Aristide Bellaciccio

Aristide Bellaciccio

colori Sono passati più di settant’anni da quando l’economista marxista Maurice Dobb pubblicò il suo “Economia politica e capitalismo”. Il libro uscì in edizione inglese nel 1937, in piena epoca stalinista e alla vigilia della seconda guerra mondiale: Dobb aveva sotto gli occhi, come fenomeni di prima grandezza, da un lato il tumultuoso processo di industrializzazione dell’Unione Sovietica e, dall’altro, l’affermarsi dei regimi fascisti in Italia e in Spagna e del nazismo in Germania. Queste drammatiche circostanze storiche si riflettono in modo evidente nel particolare carattere del libro che, oltre a rappresentare un contributo di pensiero ancora utile e prezioso, rivela un’ atteggiamento di fondo di cui oggi si avverte, e in modo assai acuto, la mancanza: mi riferisco al fatto che Dobb, come uomo di scienza, non solo analizza e spiega ma si schiera. E si schiera – dalla parte del socialismo e della classe operaia - proprio perché è un uomo di scienza.
Solo una breve citazione dalla chiusa dell’ultimo capitolo per chiarire meglio questa affermazione:
“Quando l’interesse ostacola la ragione” scrive Dobb “parlare il linguaggio della ragione è inutile, salvo che ciò non significhi predicare l’abbandono dell’interesse…Per infondere la vita nello scheletro delle nozioni astratte, (l’economista) deve non solo uscire dal suo chiostro per camminare sulle piazze di mercato del mondo, ma prender parte alle loro battaglie… E ciò non significa alienare la propria primogenitura, bensì camminare nelle migliori tradizioni dell’economia politica. Ad ogni modo, se egli non si decide a far questo, il mondo, e il suo chiostro con esso, può cominciare ben presto a sconvolgersi intorno a lui.”
Dunque, il mondo e il chiostro: una metafora che rovescia l’ aforisma cristiano che prescrive di “essere nel mondo ma non del mondo” per affermare non solo il dovere morale, ma la necessità storica, che lo scienziato e l’intellettuale siano non solo nel mondo, bensì del mondo.
Nello sconfortante paesaggio in cui siamo immersi, fatto di chiacchiere, opportunismo e completa sottomissione al pensiero unico del capitale, le parole di Dobb suscitano, in ogni coscienza vigile e non subalterna, un senso di rabbia e di rivolta. Siamo fin troppo abituati ai numeri da avanspettacolo di “economisti” di varia tendenza che si affacciano dai teleschermi per somministrarci lezioncine e proporre ricette “per uscire dalla crisi” che fanno venire in mente il delirio di un medico che si proponesse di curare il cancro con l’aspirina. E tutti con l’aria di dire: “noi non c’entriamo per nulla, sono le leggi dell’economia.”
Raccontano bugie sapendo di raccontarle: e i più “a sinistra” fra loro sono i più colpevoli, perché non hanno, in molti casi, nemmeno la ridicola scusa di non aver letto Marx e quindi di ignorare che nelle cosiddette “leggi” dell’economia non c’è proprio nulla di naturale.
Ora, è trascorso più un secolo e mezzo da quando proprio Marx rese chiaro quale poteva e doveva essere il ruolo di un intellettuale, e di uno scienziato, sotto il capitalismo: quello di prendere posizione contro. 
Nel ventesimo secolo molte fra le migliori menti imboccarono, anche se con tonalità diverse, questa strada: e non parlo solo dei marxisti “doc”- si pensi a un personaggio come Wittgenstein e, in parte, allo stesso Bertrand Russell: nessuno di loro, per fare un esempio, è mai caduto nella volgarità di credere o dire che la società di classe fosse un fenomeno naturale.
Non esiste la cultura proletaria come non esiste una scienza operaia: Trockji lo sosteneva apertamente. Gli intellettuali, per ovvi motivi storici e sociali, sono tutti borghesi: Marx lo era, Engels lo era, lo era anche Dobb, e tanti altri, compreso Trockij e lo stesso Lenin.
Ma la grande forza che si sprigionò nella prima metà del ventesimo secolo, e che portò all’Ottobre, fu proprio la conseguenza della alleanza fra il meglio dell’eredità intellettuale – filosofica, scientifica ecc- “borghese” e le istanze di emancipazione della classe operaia (Stalin no, lo stalinismo fu il frutto di un processo completamente diverso e, anzi, opposto).
Se mai è esistito un periodo nella storia in cui si possa toccare con mano quanto la borghesia abbia esaurito il suo ruolo storico e stia semplicemente, e ferocemente, sopravvivendo a se stessa, ebbene, questo è proprio il tempo in cui viviamo: eppure il sistema capitalistico non è morto e sembra più che mai disposto a far pagare a caro prezzo all’umanità il prezzo del suo sopravvivere: come un “cadavere vivente”, per citare Stefano Garroni.
Gli intellettuali e gli uomini di scienza portano in tutto ciò il peso di una responsabilità a cui non possono sottrarsi. Se qualcosa in loro si ribella ancora alla sottomissione ed al servaggio, questo è il momento di farsi avanti: per schierarsi contro, per dire la verità e per uscire, riprendendo Dobb, dal chiostro, o meglio, dall’ovile.