Giuseppe O. Longo (Università di Trieste)

Giuseppe O. Longo (Università di Trieste)

Domenica, 15 Giugno 2014 00:00

Evoluzione culturale: verso il post-umano?

Accanto all’evoluzione biologica, retta dai meccanismi darwiniani di mutazione e selezione, nel caso dell’uomo è indispensabile considerare l’evoluzione culturale (oggi soprattutto tecnologica), i cui meccanismi sono in parte anche lamarckiani. Le due evoluzioni s’intrecciano in un complicato processo di evoluzione bioculturale ricco di intrecci, intersezioni e retroazioni.

Da sempre le tecnologie interagiscono con Homo sapiens trasformandolo in Homo technologicus: se è vero che l’uomo costruisce gli strumenti, questi a loro volta retroagiscono sull’uomo, circondandolo, invadendolo e trasformandolo in un simbionte biotecnologico. Oggi questa trasformazione è molto visibile: l’uomo è una creatura in continuo divenire (e ciò confuta il fissismo). Inoltre la trasformazione ha assunto carattere volontario, programmatico e consapevole, poiché è diretta a due ordini di finalità: terapeutiche, per recuperare facoltà compromesse o per rimediare a patologie più o meno gravi; e migliorative, per potenziare facoltà naturali o per generarne di inedite: e qui si apre lo scenario del post-umano.Gli interventi volontari riguardano l’individuo ma anche, se comportano la manipolazione del genoma, la specie: dunque l’uomo sta prendendo in mano le leve della propria evoluzione.

Questa prospettiva coinvolge e stravolge molti concetti tradizionali. Sfuma la distinzione tra naturale e artificiale, e viene messa in discussione la sacralità della natura. Ormai l’uomo, armato delle sue tecnologie, cessa di riprodursi secondo i meccanismi della lotteria cromosomica e comincia a prodursi in base a precise specifiche progettuali.

Un altro baluardo etico-culturale scosso dalla prospettiva post-umanista riguarda la definizione di persona: poiché le pratiche genomiche, nanotecniche, informatiche e robotiche incidono radicalmente sul corpo e poiché il corpo è fondamentale nella definizione di persona, ecco che le tecnologie del post-umano rendono problematica la definizione di identità umana.

Si deve accettare come inevitabile questa evoluzione biotecnologica verso il post-umano? Oppure si deve considerare la specie umana nota fin qui come una sorta di patrimonio inalienabile (e patrimonio di chi? dell’umanità stessa?) e quindi opporsi a questa deriva? E in nome di che cosa dovremmo optare per l’una o per l’altra scelta?

Se l’uomo, com’è stato affermato, è un essere naturalmente artificiale, come si può pensare di snaturarlo arrestando il suo sviluppo verso il post-umano, che, in questa visione, sarebbe un esito, appunto, naturale? Infatti, si può argomentare, se l’uomo fa parte della natura, anche tutti i suoi prodotti ne fanno parte a buon diritto, anche quando dovessero comprendere forme nuove di umanità. L’uomo sarebbe dunque il mezzo di cui la natura si servirebbe per accelerare e arricchire l’evoluzione, delegandone a lui il prolungamento e l’esercizio ulteriori.

All’opposto, se si ritiene che l’umanità (come si è sviluppata fin qui) sia un valore, il passaggio al post-umano segnerebbe la scomparsa o almeno l’atrofizzazione dell’umanità, della biologia umana e della cultura umana.

A quest’ultima posizione si può obiettare ponendo la questione del momento di passaggio: quando, esattamente, l’umano cede o cederebbe il passo al post-umano? L’uomo non è forse sempre stato post-umano, nel senso di essere sempre stato ibridato con l’altro – piante, animali, cibo, farmaci, droghe e, oggi, le macchine – e modificato, aumentato e migliorato dalle pratiche artificiali? Insomma, il passaggio al post-umano non è forse sempre esistito nella nostra storia, graduale e progressivo (anche se sempre più veloce), piuttosto che brusco? Siamo sicuri che esista un momento in cui (o una tecnologia per cui) si può o si potrebbe dire: qui cessa l’umano e comincia il post-umano?

La visione continuista da una parte renderebbe meno traumatico il concetto di post-umano, inserendolo in uno sviluppo evolutivo natural-culturale, ma dall’altra conferirebbe all’uomo la piena responsabilità della propria evoluzione, mettendo in luce una discontinuità, questa sì radicale: se è vero che l’uomo è sempre stato post-umano, è anche vero che soltanto oggi se ne rende conto, grazie alla potenza della tecnica.

Tale nuova consapevolezza pone in tutta la sua drammaticità il problema etico nel senso più ampio del termine. Infatti le decisioni prese ora potranno influire sul futuro prossimo e lontano dell’umanità, indirizzandolo in direzioni che siamo in grado di immaginare solo in piccola parte. Infatti la nostra capacità di agire ha superato di gran lunga la nostra capacità di prevedere le conseguenze delle nostre azioni, che potrebbero essere diverse da (o addirittura contrarie a) le nostre intenzioni.

Da ultimo, è necessario che le innovazioni tecno-scientifiche non siano guidate solo dall’inventiva e dall’ambizione degli esperti e dalla ricerca del profitto da parte delle aziende, ma siano vagliate anche alla luce dei valori e delle aspirazioni della popolazione, evitando sia l’euforia tecnologica sia il rifiuto programmatico delle novità.