovi acquirenti di merci, essendo capace di creare nuovi miti e modelli da scimmiottare e di moltiplicare le merci inutili. Tutto ciò a scapito della conoscenza, dell’atteggiamento critico, di rapporti sociali autentici, e di qualsiasi lotta per l'emancipazione.
Si pensi alla "perfezione" delle tecniche per produrre rumore che sovrasta le parole, alle chat lines in cui vengono scambiate banalità per indurre ad evitare di parlare (chat lines immaginate già nel 1951 da Ray Bradbury in Fahrenheit 451, come strumento inventato dal “Governo” per impedire la lettura e quindi impedire di pensare «ai fiori dei campi, ai gigli sereni»).
E poiché la crisi ecologica è proprio il risultato dell'espansione dei bisogni artificiali e dei consumi, non c'è da meravigliarsi che i governi di destra rimuovano i controlli e i divieti sui rifiuti, sull'inquinamento, sulla speculazione sui suoli, su qualsiasi cosa che possa rallentare i consumi e gli sprechi.
La rilettura dei "Manoscritti" marxiani di oltre un secolo e mezzo fa potrebbe fornire anche qualche  nuova idea sulle linee di lotta di un efficace movimento ambientalista. Certo: è possibile sporcare un po' meno il mare costruendo depuratori, o smaltire un po' di rifiuti con qualche inceneritore, o salvare qualche milione di uccelli disturbando i cacciatori, e ciascuna di queste azioni è in se lodevole, anche se alcune si limitano a spostare la violenza alla natura da una zona all'altra, dall'aria al suolo, dai paesi ricchi a quelli poveri.
Un diverso rapporto con la natura si può cercare soltanto in una critica profonda dei rapporti di proprietà, di produzione, di lavoro, di uso della scienza e della tecnica. Una rivoluzione culturale tutta da inventare e di cui non abbiamo finora modelli a cui riferirci. Le poche società che si spacciavano come socialiste e comuniste sono state spesso segnate da catastrofi ecologiche e da violenze umane perché, in realtà, esse operavano secondo le stesse regole ---dell'espansione della produzione e del potere --- "copiate" dalle società capitalistiche, e praticavano qualsiasi cosa fuorché quel comunismo di cui parla Marx.
La grande svolta a destra dei paesi vetero-capitalistici e di quelli neo-capitalistici, sorti dalle ceneri del falso comunismo e dall'avvio all'emancipazione del Sud del mondo, sta rapidamente aggravando la crisi delle risorse naturali, la pressione demografica, la carica di egoismo, violenza e competizione che mette popoli contro popoli, persone contro persone.
Forse un giorno, forse presto, la situazione ambientale dei terrestri sarà così grave da indurli a ripensare al  proprio futuro in termini completamente nuovi e diversi dagli attuali: forse la rilettura di Marx, un giorno, ci aiuterà a ricordare e capire le radici della crisi e ci suggerirà qualche soluzione. E speriamo che non sia necessario aspettare altri 150 anni!
 
 

Mercoledì, 16 Novembre 2016 16:57

ACCIAIO

Quando il rivoluzionario russo Giuseppe Giugasvili ha deciso di adottare un nome di battaglia ha scelto Stalin, dal nome russo dell'acciaio. L'acciaio era, alla fine dell'Ottocento e all'inizio del secolo scorso, il simbolo della potenza, del progresso, della forza, del capitalismo, del lavoro. Di acciaio si facevano torri e navi, macchine e ponti, edifici e cannoni; la produzione dell'acciaio muoveva milioni di lavoratori nel mondo e potenti interessi industriali e finanziari. Per produrre acciaio occorrevano minerali di ferro (per lo più ossidi, solfuri, carbonati) e carbone (di cui erano ricchi la Germania, la Francia, l'Inghilterra, i giovani Stati uniti); chi perfezionava i processi di fabbricazione dell'acciaio non solo diventava ricco, ma era riconosciuto come benefattore dell'umanità.

Eppure l’acciaio di questi tempi non ha buona fama in Italia. Il “caso Taranto”, cioè la scoperta del grave inquinamento provocato dallo stabilimento Ilva ex Italsider, ha messo in discussione la produzione dell’acciaio, ma anche più in generale i “danni” dell’industrializzazione. Non c’è dubbio che la produzione di acciaio non si svolge in un salotto, ma non c’è dubbio che l’acciaio è e resterà tutto intorno a noi, ci piaccia o no. E’ presente nelle abitazioni, nei ponti e nelle strade, in tutte i macchinari, perfino nelle merci più “verdi” ed “ecologiche”. La sua produzione ha accompagnato il “progresso” non solo merceologico, ma anche scientifico, sociale ed umano.

Già quasi trenta secoli fa i nostri predecessori avevano scoperto che il ferro esisteva in molte pietre e rocce diffuse sul pianeta, combinato con altri elementi, ossigeno, zolfo, carbonio, silicio, eccetera; il ferro non si trova libero sulla superficie del pianeta perché reagisce facilmente con l’acqua e molti gas atmosferici. I primi metallurgisti avevano capito che si sarebbe potuto ottenere il ferro, un metallo duro e resistente, scaldando le rocce con carbone; infatti il carbonio del carbone “porta via” l’ossigeno dagli ossidi e libera ferro più o meno puro.

Il ferro fuso, ottenuto trattando i minerali con carbone, risultava di cattiva qualità, ferraccio; più tardi è stato chiarito che il ferraccio, poi chiamata ghisa, contiene piccole (circa dal 3 al 5 %) quantità di carbonio, responsabile della fragilità delle leghe ferro-carbonio, e che un ferro molto migliore, l’acciaio, si ottiene proprio ossidando quella piccola quantità di carbonio in modo da ottenere delle leghe ferro-carbonio con meno di 1 % di carbonio.

La storia degli ultimi trecento anni dell’acciaio è stata segnata da una serie di innovazioni, da continui perfezionamenti dell’altoforno, alla sostituzione del carbone di legna, come riducente del minerale, con il carbone fossile, poi a sua volta sostituito dal carbone coke, ai perfezionamenti della trasformazione del ferro dolce e della ghisa in acciaio per ossidazione a caldo, dapprima nel convertitore Bessemer, poi in quelli di Martin e Siemens, capaci di trasformare in acciaio sia ghisa sia rottami, al processo di trattamento della ghisa e del rottame con ossigeno puro, all’introduzione del forno elettrico per fondere i rottami di ferro,

Oggi (2016)  circa 1500 milioni di tonnellate di acciaio sono prodotte nel mondo principalmente mediante due processi; quello al forno elettrico (circa 30 % della produzione mondiale) e quello a ciclo integrale (circa 70 % della produzione mondiale).

Il ciclo integrale, quello seguito a Taranto, inizia con il trasporto delle materie prime, minerali di ferro e carbone, e il loro deposito in parchi da cui i venti sollevano polveri che ricadono nelle zone vicine all’acciaieria. Il carbone fossile è trasformato nel più resistente carbone coke per riscaldamento in assenza d’aria ad alta temperatura; al fianco del coke (circa due terzi del peso originale del carbone trattato), si forma una massa di prodotti volatili costituiti da gas, liquidi e solidi. Questi in parte sono utilizzati come fonti di energia nello stesso impianto, in parte sono costituiti da residui che contengono molecole varie come idrocarburi aromatici policiclici, alcuni cancerogeni, fra cui il tristemente noto benzopirene, uno dei cancerogeni più potenti, che sfuggono anche ai filtri e finiscono nell’aria e nel suolo circostante. Il coke viene poi miscelato con il minerale di ferro in un processo di agglomerazione, anche questo fonte di polvere e di sostanze organiche fra cui membri della famiglia delle diossine e dei benzofurani, alcuni cancerogeni; anche questi dispersi nell’aria.

La fase successiva consiste nella riduzione del minerale negli alti forni, nei quali l’agglomerato è caricato dall’alto mentre una corrente di aria calda attraversa l’agglomerato dal basso all’alto del forno; l’ossigeno dell’aria reagisce con il coke, lo trasforma in ossido di carbonio, un gas riducente che “porta via” l’ossigeno dagli ossidi di ferro trasformandosi in anidride carbonica. Dal fondo dell’altoforno allo stato fuso, esce il ferro impuro di carbonio (la ghisa), e una massa fusa di silicati, le “loppe”. Dall’alto del forno esce una miscela di gas e polveri che in parte sfuggono ai filtri e rappresentano la quarta importante fonte di inquinamento dell’intero processo.

La ghisa viene trattata, insieme a rottami, nei convertitori in cui una corrente di ossigeno “porta via” dalla ghisa il carbonio residuo e la trasforma in acciaio fuso. Anche qui, come negli altiforni, si formano polveri e residui solidi, le loppe, che in parte trovano qualche impiego nei cementifici e in parte finiscono nelle tanto contestate discariche, altre fonti di inquinamento del suolo e delle acque: una quinta fonte di nocività. Tutto questo è ben noto ai cittadini di Taranto.

Il ciclo siderurgico integrale, quindi, è efficiente, ma altamente nocivo per i lavoratori e per l’ambiente circostante ed è tanto più “sporco” quanto più scadenti sono le tecniche di manutenzione e depurazione. Al punto che l’esercizio dello stabilimento siderurgico di Taranto, il più grande d’Italia, con una capacità produttiva di una diecina di milioni di tonnellate all’anno e la movimentazione di una quantità ancora superiore di materie prime e di scorie, vecchio ormai di 50 anni, ha suscitato una protesta popolare che in parte si traduce in una contestazione contro “l’acciaio”. Tale contestazione crea una dolorosa frattura fra lavoratori, che temono per il proprio posto di lavoro, loro stessi inquinati dentro la fabbrica, e la popolazione, comprese le famiglie dei lavoratori, inquinate per le sostanze nocive che escono dalla fabbrica.

Ci si è allora chiesti se non è possibile ottenere acciaio, di cui c’è crescente bisogno nel mondo, con una ulteriore svolta tecnologica. E’ stato suggerito di ricorrere ad una tecnologia già sperimentata altrove, consistente nell’accorciare il ciclo usando il metano come agente riducente del minerale. Questo gas, abbondante in natura, è costituito da un atomo di carbonio e quattro atomi di idrogeno, tutti adatti per “portare via” l’ossigeno dal minerale; si ottiene così un ferro preridotto adatto per essere raffinato nei convertitori ad ossigeno, insieme a rottami.

Il processo comporta problemi di costi, monetari ed energetici, tecnologici (radicale trasformazione dell’acciaieria e modifiche delle strutture portuali), tecnico-scientifici perché l’efficacia dipende dalla qualità dei minerali di ferro e dalla qualità dell’acciaio che verrebbe prodotto e anche ambientali perché nessun processo è esente da polveri e fumi e scorie.

L’economia e la termodinamica sembrano favorevoli e nel mondo già circa 60 milioni di tonnellate di acciaio sono prodotti ogni anno con l’impiego di metano; il processo è oggetto di continui perfezionamenti e di analisi per valutare l’inquinamento che comporta e che esiste, anche se molto minore di quello esistente con il ciclo basato sul carbone. Come tutte le altre transizioni tecnologiche che si sono verificate nel passato, la trasformazione delle attuali acciaierie con l’introduzione del ciclo basato sul metano incontra decise opposizioni. Innanzitutto da coloro che dovrebbero affrontare nuovi investimenti finanziari. Contro l’acciaio al metano sono prevedili opposizioni da parte delle potenti organizzazioni dell’estrazione, del commercio e del trasporto del carbone. Nel mondo circa 1000 milioni di tonnellate di carbone ogni anno sono assorbite dalla siderurgia mondiale e gli ingenti profitti di queste attività verrebbero ridotti a favore dei produttori, esportatori e trasportatori di metano.

I vantaggi sembrano peraltro riconoscibili; innanzitutto sul piano umano, sociale e ambientale, grazie alla diminuzione dell’inquinamento; verrebbe così attenuata la giusta protesta popolare contro l’attuale “acciaio”, e potrebbero venirne una migliore confidenza con la tecnologia da cui dipende l’occupazione; sul piano dell’occupazione, inoltre, si avrebbero positive ricadute nelle fasi di innovazione e ricerca e di costruzione e installazione dei nuovi impianti.

Per ora il discorso è soltanto iniziato. La transizione potrebbe incentivare quella innovazione tecnologica di cui tanto si parla, anche con il coinvolgimento delle Università, e comunque non potrebbe avvenire per bacchetta magica. Non so come finirà; si tratta di una occasione per coinvolgere, come mai è stato fatto in passato, la popolazione nei dettagli del processo, delle quantità e dei caratteri delle materie che verrebbero ad attraversare Taranto; una occasione per effettuare una “valutazione dell’impatto ambientale” preventiva, con la partecipazione della popolazione, ben diversa dalle affrettate valutazioni o autorizzazioni finora fatte a disastri avvenuti.

Comunque, a mio modesto parere, anche solo l’aver formulato l’idea di un cambiamento, ha stimolato un dibattito e destato un briciolo di speranza per un futuro in cui Taranto conservi la sua tradizione industriale e operaia, l’occupazione e in cui si muoia di meno di mali ambientali.
Di questi tempi l’acciaio non ha buona fama in Italia. Il “caso Taranto”, cioè la scoperta del grave inquinamento provocato dallo stabilimento Ilva ex Italsider, ha messo in discussione la produzione dell’acciaio, ma anche più in generale i “danni” dell’industrializzazione. Non c’è dubbio che la produzione di acciaio non si svolge in un salotto, ma non c’è dubbio che l’acciaio è e resterà tutto intorno a noi, ci piaccia o no. E’ presente nelle abitazioni, nei ponti e nelle strade, in tutte i macchinari, perfino nelle merci più “verdi” ed “ecologiche”. La sua produzione ha accompagnato il “progresso” non solo merceologico, ma anche scientifico, sociale ed umano.

Già quasi trenta secoli fa i nostri predecessori avevano scoperto che il ferro esisteva in molte pietre e rocce diffuse sul pianeta, combinato con altri elementi, ossigeno, zolfo, carbonio, silicio, eccetera; il ferro non si trova libero sulla superficie del pianeta perché reagisce facilmente con l’acqua e molti gas atmosferici. I primi metallurgisti avevano capito che si sarebbe potuto ottenere il ferro, un metallo duro e resistente, scaldando le rocce con carbone; infatti il carbonio del carbone “porta via” l’ossigeno dagli ossidi e libera ferro più o meno puro.

Il ferro fuso, ottenuto trattando i minerali con carbone, risultava di cattiva qualità, ferraccio; più tardi è stato chiarito che il ferraccio, poi chiamata ghisa, contiene piccole (circa dal 3 al 5 %) quantità di carbonio, responsabile della fragilità delle leghe ferro-carbonio, e che un ferro molto migliore, l’acciaio, si ottiene proprio ossidando quella piccola quantità di carbonio in modo da ottenere delle leghe ferro-carbonio con meno di 1 % di carbonio.

La storia degli ultimi trecento anni dell’acciaio è stata segnata da una serie di innovazioni, da continui perfezionamenti dell’altoforno, alla sostituzione del carbone di legna, come riducente del minerale, con il carbone fossile, poi a sua volta sostituito dal carbone coke, ai perfezionamenti della trasformazione del ferro dolce e della ghisa in acciaio per ossidazione a caldo, dapprima nel convertitore Bessemer, poi in quelli di Martin e Siemens, capaci di trasformare in acciaio sia ghisa sia rottami, al processo di trattamento della ghisa e del rottame con ossigeno puro, all’introduzione del forno elettrico per fondere i rottami di ferro,

Oggi 1550 milioni di tonnellate di acciaio sono prodotti nel mondo principalmente mediante due processi; quello al forno elettrico (circa 30 % della produzione mondiale) e quello a ciclo integrale (circa 70 % della produzione mondiale).

Il ciclo integrale, quello seguito a Taranto, inizia con il trasporto delle materie prime, minerali di ferro e carbone, e il loro deposito in parchi da cui i venti sollevano polveri che ricadono nelle zone vicine all’acciaieria. Il carbone fossile è trasformato nel più resistente carbone coke per riscaldamento in assenza d’aria ad alta temperatura; al fianco del coke (circa due terzi del peso originale del carbone trattato), si forma una massa di prodotti volatili costituiti da gas, liquidi e solidi. Questi in parte sono utilizzati come fonti di energia nello stesso impianto, in parte sono costituiti da residui che contengono molecole varie come idrocarburi aromatici policiclici, alcuni cancerogeni, fra cui il tristemente noto benzopirene, uno dei cancerogeni più potenti, che sfuggono anche ai filtri e finiscono nell’aria e nel suolo circostante. Il coke viene poi miscelato con il minerale di ferro in un processo di agglomerazione, anche questo fonte di polvere e di sostanze organiche fra cui membri della famiglia delle diossine e dei benzofurani, alcuni cancerogeni; anche questi dispersi nell’aria.

La fase successiva consiste nella riduzione del minerale negli alti forni, nei quali l’agglomerato è caricato dall’alto mentre una corrente di aria calda attraversa l’agglomerato dal basso all’alto del forno; l’ossigeno dell’aria reagisce con il coke, lo trasforma in ossido di carbonio, un gas riducente che “porta via” l’ossigeno dagli ossidi di ferro trasformandosi in anidride carbonica. Dal fondo dell’altoforno allo stato fuso, esce il ferro impuro di carbonio (la ghisa), e una massa fusa di silicati, le “loppe”. Dall’alto del forno esce una miscela di gas e polveri che in parte sfuggono ai filtri e rappresentano la quarta importante fonte di inquinamento dell’intero processo.

La ghisa viene trattata, insieme a rottami, nei convertitori in cui una corrente di ossigeno “porta via” dalla ghisa il carbonio residuo e la trasforma in acciaio fuso. Anche qui, come negli altiforni, si formano polveri e residui solidi, le loppe, che in parte trovano qualche impiego nei cementifici e in parte finiscono nelle tanto contestate discariche, altre fonti di inquinamento del suolo e delle acque: una quinta fonte di nocività. Tutto questo è ben noto ai cittadini di Taranto.

Il ciclo siderurgico integrale, quindi, è efficiente, ma altamente nocivo per i lavoratori e per l’ambiente circostante ed è tanto più “sporco” quanto più scadenti sono le tecniche di manutenzione e depurazione. Al punto che l’esercizio dello stabilimento siderurgico di Taranto, il più grande d’Italia, con una capacità produttiva di una diecina di milioni di tonnellate all’anno e la movimentazione di una quantità ancora superiore di materie prime e di scorie, vecchio ormai di 50 anni, ha suscitato una protesta popolare che in parte si traduce in una contestazione contro “l’acciaio”. Tale contestazione crea una dolorosa frattura fra lavoratori, che temono per il proprio posto di lavoro, loro stessi inquinati dentro la fabbrica, e la popolazione, comprese le famiglie dei lavoratori, inquinate per le sostanze nocive che escono dalla fabbrica.

Ci si è allora chiesti se non è possibile ottenere acciaio, di cui c’è crescente bisogno nel mondo, con una ulteriore svolta tecnologica. Il vice commissario dell’Ilva Edo Ronchi ha così suggerito di ricorrere ad una tecnologia già sperimentata altrove, consistente nell’accorciare il ciclo usando il metano come agente riducente del minerale. Questo gas, abbondante in natura, è costituito da un atomo di carbonio e quattro atomi di idrogeno, tutti adatti per “portare via” l’ossigeno dal minerale; si ottiene così un ferro preridotto adatto per essere raffinato nei convertitori ad ossigeno, insieme a rottami.

Il processo comporta problemi di costi, monetari ed energetici, tecnologici (radicale trasformazione dell’acciaieria e modifiche delle strutture portuali), tecnico-scientifici perché l’efficacia dipende dalla qualità dei minerali di ferro e dalla qualità dell’acciaio che verrebbe prodotto e anche ambientali perché nessun processo è esente da polveri e fumi e scorie.

L’economia e la termodinamica sembrano favorevoli e nel mondo già circa 60 milioni di tonnellate di acciaio sono prodotti ogni anno con l’impiego di metano; il processo è oggetto di continui perfezionamenti e di analisi per valutare l’inquinamento che comporta e che esiste, anche se molto minore di quello esistente con il ciclo basato sul carbone. Come tutte le altre transizioni tecnologiche che si sono verificate nel passato, la trasformazione delle attuali acciaierie con l’introduzione del ciclo basato sul metano incontra decise opposizioni. Innanzitutto da coloro che dovrebbero affrontare nuovi investimenti finanziari. Contro l’acciaio al metano sono prevedili opposizioni da parte delle potenti organizzazioni dell’estrazione, del commercio e del trasporto del carbone. Nel mondo circa 1000 milioni di tonnellate di carbone ogni anno sono assorbite dalla siderurgia mondiale e gli ingenti profitti di queste attività verrebbero ridotti a favore dei produttori, esportatori e trasportatori di metano.

I vantaggi sembrano peraltro riconoscibili; innanzitutto sul piano umano, sociale e ambientale, grazie alla diminuzione dell’inquinamento; verrebbe così attenuata la giusta protesta popolare contro l’attuale “acciaio”, e potrebbero venirne una migliore confidenza con la tecnologia da cui dipende l’occupazione; sul piano dell’occupazione, inoltre, si avrebbero positive ricadute nelle fasi di innovazione e ricerca e di costruzione e installazione dei nuovi impianti.

Per ora il discorso è soltanto iniziato, ma tutto induce a credere che la sopravvivenza della siderurgia italiana possa essere meglio assicurata da una trasformazione tecnologica basata sul metano. E’ perciò auspicabile che si passi dalla fase di idea e proposta ad una seria analisi interdisciplinare delle attuali conoscenze sulla preriduzione, anche nei loro aspetti geopolitica: da dove acquistare minerali di ferro e di quale qualità, dove approvvigionarsi del metano, tenendo conto che finora la preriduzione è stata vista come un processo da utilizzare nelle vicinanze delle miniere, con esportazione di ferro preridotto, per cui al paese importatore resterebbe soltanto la fase finale della produzione di acciaio. Si tratta di scelte influenzate anche dalla futura disponibilità di rottami, prevedibilmente in aumento. 
La transizione potrebbe incentivare quella innovazione tecnologica di cui tanto si parla, anche con il coinvolgimento delle Università, e comunque non potrebbe avvenire per bacchetta magica. Non so come finirà; si tratta di una occasione per coinvolgere, come mai è stato fatto in passato, la popolazione nei dettagli del processo, delle quantità e dei caratteri delle materie che verrebbero ad attraversare Taranto; una occasione per effettuare una “valutazione dell’impatto ambientale” preventiva, con la partecipazione della popolazione, ben diversa dalle affrettate valutazioni o autorizzazioni finora fatte a disastri avvenuti.

Comunque, a mio modesto parere, anche solo l’aver formulato l’idea di un cambiamento, ha stimolato un dibattito e destato un briciolo di speranza per un futuro in cui Taranto conservi la sua tradizione industriale e operaia, l’occupazione e in cui si muoia di meno di mali ambientali.

Martedì, 14 Giugno 2016 15:26

Il giorno di Darwin

Da molti anni nel mondo, e dal 2003 anche in Italia, il 12 febbraio viene celebrato il “giorno di Darwin”, ricordando la data di nascita del grande naturalista. La vita e i contributi di Charles Darwin (1809-1882) meritano bene di essere conosciuti nei loro aspetti sia avventurosi sia rivoluzionari. Appassionato di biologia fin da ragazzo, dopo gli studi universitari, Darwin ebbe la fortuna di essere assunto, nel 1831, a ventidue anni, come assistente del capitano della nave ”Beagle” che il ministero della marina britannico aveva predisposto per un viaggio di esplorazione intorno al mondo per conoscere risorse naturali vegetali, animali e minerali, e popolazioni importanti per i futuri commerci del paese. Nel lungo viaggio, terminato nel 1836, Darwin ebbe modo di osservare i caratteri di specie vegetali e animali, molte fino allora sconosciute, come si presentavano in zone delle Terra anche molto lontane.

Negli anni successivi Darwin pubblicò numerosi resoconti delle osservazioni fatte durante il viaggio, ma soprattutto si dedicò ad elaborare una visione sistematica di come si manifesta la vita. Ad esempio osservò che animali della stessa specie, in paesi lontani, pur derivando evidentemente da qualche antenato comune, avevano assunto caratteri differenti a seconda dell’ambiente in cui avevano vissuto; nel caso dei vegetali a seconda del terreno in cui erano cresciuti; nel caso degli animali a seconda del cibo di cui si erano nutriti. Anche il numero degli individui di una specie dipendeva dall’ambente e dalla disponibilità di cibo.

E questo valeva anche per gli esseri umani che si presentano, nei diversi paesi con caratteri così diversi, alcuni ancora vicini a quelli di altri primati, da far pensare che anche l’”uomo” derivi da antenati comuni e si sia evoluto grazie a condizioni ambientali favorevoli. Il libro “Sull’origine delle specie”, che Darwin pubblicò nel 1859, scatenò violente polemiche; la sola idea che l’uomo potesse “discendere dalle scimmie”, non solo offendeva le classi benpensanti dei paesi “civili”, ma metteva in discussione la narrazione della “creazione” dell’uomo contenuta nella Bibbia. Ci sarebbe voluto più di un secolo perché le chiese cristiane riconoscessero che, per un credente, Dio nella sua saggezza ha predisposto le cose della vita proprio come appaiono intorno a noi; eppure in molti paesi, anche in certe zone degli Stati Uniti, ci sono gruppi reazionari che vietano l’insegnamento della teoria darwiniana dell’evoluzione.

Ma l’altro aspetto rivoluzionario sta nel fatto che Darwin riconobbe l’influenza che ha sulla vita l’”ambiente”, si, proprio quello che da il nome all’“ambientalismo”, e anche a questa rubrica, quell’ambiente che viene violato da tante nostre azioni e che deve essere difeso perché da esso dipende la sopravvivenza della nostra e delle altre specie, in altre parola “la vita”. Da questo punto di vista Darwin è il vero padre dell’ecologia, una parola che fu usata per la prima volta dal biologo tedesco Ernst Haeckel (1834-1919), il primo grande divulgatore del pensiero di Darwin, autore di numerose opere “popolari” di biologia che ebbero un enorme successo e furono tradotte in molte lingue. Nella sua “Morfologia generale degli organismi” del 1866 Haeckel scrisse: “col nome di ecologia intendiamo la scienza che descrive le relazioni fra gli organismi e l’ambiente circostante”, e due anni dopo, in un altro libro precisò che l’”ecologia è l’economia della natura”.

Oggi frasi come queste si trovano anche nei libri delle scuole elementari, ma si sono fatte strada lentamente grazie ad un gran numero di ricerche sulle leggi che governano il comportamento e la crescita dei viventi. Fu così chiarito che la vita è resa possibile da scambi “economici” sia di cibo, sia di elementi e molecole inorganiche. I vegetali crescono “comprando” (naturalmente senza pagare niente) l’anidride carbonica e l’acqua dall’atmosfera, i sali nutritivi dal terreno e l’energia solare, e “vendono” l’ossigeno all’aria senza averne alcun compenso, benché lo stesso ossigeno sia indispensabile e usato (senza pagare niente) dagli animali per trasformare il cibo ricavato da vegetali e da altri animali. E gli animali “vendono” (senza alcun guadagno) all’aria anidride carbonica, e al suolo escrementi che diventano fonte di alimenti per altri organismi decompositori che li trasformano in molecole utili per i vegetali.

Alcuni animali si nutrono di altri, le loro prede, non per malvagità, ma perché necessari per la continuazione delle vita; alcuni organismi convivono con altri, in simbiosi, cedendo (gratis) una parte delle proprie molecole e acquistando sostanze nutritive per la proprio vita. Una meravigliosa catena di rapporti “economici” ispirati soltanto alla sopravvivenza della vita, difficile, anche, una “lotta per l’esistenza” quando l’ambiente è ostile e il cibo insufficiente in cui alcuni sopravvivono e altri soccombono.

La constatazione, esposta da Darwin, che sopravvivono i “più adatti”, piacque alla borghesia capitalistica che si considerava la più forte e la più adatta al successo, legittimata quindi nel proprio modo violento di fare affari. Ben altra, invece, è la visione di Darwin, di un mondo in cui i più adatti sono i rapporti biologici ispirati alla collaborazione, alla solidarietà e all’amore per la vita. Grazie Darwin.

Mercoledì, 23 Dicembre 2015 16:50

La vendetta di Marx

Non è vero che le merci si producono a mezzo di denaro, e neanche a mezzo di merci; si producono a mezzo di natura e solo capendo come la materia circola in una economia --- dai corpi naturali ai processi di produzione e di consumo, e poi come e dove la materia ritorna nei corpi naturali come scorie e rifiuti --- solo così si può capire come funziona una economia.
Lo dimostra la fallacia di tutti gli altri indicatori, a cominciare dal prodotto interno lordo, quel numero che dovrebbe misurare la quantità di denaro che attraversa un'economia in un anno sotto forma di merci, di salari, di consumi, di imposte, di servizi. Solo per fare un esempio il prodotto interno lordo dell'Italia, circa 1.500 miliardi di euro nel 2014, dovrebbe comprendere una cifra indeterminata fra 200 e 300 miliardi di euro di denaro che non viene misurato, ma circola ugualmente sotto forma di evasione fiscale, di profitti di attività criminali, corruzione nazionale e internazionale, eccetera.
E nei 1.500 miliardi di euro non sono compresi i costi personali, i dolori, le perdite dovuti ad alluvioni, incidenti stradali e sul lavoro. No, mi sbaglio, alcuni di questi costi, figurano, ma dalla parte rovesciata: il reddito degli sfasciacarrozze e dei fabbricanti di casse da morto per le vittime di incidenti e frane e avvelenamenti fanno aumentare il PIL "grazie" a dolori e perdite umani. E nel PIL non figurano tutte le cose che i governi non misurano, la sabbia estratta abusivamente dai fiumi, i rifiuti tossici nascosti nel sottosuolo, i gas velenosi immessi nell'aria, eccetera. C'è quindi seriamente da chiedersi che cosa intende dire un governo quando afferma che il PIL è aumentato o diminuito del mezzo o del due "per cento" in un anno, dal momento che non sa a che cosa si riferisce il "cento" e che tale "cento" comprende soltanto una frazione del denaro che attraversa un'economia e comunque una frazione del reale benessere di un popolo.
La critica al reale significato del PIL come indicatore dello stato di salute e benessere degli umani e della natura, della felicità e di più equi rapporti nazionali e internazionali, risale a molti decenni fa; così come agli anni sessanta del Novecento risalgono dei tentativi di sostituire la contabilità nazionale in unità monetarie con una contabilità in unità fisiche, cioè con la misura della massa dei materiali --- tratti dalla natura, trasformati dal lavoro umano e restituiti poi come scorie alla natura --- che "attraversano" un'economia. Tale contabilità deve essere in pareggio: non ammette evasioni, o frodi perché anche il denaro illegale, che sfugge al PIL, viene pure investito in edifici, macchinari, merci, automobili, battelli, eccetera, che richiedono un movimento fisico di pietre, cemento, mattoni, minerali, fonti di energia, acciaio, plastica, eccetera, movimento che può sfuggire nei conti in denaro ma non può sfuggire nella sua forma fisica, naturale. Non a caso Marx, nella "Critica del Programma di Gotha", ricorda che la natura è la fonte dei valori di uso e che di essi consta la reale ricchezza.
La redazione di una contabilità nazionale in unità fisiche richiede la soluzione di grossi problemi pratici. Per far quadrare i conti bisogna avere informazioni statistiche sulle entrate e uscite di materiali, in unità di chili o tonnellate, per ciascun settore di attività: agricoltura, industrie, servizi, trasporti, consumi finali delle famiglie, comprese le materie tratte (gratis) dall'aria o dal suolo o sottosuolo, comprese le materie immesse come rifiuti o scorie nell'aria, nelle acque, nel suolo.
Per definizione, in ciascun settore economico entra esattamente la stessa quantità di materia che esce dallo stesso settore economico verso gli altri settori, verso i consumi finali e verso i corpi naturali, tenendo naturalmente conto delle importazioni ed esportazioni e della massa di materiali a vita lunga --- edifici, macchinari, arredi domestici --- che restano "immobilizzati" come stocks "dentro" l'economia, dentro la "tecnosfera", per un periodo di tempo più lungo dell'anno a cui si riferisce generalmente l'analisi.
Per farla breve, è possibile redigere delle tavole intersettoriali, o input-output, come si suol dire, simili a quelle della contabilità monetaria, nelle quali peraltro sono aggiunti i flussi di materiali estratti dai corpi naturali --- aria, acqua, suolo, sottosuolo --- e i flussi di materiali che ritornano nei corpi riceventi naturali.
L'esame delle tavole input-output in unità fisiche spiega bene fenomeni noti spesso solo qualitativamente: le attività "economiche" comportano un impoverimento delle riserve di beni "naturali" --- materiali di cava e miniera, fertilità del suolo, risorse idriche --- e un peggioramento della qualità dei corpi riceventi ambientali: aria, acqua, suolo. Informazioni fondamentali per la politica ambientale, per identificare i settori da cui provengono le scorie inquinanti e per fargli i pagare i danni ambientali, per incentivare usi e materiali alternativi a quelli esistenti, divieti di scaricare rifiuti nei corpi riceventi naturali, per orientare produzione e consumo di materiali e merci, eccetera.
Nonostante le difficoltà pratiche, tavole input-output in unità fisiche sono state redatte per la Germania, la Danimarca, in parte per la Finlandia. Sulla base di simili tavole in Italia è stata proposta la misura di un "prodotto interno materiale lordo" (PIML), formalmente simile al prodotto interno lordo in unità monetarie.
Nei primi anni dieci del Duemila, in Italia, in corrispondenza di un prodotto interno lordo di circa 1.500 miliardi di euro, il PIML, cioè la massa di materiali estratti dalla natura e importati che alimenta i consumi finali e i servizi, e che viene immobilizzata in beni a vita lunga, tenuto conto delle importazioni ed esportazioni, è risultata di circa 900 milioni di tonnellate, circa 600 chili per 1000 euro di PIL, circa 10 tonnellate per persona all’anno. Questo significa che ogni persona in Italia, per mangiare, abitare, muoversi, lavorare, guardare la televisione o andare a spasso, richiede ogni anno circa 150 volte il proprio peso di materiali, provenienti dall’aria, dalle cave, dalle attività agricole e industriali e dalle importazioni, poi restituiti come gas, liquidi o rifiuti solidi nell’ambiente naturale, o immobilizzati "dentro" l'universo degli oggetti materiali, che così si dilata, anno dopo anno.
Oltre che a livello di singoli stati, è possibile redigere una contabilità dei flussi annui di materiali che attraversano una città o una regione, anche per capire quanto "peso" la città o la regione può sostenere e quando il flusso di materiali diventa insostenibile. A maggior ragione la conoscenza del flusso di materiali fra paesi industrializzati, in via di industrializzazione e poveri e poverissimi aiuterebbe a comprendere l'origine di molte disuguaglianze negli scambi internazionali, la forma in cui un paese porta via da un altro paese, in cambio di limitate quantità di denaro o magari anche in cambio di niente, grandi masse di materiali --- acqua, prodotti agricoli, o forestali, minerali --- che nel paese imperialista si trasformano in merci e macchinari e in ricchezza monetaria.
In Germania addirittura, insieme alle tavole intersettoriali in unità fisiche, sono state redatte anche tavole intersettoriali in unità "di lavoro" --- quante ore di lavoro sono associate a ciascuno scambio monetario, o di materia --- e anche questa sembra essere la "vendetta di Marx" e della sua proposta di misurare il "valore" nell'economia in unità di lavoro, oltre che in unità di natura. Materia e lavoro, oltre che denaro, sono i vertici di un "triangolo magico" che potrebbe fornire informazioni per l’avvento di una società socialista e l’attenuazione dell’arroganza del capitalismo. E del resto le tavole intersettoriali dell'economia sono ben state inventate proprio nel 1921, all'alba della pianificazione bolscevica leninista. Guarda un po': la statistica scienza sovversiva ?

Giorgio Nebbia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 
Mercoledì, 23 Settembre 2015 00:00

Dove troveremo

“Dove troveremo tutto il pane/Per sfamare tanta gente ?” Questi versi di una famosa canzone scout tornano alla mente pensando allo scandalo della fame e al sistema di governo dell’economia mondiale che destina la maggior parte delle risorse del pianeta ad una minoranza della popolazione. Certo, occorre adottare degli stili di vita e di “consumo”  compatibili con criteri di giustizia internazionale, ma concretamente “dove troveremo tutto il pane” per cancellare lo scandalo che affligge i poveri del mondo ? Si tratta di 3000 milioni di persone, sparse in Asia, Africa, Sud America, quel nuovo “terzo mondo” che continua ad essere povero, in gran parte poverissimo, afflitto da fame, malattie, mancanza di abitazioni decenti, di elettricità, di gabinetti e fognature e di acqua pulita. Eppure sono gli abitanti di questo terzo mondo che producono le derrate agricole che fanno opulenti le mense del primo mondo; sono loro che scavano i pozzi e le miniere da cui vengono le fonti di energia e i minerali che, trasformati, permettono agli abitanti del primo mondo di avere tutte le comodità, più o meno frivole. E gli abitanti del primo mondo che cosa fanno, oltre ad inviare qualche soldo che finisce, spesso, nelle tasche e negli armamenti delle oligarchie del terzo mondo ?

Per sconfiggere la fame occorrono riforme dei mercati e dell’economia mondiale, ma occorrono anche prodotti agricoli, carne e pesce e acqua e conoscenze tecniche. Ogni persona, in media, per sopravvivere, ha bisogno di alimenti come amidi e grassi capaci di sviluppare nel nostro corpo, ogni giorno, almeno 10 megajoule (circa 2400 chilocalorie, come si chiamavano una volta) di energia, e ha bisogno di circa 50 grammi di proteine, delle quali almeno 20 devono venire o dalla carne e dal pesce o da leguminose, alimenti più ricchi di amminoacidi essenziali per la sopravvivenza, proprio quelli che in genere mancano nella dieta dei poveri.

Se si somma il contenuto di energia e di proteine dei raccolti agricoli alimentari mondiali --- due miliardi all’anno di tonnellate di  cereali, altri due miliardi di tonnellate di leguminose, verdure, alimenti zuccherini, eccetera --- si vede che essi “sarebbero” sufficienti a sfamare tutti gli abitanti della terra, ma un terzo dei terrestri consuma tre quarti dei prodotti alimentari disponibili; molti prodotti agricoli sono impiegati per la zootecnia che fornisce carne e proteine pregiate agli abitanti dei paesi ricchi. I poveri hanno fame perché i raccolti sono scarsi, le terre sono poco fertili, perché devono sottostare a grandi proprietari terrieri che coltivano le piante e il bestiame destinati all’esportazione, perché manca l’acqua. L’acqua a sua volta è scarsa a causa dei mutamenti climatici, provocati dai crescenti consumi merceologici dei paesi ricchi che, con le loro scorie, fanno aumentare la temperatura media terrestre; tali mutamenti planetari fanno a loro volta aumentare la superficie dei deserti e dei suoli aridi, fanno diminuire la portata dei fiumi e il volume dei laghi, fanno abbassare le falde idriche sotterranee. In milioni di villaggi occorre scavare pozzi sempre più profondi, sollevare l’acqua con rudimentali pompe a mano o andarla prendere in pozzi sempre più lontani da cui viene trasportata ai villaggi, soprattutto dalle donne, con fatica e dolore. Eppure delle pompe meccaniche, anche rudimentali, potrebbero sollevare per più giorni l’acqua dai pozzi con l’energia che un’automobile brucia in un’ora, o anche mettendo al lavoro il vento o il Sole al servizio dei poveri.

Grandi quantità di raccolti e di alimenti vanno perduti perché, nel “terzo mondo”, mancano tecniche di conservazione che potrebbero anche essere semplici: essiccatoi solari, silos per evitare l’attacco dei parassiti, tecniche di trasformazione sul posto dei prodotti agricoli, zootecnici e della pesca, molto più semplici di quelle dei grandi stabilimenti industriali e che potrebbero utilizzare esperienze e materiali locali. Oltre a dare qualche soldo in elemosina alle innumerevoli organizzazioni che promettono di aiutare qualche paese o povero del Sud del mondo, sarebbe necessario investire e incoraggiare la ricerca scientifica nel campo delle tecnologie intermedie, appropriate, che utilizzano le conoscenze scientifiche dei paesi ricchi per conservare e trasformare, nei paesi poveri, gli alimenti locali, per depurare le acque, per migliorare le condizioni igieniche, fattori indispensabili per liberare dalla miseria, dalla fame, dalla sete e dalle malattie e epidemie miliardi di persone. Si parla tanto di finanziamenti alla ricerca, ma quante università si dedicano alla ricerca tecnico-scientifica per lo sviluppo umano?

Domenica, 24 Maggio 2015 00:00

Un mondo nuovo senza armi nucleari

In queste settimane l'opinione pubblica è in gran parte attenta all'orgogliosa marcia del paese verso l'Esposizione universale di Milano e c'è quindi poco spazio per alcuni pur importanti eventi internazionali. Per esempio il 27 aprile comincerà un mese di incontri per la revisione del Trattato di non-proliferazione nucleare (TNP), una sessione delle Nazioni Unite che si riunisce ogni cinque anni alla ricerca di qualche accordo per diminuire, e magari per mettere fine alla presenza di armi nucleari sul pianeta.

Con mille esplosioni di bombe nucleari nell'atmosfera e altre mille esplosioni di bombe nucleari nel sottosuolo, nella metà del Novecento, Stati Uniti, Unione Sovietica (oggi Russia), Francia, Inghilterra, Russia, Cina, Pakistan e India, si sono dati da fare per assicurare i possibili nemici di possedere le più devastanti armi di distruzione di massa: se un paese avesse aggredito l'altro, sarebbe stato a sua volta distrutto; è la dottrina della "deterrenza". Al club atomico si è poi aggiunto Israele, forse la Corea del Nord, e altri paesi hanno tentato di costruire le proprie bombe atomiche.

Per indurre i paesi non-nucleari a non dotarsi di armi nucleari e per scoraggiare la circolazione o il furto di uranio e plutonio, nel 1970 è stato proposto e poi firmato e ratificato, da "quasi" tutti i paesi, il Trattato TNP. Era naturale che molti paesi, in questo turbolento mondo, si chiedessero perché alcuni potessero possedere armi nucleari vietate agli altri, per cui nel trattato fu inserito un "Articolo sei" che impegna tutti i firmatari ad avviare in buona fede azioni per l'eliminazione totale di tali armi, in maniera simile a quanto si era fatto con successo per l'eliminazione di altre armi di distruzione di massa, come quelle chimiche e batteriologiche.

Nel corso degli anni sono diminuite e cessate le esplosioni sperimentali nell'atmosfera o nel sottosuolo, ma solo perché sono stati inventati altri sistemi per controllare il "perfetto funzionamento" delle bombe nucleari esistenti. Delle sessantamila bombe nucleari esistenti nel mondo nel 1985 molte sono state eliminate e oggi ne restano "soltanto" circa 10.000, con una potenza distruttiva equivalente a quella di alcune centinaia di migliaia di bombe come quelle che spianarono Hiroshima e Nagasaki, esattamente 70 anni fa. Alcune bombe termonucleari B-61 americane sono localizzate anche in Italia a Ghedi (Brescia) e Aviano (Vicenza).

L'esplosione anche solo di alcune bombe nucleari creerebbe sconvolgimenti climatici, desertificazione, avvelenamento e morte su intere regioni; per questo nel 1996 la Corte internazionale di giustizia dell'Aja ha dichiarato illegale anche solo la minaccia dell'uso delle armi nucleari. Intellettuali, premi Nobel e uomini politici (gli americani Kissinger e altri nel 2007; D'Alema, Fini, La Malfa e altri in Italia nel 2008), ma soprattutto movimenti pacifisti ed ambientalisti hanno chiesto ad alta voce, e finora senza successo, "un mondo senza armi nucleari".

Nel 2014 la piccola Repubblica delle Isole Marshall, 68.000 abitanti di un gruppo di atolli nel Pacifico, in cui gli americani fecero esplodere centinaia di bombe nucleari cinquant'anni fa, ha "fatto causa" agli Stati Uniti e ad altri paesi nucleari che, pur avendo firmato il TNP, hanno sempre evitato di ottemperare agli obblighi dell'"Articolo sei" di tale trattato e anzi hanno continuato a perfezionare i loro arsenali. Nel 2014 l'Austria ha redatto il testo di un "Impegno" per la totale eliminazione delle armi nucleari dal pianeta.

Il disarmo nucleare totale, oltre ad aumentare la sicurezza internazionale e far diminuire i ben noti pericoli di danni ambientali, ha risvolti economici rilevanti. Intanto ogni anno nei soli Stati Uniti vengono spesi centinaia di miliardi di dollari per l'aggiornamento, il perfezionamento e la manutenzione delle bombe nucleari, soldi che il disarmo totale farebbe risparmiare. Questo certo disturberebbe il vasto e potente complesso militare-industriale delle imprese che traggono profitti dalla produzione dell'uranio arricchito, del plutonio, dei composti di deuterio, gli ingredienti "esplosivi" delle bombe nucleari; simili attività sono fiorenti in tutti i paesi che possiedono armi nucleari e si capisce perché il disarmo incontra tanti ostacoli.

D'altra parte l'eliminazione totale delle bombe nucleari, oltre a garantire maggiore sicurezza internazionale e a scongiurare il pericolo di catastrofi umanitarie e ambientali dovute alla stessa esistenza di tali armi, offrirebbe la possibilità di avviare un gigantesco impegno industriale e di ricerca per le operazioni di smantellamento delle bombe esistenti e di messa in sicurezza di migliaia di tonnellate di "esplosivi", radioattivi e velenosi per millenni, altamente pericolosi da maneggiare; sarebbe la più grande impresa economica, finanziaria e di occupazione di tutti i tempi. Chi volesse saperne di più trova molte informazioni nel recente libro, pubblicato dalle edizioni Ediesse a cura di Mario Agostinelli e altri, intitolato: "Esigete ! un disarmo nucleare totale".

L'11 aprile di 52 anni fa Giovanni XXIII nell'enciclica "Pacem in terris" affermava: "Giustizia, saggezza ed umanità domandano che si mettano al bando le armi nucleari e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci". Gli ha fatto eco papa Francesco nell'appassionato messaggio del 7 dicembre 2014 alla conferenza sulle conseguenze umanitarie delle armi nucleari ripetendo: "Un mondo senza armi nucleari è davvero possibile". Che i governi partecipanti alla prossima riunione del Trattato di non proliferazione, ascoltino queste parole e si incamminino davvero verso un tale mondo nuovo.

Domenica, 07 Dicembre 2014 20:49

Passaggio a Nord Ovest

Ricordo di essere rimasto incantato, quando ero un ragazzo, dalla lettura del libro "Passaggio a Nord Ovest" dello scrittore americano Kenneth Roberts (1885-1957), pubblicato nel 1937, un romanzone da cui fu anche tratto, nel 1940, un film di King Vidor. Nel film Spencer Tracy interpretava il "maggiore" Roberts, la mitica guida di un gruppo di esploratori inglesi nel Nord America del Settecento, alla ricerca di una strada commerciale, i commerci sono sempre stati i motori delle scoperte umane, che collegasse in qualche modo la costa atlantica a oriente con l’Oceano Pacifico a occidente. Il libro racconta le difficoltà di un ambiente ostile, occupato da bellicosi nativi, e forse è stata la prima volta che sono stato tentato di guardare il mondo attraverso un mappamondo.

L’idea del passaggio dei commerci attraverso l’Oceano Artico, dall’Atlantico al Pacifico, sia al di sopra del Canada, a nord-ovest, sia a nord-est, al di sopra della Russia, è rimasta un sogno a causa dei ghiacci permanenti, superabili soltanto con piccole potenti navi rompighiaccio in pochi mesi estivi dell’anno. In questi ultimi anni il riscaldamento del pianeta dovuto al crescente inquinamento dell’atmosfera, sta provocando la fusione di una parte dei ghiacci che circondano il Polo Nord e rende così più facile percorrere con navi i due passaggi a nord-est e a nord-ovest.

Di recente è stata diffusa la notizia che una grande nave mercantile ha viaggiato dal Canada alla Cina lungo la via marittima di nord-ovest circa 8000 chilometri più corta di quella attraverso il Canale di Panama, con un molto minore consumo di carburante. Nel 2016 è previsto il passaggio dall’Atlantico alla Cina addirittura di navi passeggeri, attraverso paesaggi ghiacciati mozzafiato. L’apertura delle due nuove vie d’acqua comporta numerosi problemi tecnici, scientifici, politici ed ecologici. Innanzitutto di chi sono le acque dei mari dell’Oceano Artico percorse dalle navi commerciali? La risposta non è semplice.

Nel caso del passaggio a nord-ovest il Canada rivendica la proprietà di tali acque e anzi il parlamento canadese ha di recente emanato una legge che stabilisce che il percorso deve chiamarsi "Passaggio a nord-ovest canadese"; altri paesi, come Stati Uniti e paesi europei, contestano sostenendo invece che si tratta di acque internazionali. Lo stesso discorso si sta presentando per il passaggio a nord-est al nord della Russia. Il problema non è banale perché le navi che percorrono tali tratti di mare devono informare l’eventuale "proprietario" che li stanno percorrendo, che cosa stanno trasportando e devono pagare un pedaggio. Così ai molti conflitti attuali di carattere economico, che nessuna conferenza internazionale riesce a risolvere, si aggiungono anche le controversie per stabilire chi possiede dei pezzi del mare, quello che sembrerebbe il bene comune per eccellenza.

Vi sono poi problemi tecnici; mentre grandi quantità di soldi vengono spesi per costruire navi di superlusso, alcuni cantieri nel mondo si sono specializzati nella costruzione delle meno poetiche, ma molto più utili e importanti, navi per il trasporto delle merci e delle materie prime nei mari dell’Artico: una sfida per la cantieristica del domani. L’apertura delle vie di comunicazione artiche rende più facilmente accessibili terre che nascondono nel loro sottosuolo roccioso o ghiacciato, incredibili risorse naturali. Non a caso la prima grossa nave partita nei giorni scorsi attraverso il passaggio a nord-ovest portava un pesante carico di concentrati di nichel prodotti nella costa atlantica del Canada e destinati alla Cina.

Vi sono poi aspetti più strettamente ecologici. L’apertura delle due vie di navigazione negli oceani intorno al Polo Nord rappresenta una conferma che il riscaldamento globale non è una ubbia degli ambientalisti ma una realtà destinata a manifestarsi in grado sempre maggiore. Il fatto che possa essere "utile" alla navigazione commerciale non compensa altri inconvenienti. La fusione dei ghiacci polari comporta l’immissione negli oceani di acqua fredda priva di sali che, miscelandosi con l’acqua salina e più calda del mare, altera la circolazione delle acque oceaniche. Tale circolazione governa i cicli di evaporazione e condensazione delle acque nell’atmosfera e quindi la formazione di piogge e cicloni e la sua modificazione ha quindi effetti sui continenti abitati dagli esseri umani. Alcune parti saranno esposte a piogge più intense del passato, altre a periodi di siccità con danni all’agricoltura, diminuzione dei raccolti e aumento del prezzo delle materie prime agricole e della fame nel mondo.

Quando gli ecologi invitano i governi a considerare i problemi delle loro economie su scala globale, non fanno altro che avvertire delle prevedibili conseguenze di fenomeni messi in evidenza dalla ricerca scientifica. Mentre gli stati e i governi litigano su scala internazionale, nazionale o addirittura provinciale sulle cose da fare per aumentare gli affari e la ricchezza, si stanno lentamente verificando fenomeni che vanno in direzione contraria, spingendo decine di milioni di persone, abitanti dei paesi colpiti dalla siccità e dalla fame, ad emigrare verso paesi più ricchi e fertili. Le migrazioni di "impoveriti per cause climatiche" verso l’Europa, gli Stati Uniti, l’Estremo Oriente, non si fermano con le barriere o con i fili spinati, ma cercando di riconoscere con coraggio e attenuare l’origine di tali fenomeni, ascoltando il crescente urlo di dolore di chi bussa, inascoltato e respinto, alle porte delle "lampeduse" dei paesi opulenti. 

Domenica, 15 Giugno 2014 00:00

Vernadskij: un pioniere dell’ecologia

Da molti anni nel mondo, e dal 2003 anche in Italia, il 12 febbraio viene celebrato il “giorno di Darwin”, ricordando la data di nascita del grande naturalista. La vita e i contributi di Charles Darwin (1809-1882) meritano bene di essere conosciuti nei loro aspetti sia avventurosi sia rivoluzionari. Appassionato di biologia fin da ragazzo, dopo gli studi universitari, Darwin ebbe la fortuna di essere assunto, nel 1831, a ventidue anni, come assistente del capitano della nave ”Beagle” che il ministero della marina britannico aveva predisposto per un viaggio di esplorazione intorno al mondo per conoscere risorse naturali vegetali, animali e minerali, e popolazioni importanti per i futuri commerci del paese. Nel lungo viaggio, terminato nel 1836, Darwin ebbe modo di osservare i caratteri di specie vegetali e animali, molte fino allora sconosciute, come si presentavano in zone delle Terra anche molto lontane.

Negli anni successivi Darwin pubblicò numerosi resoconti delle osservazioni fatte durante il viaggio, ma soprattutto si dedicò ad elaborare una visione sistematica di come si manifesta la vita. Ad esempio osservò che animali della stessa specie, in paesi lontani, pur derivando evidentemente da qualche antenato comune, avevano assunto caratteri differenti a seconda dell’ambiente in cui avevano vissuto; nel caso dei vegetali a seconda del terreno in cui erano cresciuti; nel caso degli animali a seconda del cibo di cui si erano nutriti. Anche il numero degli individui di una specie dipendeva dall’ambiente e dalla disponibilità di cibo.

E questo valeva anche per gli esseri umani che si presentano, nei diversi paesi con caratteri così diversi, alcuni ancora vicini a quelli di altri primati, da far pensare che anche l’”uomo” derivi da antenati comuni e si sia evoluto grazie a condizioni ambientali favorevoli. Il libro “Sull’origine delle specie”, che Darwin pubblicò nel 1859, scatenò violente polemiche; la sola idea che l’uomo potesse “discendere dalle scimmie”, non solo offendeva le classi benpensanti dei paesi “civili”, ma metteva in discussione la narrazione della “creazione” dell’uomo contenuta nella Bibbia. Ci sarebbe voluto più di un secolo perché le chiese cristiane riconoscessero che, per un credente, Dio nella sua saggezza ha predisposto le cose della vita proprio come appaiono intorno a noi; eppure in molti paesi, anche in certe zone degli Stati Uniti, ci sono gruppi reazionari che vietano l’insegnamento della teoria darwiniana dell’evoluzione.

Ma l’altro aspetto rivoluzionario sta nel fatto che Darwin riconobbe l’influenza che ha sulla vita l’”ambiente”, si, proprio quello che da il nome all’“ambientalismo”, e anche a questa rubrica, quell’ambiente che viene violato da tante nostre azioni e che deve essere difeso perché da esso dipende la sopravvivenza della nostra e delle altre specie, in altre parola “la vita”. Da questo punto di vista Darwin è il vero padre dell’ecologia, una parola che fu usata per la prima volta dal biologo tedesco Ernst Haeckel (1834-1919), il primo grande divulgatore del pensiero di Darwin, autore di numerose opere “popolari” di biologia che ebbero un enorme successo e furono tradotte in molte lingue. Nella sua “Morfologia generale degli organismi” del 1866 Haeckel scrisse: “col nome di ecologia intendiamo la scienza che descrive le relazioni fra gli organismi e l’ambiente circostante”, e due anni dopo, in un altro libro precisò che l’”ecologia è l’economia della natura”.

Oggi frasi come queste si trovano anche nei libri delle scuole elementari, ma si sono fatte strada lentamente grazie ad un gran numero di ricerche sulle leggi che governano il comportamento e la crescita dei viventi. Fu così chiarito che la vita è resa possibile da scambi “economici” sia di cibo, sia di elementi e molecole inorganiche. I vegetali crescono “comprando” (naturalmente senza pagare niente) l’anidride carbonica e l’acqua dall’atmosfera, i sali nutritivi dal terreno e l’energia solare, e “vendono” l’ossigeno all’aria senza averne alcun compenso, benché lo stesso ossigeno sia indispensabile e usato (senza pagare niente) dagli animali per trasformare il cibo ricavato da vegetali e da altri animali. E gli animali “vendono” (senza alcun guadagno) all’aria anidride carbonica, e al suolo escrementi che diventano fonte di alimenti per altri organismi decompositori che li trasformano in molecole utili per i vegetali.

Alcuni animali si nutrono di altri, le loro prede, non per malvagità, ma perché necessari per la continuazione delle vita; alcuni organismi convivono con altri, in simbiosi, cedendo (gratis) una parte delle proprie molecole e acquistando sostanze nutritive per la proprio vita. Una meravigliosa catena di rapporti “economici” ispirati soltanto alla sopravvivenza della vita, difficile, anche, una “lotta per l’esistenza” quando l’ambiente è ostile e il cibo insufficiente in cui alcuni sopravvivono e altri soccombono.

La constatazione, esposta da Darwin, che sopravvivono i “più adatti”, piacque alla borghesia capitalistica che si considerava la più forte e la più adatta al successo, legittimata quindi nel proprio modo violento di fare affari. Ben altra, invece, è la visione di Darwin, di un mondo in cui i più adatti sono i rapporti biologici ispirati alla collaborazione, alla solidarietà e all’amore per la vita. Grazie Darwin.